Dossier Alzheimer, quanto siamo vicini a fermarla? Il punto su diagnosi, cure e ricerca

Dai biomarcatori nel sangue ai primi farmaci capaci di rallentare il declino, mentre genetica, immunitร  e metabolismo aprono nuove piste. Ma tra risultati clinici e promesse di laboratorio la distanza resta ancora enorme

LA NOTIZIA IN BREVE โ€“ Lโ€™Alzheimer puรฒ iniziare molti anni prima dei primi problemi di memoria e oggi alcuni dei suoi segnali biologici sono rilevabili anche nel sangue. Biomarcatori come p-tau217, modelli predittivi come INTERCEPTOR e nuovi strumenti diagnostici stanno anticipando sempre di piรน il momento in cui la malattia puรฒ essere riconosciuta. Sul fronte delle cure, anticorpi come lecanemab e donanemab hanno dimostrato di rallentare il declino in pazienti selezionati, senza perรฒ riuscire a fermarlo.

Intanto la ricerca si รจ allargata ben oltre amiloide e tau. Genetica APOE, microglia, astrociti, immunitร , metabolismo, salute vascolare, sonno, infezioni, inquinamento e riparazione del DNA stanno mostrando quanto lโ€™Alzheimer sia il risultato di processi diversi che si intrecciano nel tempo. Alcune di queste piste hanno giร  conseguenze cliniche, altre restano confinate ai laboratori. Il punto, oggi, รจ distinguere ciรฒ che sappiamo davvero da ciรฒ che deve ancora superare la prova decisiva sullโ€™uomo.

Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito lโ€™approfondimento

IL DOSSIER COMPLETO โ€“ Per anni lโ€™Alzheimer รจ stato riconosciuto soprattutto quando la memoria cominciava a cedere e il danno cerebrale era giร  avanzato. Oggi alcune alterazioni associate alla malattia possono essere individuate molto prima della demenza, anche attraverso biomarcatori misurabili nel sangue. E per una parte dei pazienti nelle fasi iniziali sono arrivati farmaci capaci di rallentare il declino. Fermare lโ€™Alzheimer, perรฒ, non รจ ancora possibile.

Ma amiloide e tau non sono piรน gli unici bersagli della ricerca. Restano al centro degli studi, ma non bastano piรน a spiegare da sole perchรฉ la malattia compaia, perchรฉ proceda piรน rapidamente in alcune persone e perchรฉ altre sembrino resisterle piรน a lungo. Negli ultimi mesi abbiamo seguito lavori sulla genetica APOE, sulla microglia e sugli astrociti, sul sistema immunitario, sul metabolismo dei lipidi, sul sonno, sulle infezioni e sui meccanismi con cui i neuroni riparano il proprio DNA.

Alcuni di questi risultati hanno giร  conseguenze cliniche. Altri provengono da esperimenti su cellule o animali e potrebbero non tradursi mai in una terapia. Metterli sullo stesso piano sarebbe un errore. Per capire a che punto siamo davvero occorre quindi separare le acquisizioni consolidate dalle ipotesi ancora da dimostrare e, soprattutto, dalle terapie che oggi sono realmente disponibili.

Area Stato dei lavori
Diagnosi precoce Piรน avanzata I biomarcatori nel sangue, soprattutto p-tau217, permettono di individuare alterazioni associate allโ€™Alzheimer molto prima della demenza. Non consentono perรฒ di sapere con certezza chi svilupperร  la malattia clinica.
Previsione del rischio In sviluppo Modelli come INTERCEPTOR combinano dati clinici, test cognitivi e biomarcatori per stimare il rischio di progressione da MCI a demenza. Nessun modello รจ ancora in grado di prevedere con certezza il destino del singolo paziente.
Terapie Disponibili con limiti Lecanemab e donanemab possono rallentare modestamente il declino nelle fasi iniziali e in pazienti selezionati. Non fermano la malattia, non recuperano le funzioni perdute e in Italia non sono attualmente rimborsati dal SSN.
Nuove terapie Sperimentali APOE2, Arc, tau 1N4R, Sox9, GADD45G, SIRT2, microglia, cellule immunitarie e metabolismo del litio stanno facendo emergere nuovi possibili bersagli. Gran parte delle prove deriva ancora da cellule o modelli animali.
Prevenzione Giร  applicabile รˆ possibile intervenire su una parte del rischio attraverso pressione, diabete, fumo, attivitร  fisica, salute cardiovascolare, udito, alimentazione e socialitร . Nessuna strategia garantisce perรฒ di evitare lโ€™Alzheimer nel singolo individuo.
Cura definitiva Non disponibile Sappiamo riconoscere prima la malattia e rallentarla in alcuni pazienti. Non sappiamo ancora arrestare lโ€™Alzheimer, invertire stabilmente il danno cerebrale o impedire con certezza la progressione verso la malattia clinica.

Stato delle conoscenze aggiornato allโ€™8 agosto 2026. Il quadro puรฒ cambiare con nuovi risultati clinici, autorizzazioni regolatorie e studi sperimentali.

Quando comincia lโ€™Alzheimer?

La memoria che cede รจ spesso ciรฒ che porta il paziente o la famiglia dal medico. Il processo biologico puรฒ perรฒ essere iniziato molto prima. Beta-amiloide e tau possono modificarsi e accumularsi, il metabolismo delle cellule puรฒ cambiare e le connessioni tra neuroni possono perdere efficienza mentre la persona continua a vivere normalmente.

Tra lโ€™invecchiamento cognitivo fisiologico e la demenza esiste inoltre il mild cognitive impairment, MCI o deterioramento cognitivo lieve. La persona presenta difficoltร  misurabili della memoria o di altre funzioni, ma conserva ancora una sostanziale autonomia. Una parte degli MCI resterร  stabile, una parte avrร  altre cause e solo alcuni casi evolveranno verso la demenza.

Anche la percezione che il malato ha di ciรฒ che gli sta accadendo cambia con il tempo. Nellโ€™approfondimento chi soffre di demenza se ne accorge? Cosa dice la medicina avevamo ricostruito il passaggio dalla consapevolezza delle prime difficoltร  allโ€™anosognosia, la condizione neurologica nella quale il paziente puรฒ non riconoscere piรน i propri deficit. Non รจ semplice ostinazione: nelle demenze puรฒ essere compromessa proprio la capacitร  di valutare correttamente il proprio stato.

La lunga fase che precede la perdita dellโ€™autonomia spiega perchรฉ tanta parte della ricerca si sia spostata verso un obiettivo preciso: intercettare la malattia quando il cervello conserva ancora una parte consistente delle proprie risorse.

Quanto presto possiamo individuare la malattia?

Il sangue รจ diventato uno dei protagonisti di questo cambiamento. Nellโ€™ottobre 2025 avevamo raccontato in Alzheimer, un prelievo di sangue anticipa la diagnosi di 15 anni come alcuni biomarcatori potessero segnalare processi associati alla malattia molto prima della diagnosi clinica. Nellโ€™aprile 2026 il tema รจ tornato con Demenza, esame del sangue anticipa rischio con 25 anni di anticipo: in 2.766 donne anziane seguite per oltre due decenni, livelli maggiori di p-tau217 erano associati a una probabilitร  piรน alta di sviluppare successivamente MCI o demenza. Quello studio riguardava perรฒ la demenza nel suo complesso e non permetteva di prevedere individualmente lโ€™Alzheimer.

Nel frattempo รจ arrivato anche il primo passaggio regolatorio concreto. Il 16 maggio 2025 la FDA statunitense ha autorizzato il Lumipulse G pTau217/ฮฒ-Amyloid 1-42 Plasma Ratio, primo dispositivo diagnostico basato sul sangue destinato ad aiutare lโ€™identificazione della patologia amiloide in persone dai 55 anni in su che presentano segni o sintomi compatibili con Alzheimer. Non รจ stato autorizzato per lo screening indiscriminato delle persone sane.

La p-tau217 รจ diventata nel frattempo anche uno strumento per tentare di quantificare il rischio futuro.

Uno studio pubblicato su JAMA il 14 luglio 2026 ha analizzato 2.684 persone cognitivamente integre appartenenti a sei coorti. Durante un follow-up mediano di 5,4 anni, 478 sono progredite verso un deterioramento cognitivo. Nel gruppo con p-tau217 molto elevata, la probabilitร  assoluta stimata di progressione entro cinque anni era del 38%. Con valori elevati, ma inferiori, scendeva al 24%.

Il dato puรฒ essere letto anche al contrario: oltre sei persone su dieci tra quelle con p-tau217 molto elevata non avevano sviluppato deterioramento cognitivo entro quei cinque anni.

รˆ qui che diagnosi biologica e previsione clinica smettono di essere sinonimi. Un biomarcatore puรฒ segnalare che qualcosa sta accadendo e modificare una probabilitร . Non puรฒ ancora dire con certezza che cosa accadrร  a quella singola persona.

Lo stesso problema รจ alla base del progetto italiano INTERCEPTOR. Il modello combina informazioni cliniche, test neuropsicologici e biomarcatori per distinguere, tra le persone con MCI, quelle con una maggiore probabilitร  di progressione. Nella coorte pubblicata nel 2026, lโ€™integrazione delle diverse informazioni ha portato la capacitร  predittiva intorno allโ€™82%, contro circa il 72% dei dati clinici di base. Non รจ il โ€œtest definitivoโ€: รจ semmai la dimostrazione che piรน segnali letti insieme funzionano meglio di un singolo valore isolato.

Amiloide e tau spiegano ancora la malattia?

Sono ancora due pilastri dellโ€™Alzheimer. Ma non raccontano tutto. La beta-amiloide puรฒ formare aggregati e placche allโ€™esterno delle cellule. Tau, che normalmente contribuisce alla stabilitร  interna dei neuroni, puรฒ modificarsi, aggregarsi e formare grovigli. La diffusione della tau nelle reti cerebrali accompagna da vicino la progressione del danno.

Nel luglio 2026 abbiamo approfondito proprio uno dei possibili sistemi attraverso i quali tau riesce a passare da una cellula allโ€™altra. In Alzheimer, scoperta la via usata dalla proteina Tau per diffondersi nel cervello la protagonista รจ Arc, proteina normalmente coinvolta nella comunicazione neuronale. Nei modelli animali, tau patologica sfrutta vescicole extracellulari contenenti Arc come mezzo di trasporto. Quando Arc manca, il trasferimento di tau verso altre cellule diminuisce nettamente.

Ma lโ€™esperimento ha mostrato anche lโ€™altra faccia del meccanismo. La cellula utilizza quelle vescicole per liberarsi di una parte della tau in eccesso. Bloccare completamente Arc potrebbe quindi limitare la propagazione e contemporaneamente aumentare la tossicitร  dentro il neurone che sta cercando di espellere il materiale alterato.

Il bersaglio terapeutico, se mai arriverร , dovrร  essere piรน preciso del semplice โ€œbloccare Arcโ€.

Un altro pezzo dello stesso problema riguarda i sistemi che degradano le proteine danneggiate. In Scoperta la proteina che sfida Alzheimer e Parkinson avevamo esaminato PI31, coinvolta nel trasporto dei proteasomi lungo i neuroni. Migliorare questa macchina di smaltimento ha ridotto accumuli patologici nei modelli sperimentali. Per ora resta biologia preclinica, ma sposta parte dellโ€™attenzione da ciรฒ che il cervello produce a quanto bene riesce a eliminare ciรฒ che non gli serve piรน.

Il cervello perde anche la capacitร  di ripulirsi?

Diversi lavori sembrano convergere su questa domanda. In Alzheimer e rame, il composto Cu(ATSM) riaccende le pompe del cervello, il trattamento di topi APP/PS1 con Cu(ATSM) ha aumentato del 24,1% la glicoproteina P della barriera emato-encefalica, ridotto del 42% la beta-amiloide tossica e migliorato di quasi il 44% lโ€™apprendimento spaziale. Il composto non โ€œscioglieโ€ semplicemente le placche: interviene su uno dei sistemi che aiutano il cervello a espellere molecole indesiderate.

La barriera emato-encefalica compare anche in altri due approfondimenti del nostro archivio. Il cervello si ripara da solo: svolta contro lโ€™Alzheimer riguardava nanoparticelle progettate per recuperare alcune funzioni della barriera nei modelli animali; Questo farmaco protegge il cervello dallโ€™Alzheimer affrontava invece una molecola sperimentale indirizzata alla protezione della componente vascolare cerebrale. I titoli originari erano forti; la collocazione corretta, oggi, รจ quella della ricerca preclinica, non delle terapie disponibili.

Poi cโ€™รจ il sistema glinfatico, la rete attraverso la quale il cervello gestisce parte dei fluidi e dei prodotti di scarto soprattutto durante il sonno. In Scoperto il โ€œdepuratoreโ€ del cervello: puรฒ fermare lโ€™Alzheimer avevamo raccontato una tecnologia capace di monitorarne lโ€™attivitร . Il dato non dimostrava che fosse stato trovato un sistema per โ€œfermareโ€ la malattia, ma mostrava la possibilitร  di osservare nellโ€™uomo un processo che fino a poco tempo prima era molto piรน difficile da studiare.

Produzione delle proteine patologiche, trasporto, degradazione, circolazione dei fluidi e integritร  dei vasi finiscono cosรฌ dentro lo stesso problema.

Che cosa stanno facendo astrociti e microglia?

Non stanno semplicemente assistendo alla morte dei neuroni. Gli astrociti, per esempio, possono cambiare radicalmente comportamento durante la malattia. Nel novembre 2025 avevamo raccontato in Alzheimer, gli astrociti ripuliscono il cervello esperimenti nei quali queste cellule mostravano una capacitร  sorprendente di intervenire sui depositi amiloidi. Pochi mesi piรน tardi, un lavoro piรน mirato ha individuato in Sox9 uno degli interruttori che possono rendere quella funzione piรน efficiente. In Alzheimer, una proteina riattiva le cellule che puliscono il cervello, aumentare Sox9 nei topi spingeva gli astrociti a inglobare piรน beta-amiloide attraverso MEGF10, con riduzione delle placche e migliore conservazione di alcune funzioni cognitive.

Non basta perรฒ โ€œattivare gli astrocitiโ€. Un astrocita reattivo puรฒ anche produrre sostanze che interferiscono con lโ€™attivitร  neuronale.

In Alzheimer e perdita di memoria, identificato un enzima chiave il bersaglio era SIRT2, coinvolto negli astrociti in una via che porta alla produzione anomala di GABA e puรฒ contribuire al deficit di memoria. Ridurne lโ€™attivitร  ha prodotto effetti favorevoli nei modelli sperimentali.

La microglia presenta la stessa ambivalenza. รˆ la principale popolazione immunitaria residente del cervello: puรฒ eliminare materiale alterato, ma se rimane attivata in modo cronico puรฒ alimentare lโ€™infiammazione.

La molecola italiana Sulfavant A, raccontata in Alzheimer, una molecola โ€œsmartโ€ rafforza le difese naturali del cervello, prova proprio a modificare il comportamento della microglia anzichรฉ spegnerla indiscriminatamente. Nei modelli sperimentali ha prodotto segnali favorevoli su infiammazione, accumuli proteici e funzioni cognitive.

Anche qui siamo ancora lontani da una terapia approvata.

Il sistema immunitario puรฒ proteggere e danneggiare nello stesso tempo?

Nel dicembre 2025 abbiamo raccontato in Alzheimer, scoperto il meccanismo con cui il cervello si autodistrugge una via attraverso la quale linfociti T e molecole come granzima K possono contribuire alla neuroinfiammazione e al danno neuronale. Cellule nate per difendere lโ€™organismo possono quindi partecipare al processo patologico quando il sistema perde il proprio equilibrio.

Due mesi dopo, in Svolta contro Alzheimer, cellule immunitarie invertono il declino cerebrale, abbiamo seguito una strategia quasi opposta: fagociti mononucleati ottenuti da cellule staminali pluripotenti indotte umane sono stati somministrati a modelli murini di invecchiamento e Alzheimer. Gli animali trattati hanno mostrato miglioramenti in alcuni test cognitivi e cambiamenti favorevoli nellโ€™ippocampo e nella microglia. Le cellule non sembravano nemmeno dover attraversare direttamente la barriera emato-encefalica per produrre lโ€™effetto.

Il risultato riguarda i topi. Ma rafforza il sospetto che una parte della malattia venga influenzata da ciรฒ che accade fuori dal neurone e perfino fuori dal cervello.

Da qui diventa meno sorprendente anche il curioso rapporto tra tumori e Alzheimer. In una relazione inversa lega i tumori allโ€™Alzheimer avevamo ricostruito studi epidemiologici e un possibile meccanismo sperimentale legato a cistatina C e TREM2. Nei modelli animali, la cistatina C prodotta in presenza di alcuni tumori sembra favorire lโ€™attivazione di vie microgliali coinvolte nella rimozione dellโ€™amiloide. Nessuno interpreta il cancro come una protezione da cercare; il valore della ricerca consiste nellโ€™aver fatto emergere una via immunitaria che potrebbe un giorno essere riprodotta farmacologicamente.

Quanto conta la genetica?

APOE resta uno dei nomi inevitabili. La variante APOE4 รจ il principale fattore genetico comune associato allโ€™Alzheimer a esordio tardivo. Aumenta il rischio, ma non stabilisce il destino di chi la possiede. APOE2 รจ invece associata a un rischio inferiore.

Un lavoro del Buck Institute pubblicato nel 2026 ha aggiunto un meccanismo interessante: nei modelli cellulari umani, i neuroni con APOE2 accumulavano meno danni al DNA, attivavano piรน efficacemente alcune vie di riparazione e resistevano maggiormente alla senescenza cellulare. Perfino lโ€™aggiunta di proteina APOE2 ricombinante a neuroni APOE4 ha ridotto alcuni segnali di danno dopo stress sperimentale. รˆ una possibile spiegazione della protezione associata a questa variante, non ancora una terapia.

La genetica dellโ€™Alzheimer, perรฒ, non coincide soltanto con i geni che producono proteine.

Nel nostro approfondimento Alzheimer, nel DNA โ€œspazzaturaโ€ la chiave per capirne lโ€™origine abbiamo affrontato il ruolo delle regioni non codificanti del genoma, capaci di regolare quando e quanto determinati geni vengono accesi. รˆ proprio in questi interruttori che possono nascondersi differenze nella risposta immunitaria, nel metabolismo e nella vulnerabilitร  delle cellule nervose.

La domanda non รจ piรน soltanto quali mutazioni possieda una persona, ma come quelle varianti modificano il comportamento delle cellule per decenni.

Metabolismo ed energia possono cambiare la vulnerabilitร  del cervello?

Il neurone deve produrre energia, riparare continuamente il proprio DNA, mantenere le membrane e trasportare molecole lungo prolungamenti che possono essere enormi rispetto alle dimensioni della cellula. Basta questa premessa per capire perchรฉ il metabolismo sia entrato nel dossier Alzheimer.

Uno dei lavori piรน particolari riguarda il litio naturalmente presente nel cervello. In carenza di litio nel cervello, la nuova pista che puรฒ spiegare lโ€™Alzheimer abbiamo ricostruito uno studio pubblicato su Nature: nei campioni umani il litio risultava ridotto giร  nel deterioramento cognitivo lieve e una parte dellโ€™elemento veniva sequestrata dalle placche amiloidi. Nei topi, ridurne la disponibilitร  aumentava amiloide, tau fosforilata, infiammazione, perdita di sinapsi e deficit di memoria.

Il litio orotato ha dato risultati favorevoli negli animali. Non significa che assumere integratori di litio prevenga lโ€™Alzheimer. Il litio รจ farmacologicamente attivo e il passaggio a una terapia richiede studi clinici, dosaggi definiti e controllo degli effetti avversi.

Nellโ€™aprile 2026 abbiamo seguito un altro tentativo di agire sul metabolismo cellulare. Alzheimer, malattia regredisce nei topi e la memoria torna riguardava il ripristino di vie legate al NAD+, coenzima essenziale per produzione energetica, riparazione e risposta allo stress. I risultati nei modelli animali erano notevoli, compreso il recupero di prestazioni cognitive. Il fatto che il titolo parlasse di regressione non cambia il livello della prova: non abbiamo una regressione dellโ€™Alzheimer dimostrata nei pazienti.

Anche il glicogeno cerebrale ha prodotto un risultato inatteso. In Zucchero e demenza, scoperto il legame, cellule umane e modelli sperimentali indicavano che tau puรฒ interferire con il metabolismo del glicogeno nei neuroni. Non รจ la dimostrazione che mangiare zucchero provochi Alzheimer: lo studio riguarda il metabolismo dello zucchero dentro la cellula nervosa, cosa molto diversa dalla quantitร  di dolci consumata nella dieta.

Infezioni e microrganismi possono avere un ruolo?

Le prove sono ancora frammentarie, ma il tema ricompare abbastanza spesso da non poter essere ignorato.

Nel maggio 2025 avevamo analizzato un grande studio osservazionale in un legame tra infezione virale e Alzheimer, Herpes labiale sotto accusa. Una precedente diagnosi di HSV-1 risultava piรน frequente tra le persone successivamente colpite da Alzheimer, mentre lโ€™uso di antivirali era associato a un rischio inferiore tra gli infetti. รˆ unโ€™associazione epidemiologica, non la prova che lโ€™herpes labiale provochi la malattia.

Nello stesso mese รจ arrivato un altro segnale. Antivirali contro HIV ed epatite B riducono rischio Alzheimer riguardava gli NRTI, medicinali utilizzati contro HIV ed epatite B. Nei database sanitari analizzati, lโ€™esposizione risultava associata a una minore incidenza di Alzheimer. Questi farmaci interferiscono anche con meccanismi dellโ€™infiammazione, compreso lโ€™inflammasoma NLRP3. รˆ abbastanza per progettare altri studi, non per usarli oggi come prevenzione dellโ€™Alzheimer.

Il rapporto con i microrganismi non si ferma ai virus. In batteri orali e cervello: scoperto il legame con la demenza abbiamo esaminato il possibile rapporto tra salute orale, composizione batterica della bocca, infiammazione sistemica e declino cognitivo. Anche qui esistono associazioni e meccanismi plausibili, ma sarebbe prematuro attribuire a un singolo batterio una causa diretta della demenza.

Nel 2026 si รจ aggiunto il Long Covid. In proteine dellโ€™Alzheimer nel sangue dei pazienti con long COVID neurologico, p-tau217 e GFAP risultavano associate ad alcune alterazioni osservate nei pazienti con sintomi neurologici persistenti. Lo studio non dimostra che il Long Covid conduca allโ€™Alzheimer. Mostra che alcuni segnali utilizzati nello studio della neurodegenerazione possono comparire anche in un contesto di infiammazione e danno post-infettivo.

Quanto incidono vasi, udito e ambiente?

Nel nostro approfondimento rischio demenza basso se il colesterolo LDL non supera questa soglia, una grande analisi osservazionale aveva associato concentrazioni moderate di LDL a un rischio inferiore di demenza. Il lavoro non stabilisce una โ€œsoglia anti-Alzheimerโ€ valida per tutti: il livello di colesterolo da raggiungere dipende dal profilo cardiovascolare della persona e gli studi osservazionali non dimostrano da soli un rapporto causale.

La salute uditiva รจ arrivata invece molto piรน vicino alle raccomandazioni pratiche. In perdita dellโ€™udito collegata al 32% dei nuovi casi di demenza, unโ€™analisi su quasi 3.000 anziani ha stimato che una quota rilevante dei casi osservati fosse statisticamente associata allโ€™ipoacusia misurata con audiometria. La stima del 32% aveva intervalli di confidenza ampi e riguarda lโ€™impatto sulla popolazione, non il rischio individuale.

Nel luglio 2026 lโ€™OMS ha inserito gli apparecchi acustici tra gli interventi che possono essere offerti nellโ€™ambito delle strategie per ridurre il rischio di demenza. Nelle stesse linee guida compaiono controllo di ipertensione, diabete e colesterolo, attivitร  fisica, stop al fumo, riduzione del consumo dannoso di alcol, alimentazione sana, stimolazione cognitiva e relazioni sociali.

E compare anche lโ€™inquinamento atmosferico.

Avevamo giร  affrontato il tema in qualitร  dellโ€™aria e declino cognitivo: scoperto il legame, dedicato soprattutto allโ€™esposizione cronica al PM2.5. Infiammazione, stress ossidativo e danno vascolare sono tra i meccanismi proposti per spiegare lโ€™associazione tra aria inquinata e rischio di demenza. Nel 2026 la riduzione dellโ€™esposizione allโ€™inquinamento รจ entrata esplicitamente nelle raccomandazioni OMS.

Su questo fattore la responsabilitร  individuale ha margini ridotti. Una parte della prevenzione del deterioramento cognitivo passa quindi anche per politiche ambientali e sanitarie.

Esiste una dieta contro lโ€™Alzheimer?

No. Esistono associazioni tra alimentazione, salute metabolica e rischio cognitivo, ma trasformare un singolo alimento in una terapia porta quasi sempre fuori strada.

Il caso delle uova lo mostra bene. Nellโ€™approfondimento del 31 luglio 2026 uova e Alzheimer, ne bastano 5 a settimana per ridurre il rischio del 27% abbiamo analizzato quasi 40 mila persone seguite per oltre quindici anni. Nella fascia con almeno cinque consumi settimanali il rischio relativo di diagnosi risultava inferiore del 27% rispetto al gruppo che le evitava o ne consumava pochissime. Il campione era composto in gran parte da avventisti e lo studio aveva ricevuto anche finanziamenti dallโ€™American Egg Board. รˆ unโ€™associazione interessante, non una prescrizione dietetica contro lโ€™Alzheimer.

I dolcificanti artificiali collegati al declino cognitivo precoce hanno prodotto il problema opposto: associazioni sfavorevoli in una coorte osservazionale. Anche qui dieta complessiva, metabolismo e caratteristiche dei consumatori possono confondere il risultato.

Sugli omega-3 il quadro รจ ancora piรน istruttivo. Nellโ€™analisi ADNI raccontata in Omega-3 negli anziani, le capsule potrebbero accelerare il declino cognitivo, gli utilizzatori di supplementi mostravano un andamento meno favorevole in diversi test cognitivi e nel metabolismo cerebrale del glucosio. Il disegno osservazionale non permetteva di concludere che fossero state le capsule a provocare il peggioramento.

Il 15 luglio 2026 lโ€™OMS ha perรฒ dato unโ€™indicazione pratica piuttosto chiara: in assenza di una carenza diagnosticata, omega-3, vitamine B ed E e multivitaminici/minerali non sono raccomandati come interventi specifici per ridurre il rischio di declino cognitivo o demenza, perchรฉ non esistono prove sufficienti di un beneficio che superi i possibili effetti indesiderati.

Mangiare pesce, seguire una dieta equilibrata e assumere per anni capsule con lโ€™idea di prevenire lโ€™Alzheimer sono interventi diversi.

Come distinguiamo una scoperta da una cura?

Nel settembre 2025 avevamo pubblicato Alzheimer tra annunci sensazionalistici e cure che non ci sono proprio per affrontare la distanza tra titoli spettacolari e prove cliniche. Nel febbraio dello stesso anno era comparso anche ecco il farmaco che contrasta e inverte gli effetti dellโ€™Alzheimer, dedicato a un trattamento sperimentale che nei modelli utilizzati aveva prodotto un recupero notevole. Lโ€™esperimento era reale; โ€œinvertire lโ€™Alzheimerโ€ nei pazienti sarebbe stata unโ€™altra affermazione.

Molti dei risultati raccolti in questo dossier sono arrivati da topi, colture cellulari o altri modelli. รˆ lรฌ che devono iniziare le terapie: non รจ lรฌ che finiscono le verifiche.

Gli organoidi possono aiutare a rendere il passaggio piรน affidabile. In mini-cervello umano creato in laboratorio abbiamo raccontato strutture multicellulari derivate da cellule umane che riproducono alcuni aspetti dellโ€™organizzazione cerebrale. Non sono cervelli in miniatura pienamente funzionanti, ma possono permettere di osservare risposte che nei roditori non coincidono sempre con quelle dellโ€™uomo.

Anche la stimolazione a 40 Hz, affrontata in sindrome di Down, stimolazione a 40Hz migliora memoria e neurogenesi, mostra quanto sia necessario delimitare bene i risultati. Lo studio riguardava un modello sperimentale legato alla sindrome di Down, condizione associata a unโ€™elevata probabilitร  di sviluppare con lโ€™etร  patologia Alzheimer. Non dimostra che luce e suono a 40 Hz costituiscano una terapia per lโ€™Alzheimer sporadico.

La domanda decisiva resta sempre la stessa: il paziente vive meglio o peggiora piรน lentamente?

Quali farmaci hanno giร  dimostrato di rallentare la malattia?

Gli anticorpi monoclonali anti-amiloide hanno superato sicuramente dei test importanti. Nellโ€™ottobre 2025 avevamo raccontato donanemab in Alzheimer, un nuovo farmaco rallenta il decorso della malattia. Oggi il quadro europeo comprende sia donanemab, commercializzato come Kisunla, sia lecanemab, Leqembi.

Leqembi ha ricevuto lโ€™autorizzazione europea il 15 aprile 2025. Kisunla il 24 settembre 2025. Sono destinati a pazienti con MCI o demenza lieve dovuti ad Alzheimer, presenza di amiloide confermata e nessuna oppure una sola copia di APOE4, secondo le rispettive indicazioni europee.

Entrambi hanno mostrato un rallentamento medio del declino, non lโ€™arresto della malattia.

La distinzione conta soprattutto quando si parla con pazienti e famiglie. I neuroni giร  perduti non vengono ripristinati, le capacitร  scomparse non tornano automaticamente e la progressione continua, seppure mediamente piรน lentamente nei pazienti trattati.

Esistono inoltre rischi, in particolare le ARIA, anomalie visibili alla risonanza magnetica che comprendono edema e sanguinamenti cerebrali. Per questo servono selezione genetica, conferma della patologia amiloide, risonanze di controllo e centri con esperienza nella gestione delle complicanze.

Che cosa succede in Italia?

Lโ€™autorizzazione europea non equivale automaticamente alla disponibilitร  a carico del Servizio sanitario nazionale. Il 26 giugno 2026 AIFA ha confermato la non ammissione alla rimborsabilitร  di lecanemab e donanemab per il trattamento dellโ€™Alzheimer in fase iniziale. La Commissione Scientifica ed Economica ha ritenuto che non fossero stati raggiunti i requisiti minimi necessari per la rimborsabilitร  attraverso il SSN.

I farmaci esistono, sono autorizzati nellโ€™Unione europea e hanno dimostrato un effetto clinico. In Italia non sono attualmente rimborsati dal Servizio sanitario nazionale.

E la stimolazione magnetica?

La rTMS, stimolazione magnetica transcranica ripetitiva, non appartiene alla stessa categoria dei farmaci anti-amiloide. In Alzheimer, con la rTMS possibile stimola il cervello e rallentare il declino cognitivo abbiamo analizzato protocolli che utilizzano impulsi magnetici per modulare circuiti cerebrali ancora funzionanti. Diversi studi hanno prodotto segnali di beneficio su memoria, attenzione o funzionamento globale, ma cambiano frequenza, durata, regioni cerebrali stimolate e caratteristiche dei pazienti.

La rTMS รจ non invasiva e utilizza un principio giร  impiegato in altri ambiti neurologici e psichiatrici. Nellโ€™Alzheimer resta perรฒ un campo molto meno consolidato rispetto ai grandi trial farmacologici.

Puรฒ trovare spazio nella neuromodulazione e nella riabilitazione. Non รจ una terapia capace di eliminare amiloide o tau e non puรฒ essere presentata come equivalente agli anticorpi che hanno dimostrato un effetto disease-modifying nei trial di fase III.

Quanto possiamo prevenire?

La parola prevenzione richiede attenzione, perchรฉ lโ€™Alzheimer puรฒ colpire anche chi ha condotto per tutta la vita uno stile considerato sano. Il 15 luglio 2026 lโ€™OMS ha pubblicato la seconda edizione delle linee guida sulla riduzione del rischio di declino cognitivo e demenza. Secondo lโ€™Organizzazione, fino al 45% del rischio di demenza puรฒ essere attribuito a fattori modificabili. Tra questi figurano fumo, consumo dannoso di alcol, inattivitร  fisica, isolamento sociale, inquinamento atmosferico, ipertensione, diabete e altri fattori cardiometabolici.

Quel 45% รจ una stima epidemiologica riferita alla popolazione e alle demenze nel loro complesso. Non significa che ciascuno possa sottrarre matematicamente il 45% dal proprio rischio personale.

Ciรฒ che possiamo fare oggi รจ molto piรน concreto: muoverci, non fumare, controllare pressione, diabete e colesterolo, limitare lโ€™alcol, curare lโ€™udito, mantenere relazioni e attivitร  cognitive, seguire unโ€™alimentazione equilibrata e ridurre per quanto possibile lโ€™esposizione allโ€™inquinamento. Non elimina il rischio ma lo sposta.

Che cosa manca ancora?

Ad oggi manca una terapia capace di arrestare la progressione. Manca un modo per recuperare in maniera stabile il tessuto neuronale giร  perduto. Manca anche un test che, davanti a una persona cognitivamente sana con biomarcatori alterati, possa stabilire con certezza se e quando svilupperร  una demenza. E non sappiamo ancora quali delle numerose strategie che funzionano su cellule e animali riusciranno a superare la sperimentazione clinica.

Anche lโ€™idea di una sola cura valida per tutti appare sempre meno convincente. Lโ€™Alzheimer coinvolge amiloide e tau, ma anche genetica, risposta immunitaria, metabolismo, vasi sanguigni, sistemi di smaltimento delle proteine e capacitร  delle cellule di tollerare o riparare il danno.

Due persone con la stessa diagnosi potrebbero non avere lo stesso equilibrio tra questi processi. E potrebbero, un giorno, aver bisogno di trattamenti differenti o di combinazioni diverse a seconda della fase della malattia.

Per ora riusciamo a riconoscere lโ€™Alzheimer prima, comprendiamo molti piรน meccanismi e possiamo rallentarlo, in alcuni pazienti, ma non sappiamo ancora fermarlo.

Ultimo aggiornamento: 8 agosto 2026

Note per i lettori

Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e divulgativo. Non costituiscono in alcun modo parere medico o prescrizione. Prima di intraprendere qualsiasi terapia o integrazione, รจ necessario consultare il proprio medico curante.

Lโ€™immagine usata per questo articolo รจ stata creata grazie allโ€™utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale

Roberto Zonca

Roberto Zonca รจ giornalista professionista, attivo nellโ€™informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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