Indice
- 1 Una proteina legata ai processi neurodegenerativi emerge come indicatore precoce nei campioni analizzati su migliaia di partecipanti seguiti per oltre due decenni
- 2 Lo studio su quasi 3mila donne seguite per decenni
- 3 Gli scienziati: possibile identificare il rischio decenni prima
- 4 Quando il biomarcatore segnala un rischio maggiore
- 5 I biomarcatori del sangue e la nuova frontiera diagnostica
- 6 Limiti dello studio e prossimi passi della ricerca
- 7 Perché la diagnosi precoce può cambiare la lotta alla demenza
Una proteina legata ai processi neurodegenerativi emerge come indicatore precoce nei campioni analizzati su migliaia di partecipanti seguiti per oltre due decenni
La ricerca sulla diagnosi precoce delle malattie neurodegenerative compie un nuovo balzo in avanti. Un gruppo di scienziati ha individuato un possibile modo per stimare il rischio di demenza con molti anni di anticipo attraverso un semplice esame del sangue. Il risultato arriva da uno studio guidato dai ricercatori della University of California San Diego, che hanno analizzato il ruolo di una specifica proteina collegata ai primi cambiamenti biologici osservati nella Alzheimer’s disease.
Il biomarcatore individuato è la proteina tau fosforilata 217, indicata con la sigla p-tau217. Secondo i ricercatori, livelli più elevati di questa proteina nel sangue risultano fortemente associati allo sviluppo futuro di demenza. Lo studio suggerisce che il segnale biologico potrebbe emergere fino a 25 anni prima della comparsa dei sintomi cognitivi. In prospettiva, una scoperta di questo tipo aprirebbe la strada a programmi di prevenzione più precoci e a un monitoraggio mirato delle persone considerate a rischio. Per la medicina preventiva si tratta di una possibilità molto interessante.
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Lo studio su quasi 3mila donne seguite per decenni
La ricerca ha utilizzato i dati della Women’s Health Initiative Memory Study, uno dei più ampi programmi di osservazione dedicati alla salute cognitiva femminile. Gli scienziati hanno analizzato campioni di sangue raccolti alla fine degli anni Novanta da 2.766 partecipanti, tutte donne con un’età compresa tra 65 e 79 anni al momento dell’arruolamento. Nessuna delle partecipanti mostrava segni evidenti di declino cognitivo all’inizio dello studio.
Nel corso degli anni i ricercatori hanno monitorato lo stato di salute delle partecipanti per un periodo che ha raggiunto fino a 25 anni di follow-up. Durante questo lungo periodo di osservazione gli studiosi hanno confrontato i livelli del biomarcatore p-tau217 presenti nei campioni di sangue con l’evoluzione delle condizioni cognitive delle partecipanti.
I risultati hanno mostrato un legame chiaro tra livelli più elevati della proteina e maggiore probabilità di sviluppare deficit cognitivi lievi o demenza nel corso degli anni successivi. L’analisi statistica ha rafforzato l’ipotesi che il biomarcatore rappresenti un segnale precoce dei processi patologici che caratterizzano le malattie neurodegenerative.
Gli scienziati: possibile identificare il rischio decenni prima
Il primo autore dello studio, Aladdin H. Shadyab, professore associato di salute pubblica e medicina presso la University of California San Diego, ha spiegato il significato dei risultati.
«La conclusione principale è che il nostro studio suggerisce che potrebbe essere possibile rilevare il rischio di demenza con due decenni di anticipo utilizzando un semplice esame del sangue nelle donne anziane», ha dichiarato.
Secondo il ricercatore, il biomarcatore potrebbe diventare uno strumento utile per identificare le persone più esposte alla malattia.
«I nostri risultati dimostrano che il biomarcatore del sangue p-tau217 potrebbe aiutare a identificare gli individui a più alto rischio di demenza molto prima che si manifestino i sintomi», ha aggiunto.
Un intervallo di tempo così lungo permetterebbe ai medici di sviluppare strategie preventive più mirate, favorendo interventi precoci sullo stile di vita e programmi di controllo neurologico personalizzati.
Quando il biomarcatore segnala un rischio maggiore
Lo studio ha evidenziato anche alcune differenze tra i diversi gruppi di partecipanti. Le analisi hanno mostrato che le donne con più di 70 anni e con livelli più alti di p-tau217 tendevano a presentare risultati cognitivi peggiori rispetto alle partecipanti più giovani.
Un’altra variabile rilevante riguarda la presenza del gene APOE ε4, uno dei fattori genetici più noti associati al rischio di Alzheimer’s disease.
Nelle donne portatrici di questa variante genetica il legame tra biomarcatore e sviluppo della malattia è apparso ancora più marcato.
Un ulteriore elemento emerso riguarda la terapia ormonale. I dati suggeriscono che la proteina p-tau217 rappresentava un predittore più forte di demenza nelle donne assegnate casualmente a ricevere una terapia a base di estrogeni e progestinici rispetto a quelle che avevano ricevuto un placebo.
I biomarcatori del sangue e la nuova frontiera diagnostica
L’autrice principale dello studio, Linda K. McEvoy, ricercatrice senior presso il Kaiser Permanente Washington Health Research Institute, ha sottolineato il potenziale di questo approccio diagnostico.
«I biomarcatori basati sul sangue come p-tau217 sono particolarmente promettenti perché sono molto meno invasivi e potenzialmente più accessibili rispetto alle immagini cerebrali o agli esami del liquido spinale», ha affermato.
Oggi la diagnosi precoce delle malattie neurodegenerative richiede spesso tecniche costose o invasive, come la risonanza magnetica avanzata, la PET cerebrale o l’analisi del liquido cerebrospinale. Un test ematico affidabile potrebbe quindi semplificare enormemente i programmi di screening. Il nuovo approccio renderebbe più facile monitorare la popolazione a rischio e consentirebbe di ampliare gli studi clinici dedicati alla prevenzione della demenza.
Limiti dello studio e prossimi passi della ricerca
Gli stessi autori invitano comunque alla prudenza nell’interpretazione dei risultati. Il lavoro ha coinvolto solo donne anziane, quindi le conclusioni potrebbero non riflettere esattamente la situazione di altre popolazioni.
«Lo studio ha esaminato solo donne anziane, quindi i risultati potrebbero non essere necessariamente applicabili agli uomini o alle popolazioni più giovani», ha osservato Shadyab.
Un secondo limite riguarda il tipo di diagnosi analizzata.
«Abbiamo analizzato gli esiti complessivi della demenza piuttosto che sottotipi specifici come la malattia di Alzheimer», ha aggiunto il ricercatore.
I prossimi studi dovranno quindi valutare l’utilità del biomarcatore in gruppi più ampi e diversificati, oltre a chiarire il ruolo della proteina nelle diverse forme di declino cognitivo.
Perché la diagnosi precoce può cambiare la lotta alla demenza
La possibilità di stimare il rischio di malattie neurodegenerative con molti anni di anticipo rappresenta una delle grandi sfide della medicina moderna. Le terapie disponibili oggi funzionano meglio quando intervengono nelle fasi iniziali del processo patologico, prima che il danno neuronale diventi esteso.
Un esame del sangue capace di segnalare il rischio potrebbe quindi trasformare il modo in cui la medicina affronta queste patologie. Significherebbe passare da un modello basato sulla diagnosi dei sintomi a un approccio centrato sulla prevenzione biologica precoce. In prospettiva, l’integrazione di biomarcatori come p-tau217 con informazioni genetiche, cliniche e ambientali potrebbe offrire strumenti sempre più precisi per proteggere la salute del cervello lungo tutto l’arco della vita.
A cura della Redazione GTNews
