Nucleare, l’Italia riapre la partita tra costi, rischi e alternative in parte ignorate

Dopo due referendum popolari, il Parlamento rilancia l’atomo. Ma le rinnovabili avanzano, i tempi si allungano e l’Italia deve ancora risolvere il problema delle scorie radioattive

LA NOTIZIA IN BREVE – Il nucleare torna nei programmi energetici italiani dopo due referendum che avevano contribuito a fermarne lo sviluppo. Questa volta a riaprire la partita è stato il Parlamento, senza una nuova consultazione popolare. Una scelta che solleva interrogativi sulla partecipazione dei cittadini e, soprattutto, sulla convenienza economica del ritorno all’atomo.

Il panorama energetico è profondamente cambiato. Solare ed eolico hanno raggiunto costi competitivi, mentre gli accumuli energetici offrono possibilità crescenti per compensare la discontinuità della produzione. Le nuove centrali nucleari richiederebbero invece investimenti ingenti, procedure complesse e tempi incompatibili con gli obiettivi del 2030.

Restano inoltre questioni irrisolte: il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, la scelta dei territori, l’indipendenza dei controlli e la vulnerabilità degli impianti alle siccità estreme. Il nucleare può garantire elettricità a basse emissioni e con elevata continuità. Ma quali benefici offrirebbe realmente all’Italia rispetto alle alternative già disponibili? È su costi, tempi e responsabilità future che la politica dovrà fornire risposte verificabili.

Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento

L’APPROFONDIMENTO – Quarant’anni fa gli italiani contribuirono a fermare il programma nucleare nazionale. Nel 2011 tornarono alle urne e respinsero nuovamente le norme che avrebbero consentito il rilancio dell’atomo. Oggi, a quindici anni dall’ultimo referendum, l’Italia si prepara a ripercorrere quella strada. Stavolta, però, la decisione è arrivata dal Parlamento. Il nucleare torna così al centro della politica energetica italiana. Con una differenza rispetto al passato: oggi esistono alternative tecnologiche che negli anni Ottanta erano ancora lontane dalla maturità industriale e che nel 2011 avevano costi decisamente superiori agli attuali. Fotovoltaico, eolico e sistemi di accumulo hanno cambiato il mercato dell’elettricità. Il confronto, dunque, meriterebbe di partire da una domanda concreta: quale vantaggio avrebbe l’Italia nel costruire nuove centrali nucleari?

Il 23 settembre 2026 il Senato ha approvato definitivamente la legge delega sul nucleare sostenibile con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astensioni. Hanno sostenuto il provvedimento i partiti della maggioranza di centrodestra – Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e le formazioni centriste alleate – insieme ad Azione di Carlo Calenda. Contrari Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, mentre Italia Viva ha scelto l’astensione. Nel gruppo delle Autonomie le posizioni non sono state uniformi.

La legge n. 169 del 29 settembre 2026 entrerà in vigore il 15 ottobre e concederà al Governo dodici mesi per definire attraverso decreti legislativi le regole del nuovo programma nucleare: autorizzazioni, sicurezza, localizzazione degli impianti, gestione dei rifiuti e smantellamento.

Il percorso legislativo è dunque avviato. Il programma industriale, invece, deve ancora prendere forma. Mancano i siti, i progetti autorizzati, un quadro economico completo e soprattutto la dimostrazione che le nuove centrali possano offrire al Paese elettricità a condizioni più convenienti rispetto alle altre soluzioni disponibili.

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Due referendum che hanno cambiato la storia energetica italiana

Per capire che cosa stia accadendo occorre tornare al novembre 1987, quando gli italiani votarono tre referendum abrogativi riguardanti il nucleare. I quesiti intervenivano sui contributi economici agli enti locali che ospitavano determinati impianti energetici, sul potere del CIPE di individuare i siti delle centrali e sulla possibilità per l’ENEL di partecipare a progetti nucleari all’estero.

Nessuno dei tre introduceva un divieto generale e permanente alla costruzione di centrali. Il dettaglio è fondamentale: un referendum abrogativo elimina specifiche disposizioni legislative e non impedisce automaticamente al Parlamento di intervenire nuovamente sulla materia. La successiva attività legislativa deve naturalmente rispettare i principi costituzionali e i limiti elaborati dalla giurisprudenza.

Il risultato fu comunque netto. Partecipò il 65,1% degli aventi diritto. I sì all’abrogazione raggiunsero l’80,6% nel quesito sulla localizzazione, il 79,7% in quello sui contributi agli enti locali e il 71,9% nella consultazione sulle partecipazioni dell’ENEL all’estero.

Il Governo era guidato dal democristiano Giovanni Goria e sostenuto dal pentapartito composto da DC, PSI, PSDI, PRI e PLI. Quel voto arrivò a poco più di un anno dal disastro di Chernobyl, che aveva profondamente modificato la percezione dei rischi dell’energia atomica. Le decisioni politiche successive portarono all’abbandono del programma nucleare nazionale.

Nel 2011 accadde qualcosa di simile. L’Italia era governata da Silvio Berlusconi, il cui esecutivo aveva avviato il percorso per riportare la produzione elettronucleare nel Paese. A marzo, però, il terremoto e lo tsunami in Giappone provocarono l’incidente di Fukushima. Tre mesi dopo gli italiani tornarono alle urne.

Il 12 e 13 giugno 2011 i voti favorevoli all’abrogazione furono 25.643.652, pari al 94,05% dei voti validi, con un’affluenza del 54,79%.

Anche in quell’occasione il referendum intervenne su disposizioni legislative specifiche. Il pronunciamento contribuì tuttavia a fermare il programma di rilancio nucleare.

Oggi il divieto permanente talvolta richiamato nel dibattito pubblico non esiste. Esistono due consultazioni che hanno segnato la politica energetica italiana e alle quali parteciparono milioni di cittadini. Il loro significato storico e politico rimane rilevante, anche a distanza di decenni.

I cittadini hanno votato due volte. Ora decide il Parlamento

C’è un aspetto che distingue il 2026 dalle precedenti stagioni nucleari e che rischia di perdersi nella discussione sulle tecnologie. Nel 1987 e nel 2011 furono i cittadini, attraverso referendum abrogativi, a contribuire all’interruzione dei programmi dell’epoca. Oggi la scelta di ricostruire un quadro normativo favorevole al nucleare arriva dalla maggioranza parlamentare, senza una nuova consultazione popolare.

Il Parlamento ha il potere costituzionale di legiferare in materia energetica. La nuova legge, peraltro, non autorizza ancora la costruzione di alcuna centrale. La questione giuridica va tenuta distinta da quella politica. Quanto pesa la volontà espressa dagli elettori nelle due precedenti consultazioni? E quanto spazio avranno i cittadini nelle decisioni che seguiranno?

Sono interrogativi che riguardano la qualità della partecipazione democratica. Perché approvare una legge è un passaggio, individuare un territorio destinato a ospitare una centrale e convincere quella comunità ad accettarla è qualcosa di molto diverso.

Il Governo ritiene che le condizioni siano cambiate. È una posizione che può essere sostenuta attraverso argomenti economici, ambientali e industriali. Ma sarebbe opportuno conoscere anche l’orientamento attuale della popolazione.

Una nuova consultazione nazionale richiederebbe un percorso giuridico compatibile con gli strumenti previsti dall’ordinamento. Esistono comunque altre possibilità: audizioni indipendenti, consultazioni pubbliche, accesso ai progetti, confronti con le amministrazioni territoriali e procedure nelle quali le osservazioni dei cittadini abbiano un peso effettivo.

Le alternative esistono. E i numeri meritano attenzione

Il settore energetico del 2026 è profondamente diverso da quello che gli italiani conoscevano nel 1987. La trasformazione più evidente riguarda il costo delle fonti rinnovabili. Secondo il rapporto pubblicato nel luglio 2026 dall’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA), nel 2025 il costo medio mondiale dell’elettricità prodotta dai nuovi impianti eolici terrestri è stato di 33 dollari per megawattora, contro i 44 dollari del fotovoltaico e i 78 dollari dell’eolico offshore.

L’agenzia rileva inoltre che oltre il 90% dei progetti rinnovabili di grande scala entrati in funzione nel 2025 ha prodotto energia a costi inferiori rispetto alla nuova centrale a combustibili fossili meno costosa realizzata nel rispettivo mercato. Sono dati che meritano attenzione, ma vanno interpretati. Rappresentano medie internazionali e non possono essere trasferiti automaticamente alla realtà italiana. Inoltre, il costo di produzione di un singolo impianto non comprende tutte le spese necessarie per garantire la continuità della fornitura elettrica.

Il punto rimane comunque significativo: solare ed eolico sono oggi tecnologie industrialmente mature, con costi competitivi e possibilità di realizzazione generalmente più rapide rispetto a una nuova centrale nucleare.

Il nucleare conserva vantaggi importanti. Può produrre grandi quantità di elettricità con elevata continuità e basse emissioni durante l’esercizio. In un sistema elettrico sempre più dipendente dalle condizioni meteorologiche, questa caratteristica ha un valore concreto.

Ma il ritorno all’atomo richiede investimenti elevati e una complessa organizzazione industriale. L’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), nel rapporto The Path to a New Era for Nuclear Energy del gennaio 2025, individua proprio nei finanziamenti, nei ritardi dei cantieri e negli aumenti dei costi alcuni dei principali problemi incontrati dai nuovi progetti.

L’Italia dovrebbe inoltre ricostruire una filiera produttiva, rafforzare le competenze, scegliere le tecnologie e organizzare il sistema autorizzativo.

Molte aspettative vengono riposte negli Small Modular Reactors (SMR), piccoli reattori modulari progettati per favorire la standardizzazione e contenere la complessità dei cantieri. La prospettiva è interessante, ma la competitività economica delle diverse soluzioni dovrà essere verificata attraverso una diffusione commerciale più ampia.

C’è poi un elemento che nessuna previsione industriale può ignorare: il calendario. Il nuovo nucleare italiano non potrà contribuire agli obiettivi energetici del 2030. Siamo nell’ottobre 2026 e il Paese deve ancora completare il quadro normativo, individuare i siti, autorizzare e realizzare gli impianti.

Nel frattempo, fotovoltaico ed eolico possono già aumentare la produzione nazionale. Richiedono autorizzazioni, connessioni alla rete e investimenti infrastrutturali, ma partono da tecnologie ampiamente utilizzate e disponibili sul mercato.

Naturalmente il sole tramonta e il vento può mancare anche per periodi prolungati. Le rinnovabili variabili richiedono dunque batterie, sistemi di pompaggio idroelettrico, reti più flessibili, interconnessioni e altre risorse capaci di assicurare la continuità del servizio.

Resta però da chiarire quanto costerebbe garantire all’Italia un sistema elettrico affidabile attraverso differenti combinazioni di tecnologie. Prima di impegnare miliardi nel nuovo nucleare, sarebbe opportuno mettere sul tavolo anche un confronto economico completo con uno scenario fondato su rinnovabili, accumuli e reti.

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Quando il caldo ferma anche i reattori

L’estate 2026 ha aggiunto un elemento al dibattito sulla sicurezza degli approvvigionamenti. Come abbiamo raccontato anche sulle pagine di GiornaleTecnologico.net, le ondate di calore e la siccità hanno provocato limitazioni e fermate temporanee in diversi impianti nucleari europei. Secondo un’analisi di ICIS pubblicata il 30 luglio, circa 7 gigawatt di capacità nucleare risultavano indisponibili tra Francia, Ungheria e Romania a causa delle temperature elevate e delle condizioni dei corsi d’acqua.

Il problema riguarda soprattutto le centrali raffreddate con acqua prelevata dai fiumi. Quando la portata diminuisce o la temperatura diventa troppo elevata, gli impianti possono essere costretti a ridurre la produzione per rispettare i limiti ambientali. In alcuni casi si rende necessaria una fermata temporanea.

Sono limitazioni che possono derivare dalla tutela degli ecosistemi acquatici, senza implicare necessariamente problemi alla sicurezza dei reattori. Le centrali costiere e i differenti sistemi di raffreddamento presentano vulnerabilità diverse. Per l’Italia, dove la disponibilità idrica è già una criticità in numerose aree, il problema merita particolare attenzione.

La continuità produttiva rimane uno dei principali punti di forza del nucleare. Gli episodi dell’estate 2026 mostrano però che anche una fonte programmabile può risentire delle condizioni climatiche estreme.

L’altro argomento ricorrente riguarda l’indipendenza energetica. Il nucleare potrebbe ridurre il consumo di gas importato, ma l’Italia dovrebbe comunque procurarsi all’estero il combustibile per alimentare i reattori, oltre a dipendere da fornitori internazionali per una parte dei componenti e dei servizi industriali. Le scorte di combustibile e la diversificazione dei fornitori possono ridurre il rischio di interruzioni. Rimane comunque una dipendenza da filiere internazionali. Le rinnovabili richiedono anch’esse componenti e materie prime spesso importati, ma una volta costruiti gli impianti sole e vento sono risorse disponibili senza acquisti continui di combustibile.

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Dove costruire, chi controlla e soprattutto chi paga?

Una centrale nucleare può essere discussa per anni senza che nessuno debba affrontare il problema della sua collocazione. Poi arriva il momento di scegliere un territorio. Servono caratteristiche geologiche adeguate, valutazioni sismiche, disponibilità idrica, infrastrutture, collegamenti alla rete elettrica e sistemi di protezione. A questi requisiti si aggiunge la necessità di confrontarsi con le comunità interessate. Quanti cittadini favorevoli al nucleare sarebbero altrettanto disponibili ad accettare una centrale vicino a casa?

Il problema riguarda anche altre infrastrutture energetiche. Impianti eolici e fotovoltaici incontrano spesso opposizioni legate all’impatto paesaggistico, al consumo di suolo e alle attività economiche locali. Le centrali nucleari comportano inoltre specifiche responsabilità in materia di sicurezza, gestione del combustibile e protezione della popolazione. Uno dei quesiti del 1987 interveniva proprio sui poteri relativi alla localizzazione. Dopo quasi quarant’anni, la domanda torna attuale: chi avrà l’ultima parola sulla scelta dei siti?

Occorrerà inoltre garantire l’indipendenza degli organismi incaricati di verificare la sicurezza. L’Italia dispone già dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, ISIN. L’eventuale costruzione di nuovi reattori richiederebbe competenze, personale e risorse adeguate a un programma di produzione elettronucleare.

I controlli dovranno essere indipendenti dagli interessi di chi promuove, finanzia e gestisce gli impianti. E dovranno continuare per decenni, anche quando saranno cambiati governi, maggioranze e amministratori.

Rimane poi il problema del denaro. Chi finanzierà le centrali? Quali garanzie chiederanno gli investitori? Chi si assumerà gli eventuali costi aggiuntivi se i lavori dureranno più del previsto? Sono domande tutt’altro che secondarie. Nei grandi progetti nucleari il coinvolgimento pubblico può assumere forme diverse, dai finanziamenti alle garanzie, fino a contratti che assicurano ricavi prevedibili. In questi casi, una parte del rischio economico può ricadere sui contribuenti o sulle bollette. Prima di dare avvio ai progetti occorrerà chiarire anche questo aspetto.

Le scorie che l’Italia deve ancora sistemare

L’Italia discute della costruzione di nuove centrali mentre deve ancora completare il percorso per realizzare il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. È probabilmente una delle contraddizioni più concrete dell’intera vicenda. Da decenni il Paese ha interrotto la produzione commerciale di elettricità nucleare, ma continua a gestire materiali radioattivi provenienti dagli impianti dismessi, dalla ricerca, dall’industria e dalle attività sanitarie. L’ISIN ne documenta periodicamente quantità e caratteristiche attraverso l’Inventario nazionale dei rifiuti radioattivi.

Il Deposito nazionale dovrebbe consentire lo smaltimento definitivo dei materiali a molto bassa e bassa attività e lo stoccaggio temporaneo di quelli a media e alta attività, in attesa delle rispettive soluzioni di lungo periodo. La sua realizzazione incontra da anni difficoltà amministrative, politiche e territoriali. Intanto la necessità di gestire in sicurezza i materiali già presenti rimane. Se il Paese fatica a realizzare un’infrastruttura destinata ai rifiuti che possiede, quali garanzie potrà offrire per quelli che deriverebbero da un nuovo programma nucleare?

I materiali radioattivi presentano livelli di pericolosità e caratteristiche differenti. Il combustibile esaurito richiede soluzioni specifiche, capaci di assicurare l’isolamento e la sicurezza per periodi molto lunghi. Anche lo smantellamento delle centrali comporta costi, infrastrutture e competenze specializzate.

Tutte queste attività devono essere considerate prima dell’avvio degli impianti, prevedendo responsabilità definite e risorse economiche sufficienti. Una centrale può produrre elettricità per molti decenni. La responsabilità di gestire alcuni dei materiali che lascia dietro di sé può durare molto più a lungo.

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Il nodo che la politica deve ancora sciogliere

Il ritorno del nucleare riapre una discussione che riguarda il futuro industriale, ambientale ed economico dell’Italia. La necessità di ridurre le emissioni è reale, così come quella di contenere il costo dell’energia e diminuire la dipendenza dai combustibili fossili importati. Il nucleare può contribuire a questi obiettivi attraverso una produzione elettrica continua e a basse emissioni. Ma il suo sviluppo richiede investimenti elevati, tempi lunghi, infrastrutture e responsabilità che si protraggono per generazioni.

Nel frattempo il mercato energetico è cambiato. Solare, eolico e accumuli offrono opportunità concrete, pur richiedendo una profonda trasformazione delle reti e strumenti capaci di garantire stabilità al sistema. L’Italia deve quindi valutare con rigore i costi e i benefici delle diverse soluzioni. E deve farlo considerando anche il tempo necessario per ottenere risultati.

Link e fonti

Leggi, atti parlamentari, sentenze della Corte costituzionale e rapporti tecnici per verificare il ritorno del nucleare in Italia, i precedenti referendum, i costi delle alternative energetiche e le questioni ancora aperte sulla sicurezza e sui rifiuti radioattivi.

  • Legge

    Legge 29 settembre 2026, n. 169 – Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile

    Ente: Repubblica Italiana, Gazzetta Ufficiale
    Data:

    È il testo normativo ufficiale che avvia il nuovo percorso legislativo italiano sul nucleare. Consente di verificare l’oggetto della delega, i termini per l’adozione dei decreti legislativi e le disposizioni relative a impianti, sicurezza, combustibile e rifiuti radioattivi. La legge entra in vigore il 15 ottobre 2026.

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  • Atto parlamentare

    Atto Senato n. 1924 – Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile: votazioni elettroniche

    Ente: Senato della Repubblica
    Data:

    La documentazione parlamentare della votazione definitiva sul provvedimento. Riporta il risultato ufficiale della seduta n. 458: 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astensioni. Permette di verificare l’esito legislativo richiamato nell’apertura dell’approfondimento.

    Consulta le votazioni ↗
  • Sentenza costituzionale

    Sentenza n. 25/1987 – Ammissibilità dei referendum in materia di energia nucleare

    Ente: Corte costituzionale
    Data:

    La sentenza individua le disposizioni oggetto dei tre referendum del 1987: contributi agli enti locali, procedure di localizzazione delle centrali e partecipazioni dell’ENEL in impianti nucleari esteri. È la fonte giuridica essenziale per distinguere le norme sottoposte ad abrogazione dal significato politico della consultazione.

    Consulta la sentenza ↗
  • Sentenza costituzionale

    Sentenza n. 174/2011 – Referendum abrogativo sull’energia nucleare

    Ente: Corte costituzionale
    Data:

    La Corte esamina l’ammissibilità del quesito referendario dopo le modifiche legislative intervenute nel 2011. Il documento chiarisce perché la consultazione poté svolgersi e quali norme furono sottoposte al voto. È particolarmente utile per comprendere il rapporto tra volontà referendaria e successive scelte legislative.

    Consulta la sentenza ↗
  • Rapporto internazionale

    Renewable Power Generation Costs in 2025

    Ente: IRENA – International Renewable Energy Agency
    Consultazione:

    Rapporto pubblicato nel luglio 2026 che analizza i costi di produzione delle nuove installazioni rinnovabili. Documenta i valori medi mondiali del 2025: 33 dollari/MWh per l’eolico terrestre, 44 per il fotovoltaico e 78 per l’eolico offshore. I dati sono medie internazionali e non costituiscono da soli un confronto completo tra i costi dei sistemi elettrici italiani.

    Consulta il rapporto ↗
  • Rapporto internazionale

    The Path to a New Era for Nuclear Energy

    Ente: IEA – International Energy Agency
    Data:

    Analisi internazionale sulle prospettive del nucleare, compresi i piccoli reattori modulari (SMR). Esamina il ruolo della tecnologia nella sicurezza energetica, insieme alle difficoltà di finanziamento, ai ritardi dei cantieri, ai rischi economici e alla necessità di rafforzare le filiere. Permette di verificare vantaggi e criticità del nuovo nucleare attraverso la stessa fonte tecnica.

    Consulta il rapporto ↗
  • Inventario istituzionale

    Inventario nazionale dei rifiuti radioattivi

    Ente: ISIN – Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione
    Consultazione:

    Inventario ufficiale dei rifiuti radioattivi presenti in Italia, con dati aggiornati al 31 dicembre 2024. Documenta volumi, caratteristiche e condizioni di stoccaggio, includendo combustibile esaurito e sorgenti dismesse. Costituisce il riferimento tecnico per comprendere l’eredità del precedente programma nucleare e le necessità di gestione dei rifiuti esistenti.

    Consulta l’inventario ↗
  • Analisi originale di mercato

    Persistent heat, low river flows squeeze European nuclear output, lifting gas burn risk

    Ente: ICIS
    Data:

    Analisi originale basata su dati raccolti da ICIS sulle conseguenze del caldo e della scarsa portata dei fiumi per la produzione nucleare europea. Segnala circa 7 GW di capacità indisponibile tra Francia, Ungheria e Romania alla data considerata. È la fonte del dato citato nell’articolo sulle limitazioni produttive associate alle condizioni climatiche estreme.

    Consulta l’analisi ↗

Fonti consultate e verificate dalla redazione di GiornaleTecnologico.net.

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Note per i lettori

L’immagine usata per questo articolo è stata creata grazie all’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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