Indice
- 1 Il team dell’Università di Verona rivela come alcune cellule del sistema immunitario, nate per difendere il corpo, finiscono per distruggere i neuroni e accelerare la malattia
- 2 La scoperta di Verona cambia la ricerca sull’Alzheimer
- 3 Un’epidemia silenziosa: 66 milioni di malati entro il 2030
- 4 Cervello e sistema immunitario, un dialogo che può distruggere
- 5 L’Italia sulla mappa delle neuroscienze
Il team dell’Università di Verona rivela come alcune cellule del sistema immunitario, nate per difendere il corpo, finiscono per distruggere i neuroni e accelerare la malattia
Quando il sistema immunitario si ribella, il cervello diventa il bersaglio. È quanto emerge da una ricerca dell’Università di Verona che riscrive le basi biologiche dell’Alzheimer: il sistema immunitario, nato per proteggerci, può diventare il suo peggior nemico. Alcune cellule di difesa, i linfociti T, invece di combattere virus e infezioni, finiscono per attaccare i neuroni, contribuendo alla perdita di memoria e alle lesioni tipiche della malattia.
Lo studio, pubblicato su Nature Communications e coordinato dalla professoressa Gabriela Constantin, ha scoperto che una particolare popolazione di cellule T CD8+ libera un enzima, la granzima K, capace di scatenare un’infiammazione tossica nel cervello. È lo stesso meccanismo con cui l’organismo elimina cellule malate, ma in questo caso il bersaglio diventa il tessuto nervoso sano. Un processo silenzioso e subdolo che, invece di difendere, accelera la degenerazione. In altre parole, il cervello collabora involontariamente alla propria distruzione, aprendo una nuova pagina nella comprensione dell’Alzheimer.
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La scoperta di Verona cambia la ricerca sull’Alzheimer
Il gruppo coordinato da Gabriela Constantin, docente di Patologia generale e prorettrice alla Ricerca dell’ateneo veronese, ha analizzato tessuti cerebrali di pazienti e modelli animali affetti da Alzheimer. È emerso che i linfociti T CD8+, normalmente destinati a eliminare le cellule infette, riescono ad attraversare la barriera che separa il sangue dal cervello. Una volta dentro, rilasciano granzima K, un enzima che invece di difendere provoca danni ai neuroni.
«Il nostro studio dimostra un dialogo anomalo tra immunità e cervello nella malattia di Alzheimer», spiega la professoressa Constantin. «I linfociti CD8 rilasciano granzima K, una molecola che aggredisce i neuroni e ne altera la funzione».
La scoperta apre a nuove strategie terapeutiche: agire sul sistema immunitario, e non solo sulle proteine tossiche, potrebbe rallentare la progressione della malattia. Gli studiosi ipotizzano che meccanismi simili possano essere presenti anche in altre patologie neurodegenerative, come il morbo di Parkinson e la sclerosi multipla, dove l’infiammazione del sistema nervoso è già un segno distintivo.
Un’epidemia silenziosa: 66 milioni di malati entro il 2030
L’Alzheimer resta la forma di demenza più diffusa al mondo e una delle sfide sanitarie più gravi del futuro. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, entro il 2030 le persone colpite supereranno i 66 milioni, e nel 2050 potrebbero salire a 115 milioni. Numeri impressionanti, destinati a pesare non solo sui sistemi sanitari ma anche sulle famiglie, spesso lasciate sole ad affrontare la malattia.
Oggi l’Alzheimer ha una durata media compresa tra tre e nove anni, e nessuna terapia è in grado di modificarne realmente il decorso. I trattamenti disponibili si limitano ad alleviare i sintomi o a rallentare il declino cognitivo, ma non bloccano la degenerazione dei neuroni. In questo contesto, ogni scoperta sui meccanismi biologici che innescano la malattia rappresenta una possibilità concreta per cambiare direzione. Capire come e perché il sistema immunitario “impazzisce” nel cervello potrebbe aprire la strada a farmaci capaci di fermare il danno prima che diventi irreversibile.
Cervello e sistema immunitario, un dialogo che può distruggere
Per anni si è pensato che il cervello fosse isolato dal resto del corpo, protetto da una barriera impenetrabile alle cellule immunitarie. Oggi sappiamo che non è così. In condizioni normali, i globuli bianchi restano fuori dal sistema nervoso, ma quando qualcosa si altera, come avviene nell’Alzheimer, quella barriera si indebolisce. Le cellule immunitarie riescono allora a entrare nel cervello, dove dovrebbero aiutare a “ripulire” i residui tossici.
In realtà, accade l’opposto: il loro arrivo scatena un’infiammazione che alimenta la produzione di amiloide beta e la trasformazione tossica della proteina tau, le due firme biologiche della malattia.
Il gruppo dell’Università di Verona ha individuato in modo preciso la catena che collega questi eventi. Al centro c’è la via granzima K – PAR-1, il meccanismo molecolare che trasforma la risposta immunitaria in un attacco contro i neuroni. È un passaggio chiave che potrebbe spiegare perché molti trattamenti sperimentali, concentrati solo sulla rimozione delle placche, abbiano finora fallito: la causa non è solo ciò che si accumula, ma anche chi agisce dall’interno.
L’Italia sulla mappa delle neuroscienze
Dietro questa scoperta c’è un gruppo di ricerca numeroso e affiatato, coordinato da Gabriela Constantin, docente di Patologia generale e prorettrice alla Ricerca dell’Università di Verona. La prima autrice dello studio è Eleonora Terrabuio, affiancata da Enrica Caterina Pietronigro, con la collaborazione di oltre venti ricercatori provenienti dai dipartimenti di Medicina, Neuroscienze, Biotecnologie e dal Centro Piattaforme Tecnologiche dell’ateneo scaligero.
Il progetto è stato sostenuto da finanziamenti della Commissione Europea, della Fondazione Italiana Sclerosi Multipla, dal National Centres Program e dal PNRR “Partenariati estesi”, a conferma dell’interesse internazionale verso la ricerca italiana.
La professoressa Constantin non è nuova ai riconoscimenti: nel 2003 è stata la prima donna in Italia a ricevere il Premio Rita Levi Montalcini, e nel 2010 l’European Research Council l’ha inserita tra le scienziate eccezionali del continente. Con questa nuova pubblicazione su Nature Communications, il suo gruppo consolida un ruolo di riferimento nel panorama mondiale delle neuroscienze.
Fonte:
Nature Communications
