Dai biomarcatori nel sangue ai primi farmaci capaci di rallentare il declino, mentre genetica, immunità e metabolismo aprono nuove piste. Ma tra risultati clinici e promesse di laboratorio la distanza resta ancora enorme
LA NOTIZIA IN BREVE – L’Alzheimer può iniziare molti anni prima dei primi problemi di memoria e oggi alcuni dei suoi segnali biologici sono rilevabili anche nel sangue. Biomarcatori come p-tau217, modelli predittivi come INTERCEPTOR e nuovi strumenti diagnostici stanno anticipando sempre di più il momento in cui la malattia può essere riconosciuta. Sul fronte delle cure, anticorpi come lecanemab e donanemab hanno dimostrato di rallentare il declino in pazienti selezionati, senza però riuscire a fermarlo.
Intanto la ricerca si è allargata ben oltre amiloide e tau. Genetica APOE, microglia, astrociti, immunità, metabolismo, salute vascolare, sonno, infezioni, inquinamento e riparazione del DNA stanno mostrando quanto l’Alzheimer sia il risultato di processi diversi che si intrecciano nel tempo. Alcune di queste piste hanno già conseguenze cliniche, altre restano confinate ai laboratori. Il punto, oggi, è distinguere ciò che sappiamo davvero da ciò che deve ancora superare la prova decisiva sull’uomo.
Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento
IL DOSSIER COMPLETO – Per anni l’Alzheimer è stato riconosciuto soprattutto quando la memoria cominciava a cedere e il danno cerebrale era già avanzato. Oggi alcune alterazioni associate alla malattia possono essere individuate molto prima della demenza, anche attraverso biomarcatori misurabili nel sangue. E per una parte dei pazienti nelle fasi iniziali sono arrivati farmaci capaci di rallentare il declino. Fermare l’Alzheimer, però, non è ancora possibile.
Ma amiloide e tau non sono più gli unici bersagli della ricerca. Restano al centro degli studi, ma non bastano più a spiegare da sole perché la malattia compaia, perché proceda più rapidamente in alcune persone e perché altre sembrino resisterle più a lungo. Negli ultimi mesi abbiamo seguito lavori sulla genetica APOE, sulla microglia e sugli astrociti, sul sistema immunitario, sul metabolismo dei lipidi, sul sonno, sulle infezioni e sui meccanismi con cui i neuroni riparano il proprio DNA.
Alcuni di questi risultati hanno già conseguenze cliniche. Altri provengono da esperimenti su cellule o animali e potrebbero non tradursi mai in una terapia. Metterli sullo stesso piano sarebbe un errore. Per capire a che punto siamo davvero occorre quindi separare le acquisizioni consolidate dalle ipotesi ancora da dimostrare e, soprattutto, dalle terapie che oggi sono realmente disponibili.
Alzheimer, a che punto siamo oggi?
Diagnosi, terapie, prevenzione e ricerca: una fotografia sintetica dello stato dei lavori.
| Area | Stato dei lavori |
|---|---|
| Diagnosi precoce Più avanzata | I biomarcatori nel sangue, soprattutto p-tau217, permettono di individuare alterazioni associate all’Alzheimer molto prima della demenza. Non consentono però di sapere con certezza chi svilupperà la malattia clinica. |
| Previsione del rischio In sviluppo | Modelli come INTERCEPTOR combinano dati clinici, test cognitivi e biomarcatori per stimare il rischio di progressione da MCI a demenza. Nessun modello è ancora in grado di prevedere con certezza il destino del singolo paziente. |
| Terapie Disponibili con limiti | Lecanemab e donanemab possono rallentare modestamente il declino nelle fasi iniziali e in pazienti selezionati. Non fermano la malattia, non recuperano le funzioni perdute e in Italia non sono attualmente rimborsati dal SSN. |
| Nuove terapie Sperimentali | APOE2, Arc, tau 1N4R, Sox9, GADD45G, SIRT2, microglia, cellule immunitarie e metabolismo del litio stanno facendo emergere nuovi possibili bersagli. Gran parte delle prove deriva ancora da cellule o modelli animali. |
| Prevenzione Già applicabile | È possibile intervenire su una parte del rischio attraverso pressione, diabete, fumo, attività fisica, salute cardiovascolare, udito, alimentazione e socialità. Nessuna strategia garantisce però di evitare l’Alzheimer nel singolo individuo. |
| Cura definitiva Non disponibile | Sappiamo riconoscere prima la malattia e rallentarla in alcuni pazienti. Non sappiamo ancora arrestare l’Alzheimer, invertire stabilmente il danno cerebrale o impedire con certezza la progressione verso la malattia clinica. |
Stato delle conoscenze aggiornato all’8 agosto 2026. Il quadro può cambiare con nuovi risultati clinici, autorizzazioni regolatorie e studi sperimentali.
Quando comincia l’Alzheimer?
La memoria che cede è spesso ciò che porta il paziente o la famiglia dal medico. Il processo biologico può però essere iniziato molto prima. Beta-amiloide e tau possono modificarsi e accumularsi, il metabolismo delle cellule può cambiare e le connessioni tra neuroni possono perdere efficienza mentre la persona continua a vivere normalmente.
Tra l’invecchiamento cognitivo fisiologico e la demenza esiste inoltre il mild cognitive impairment, MCI o deterioramento cognitivo lieve. La persona presenta difficoltà misurabili della memoria o di altre funzioni, ma conserva ancora una sostanziale autonomia. Una parte degli MCI resterà stabile, una parte avrà altre cause e solo alcuni casi evolveranno verso la demenza.
Anche la percezione che il malato ha di ciò che gli sta accadendo cambia con il tempo. Nell’approfondimento chi soffre di demenza se ne accorge? Cosa dice la medicina avevamo ricostruito il passaggio dalla consapevolezza delle prime difficoltà all’anosognosia, la condizione neurologica nella quale il paziente può non riconoscere più i propri deficit. Non è semplice ostinazione: nelle demenze può essere compromessa proprio la capacità di valutare correttamente il proprio stato.
La lunga fase che precede la perdita dell’autonomia spiega perché tanta parte della ricerca si sia spostata verso un obiettivo preciso: intercettare la malattia quando il cervello conserva ancora una parte consistente delle proprie risorse.
Quanto presto possiamo individuare la malattia?
Il sangue è diventato uno dei protagonisti di questo cambiamento. Nell’ottobre 2025 avevamo raccontato in Alzheimer, un prelievo di sangue anticipa la diagnosi di 15 anni come alcuni biomarcatori potessero segnalare processi associati alla malattia molto prima della diagnosi clinica. Nell’aprile 2026 il tema è tornato con Demenza, esame del sangue anticipa rischio con 25 anni di anticipo: in 2.766 donne anziane seguite per oltre due decenni, livelli maggiori di p-tau217 erano associati a una probabilità più alta di sviluppare successivamente MCI o demenza. Quello studio riguardava però la demenza nel suo complesso e non permetteva di prevedere individualmente l’Alzheimer.
Nel frattempo è arrivato anche il primo passaggio regolatorio concreto. Il 16 maggio 2025 la FDA statunitense ha autorizzato il Lumipulse G pTau217/β-Amyloid 1-42 Plasma Ratio, primo dispositivo diagnostico basato sul sangue destinato ad aiutare l’identificazione della patologia amiloide in persone dai 55 anni in su che presentano segni o sintomi compatibili con Alzheimer. Non è stato autorizzato per lo screening indiscriminato delle persone sane.
La p-tau217 è diventata nel frattempo anche uno strumento per tentare di quantificare il rischio futuro.
Uno studio pubblicato su JAMA il 14 luglio 2026 ha analizzato 2.684 persone cognitivamente integre appartenenti a sei coorti. Durante un follow-up mediano di 5,4 anni, 478 sono progredite verso un deterioramento cognitivo. Nel gruppo con p-tau217 molto elevata, la probabilità assoluta stimata di progressione entro cinque anni era del 38%. Con valori elevati, ma inferiori, scendeva al 24%.
Il dato può essere letto anche al contrario: oltre sei persone su dieci tra quelle con p-tau217 molto elevata non avevano sviluppato deterioramento cognitivo entro quei cinque anni.
È qui che diagnosi biologica e previsione clinica smettono di essere sinonimi. Un biomarcatore può segnalare che qualcosa sta accadendo e modificare una probabilità. Non può ancora dire con certezza che cosa accadrà a quella singola persona.
Lo stesso problema è alla base del progetto italiano INTERCEPTOR. Il modello combina informazioni cliniche, test neuropsicologici e biomarcatori per distinguere, tra le persone con MCI, quelle con una maggiore probabilità di progressione. Nella coorte pubblicata nel 2026, l’integrazione delle diverse informazioni ha portato la capacità predittiva intorno all’82%, contro circa il 72% dei dati clinici di base. Non è il “test definitivo”: è semmai la dimostrazione che più segnali letti insieme funzionano meglio di un singolo valore isolato.
Amiloide e tau spiegano ancora la malattia?
Sono ancora due pilastri dell’Alzheimer. Ma non raccontano tutto. La beta-amiloide può formare aggregati e placche all’esterno delle cellule. Tau, che normalmente contribuisce alla stabilità interna dei neuroni, può modificarsi, aggregarsi e formare grovigli. La diffusione della tau nelle reti cerebrali accompagna da vicino la progressione del danno.
Nel luglio 2026 abbiamo approfondito proprio uno dei possibili sistemi attraverso i quali tau riesce a passare da una cellula all’altra. In Alzheimer, scoperta la via usata dalla proteina Tau per diffondersi nel cervello la protagonista è Arc, proteina normalmente coinvolta nella comunicazione neuronale. Nei modelli animali, tau patologica sfrutta vescicole extracellulari contenenti Arc come mezzo di trasporto. Quando Arc manca, il trasferimento di tau verso altre cellule diminuisce nettamente.
Ma l’esperimento ha mostrato anche l’altra faccia del meccanismo. La cellula utilizza quelle vescicole per liberarsi di una parte della tau in eccesso. Bloccare completamente Arc potrebbe quindi limitare la propagazione e contemporaneamente aumentare la tossicità dentro il neurone che sta cercando di espellere il materiale alterato.
Il bersaglio terapeutico, se mai arriverà, dovrà essere più preciso del semplice “bloccare Arc”.
Un altro pezzo dello stesso problema riguarda i sistemi che degradano le proteine danneggiate. In Scoperta la proteina che sfida Alzheimer e Parkinson avevamo esaminato PI31, coinvolta nel trasporto dei proteasomi lungo i neuroni. Migliorare questa macchina di smaltimento ha ridotto accumuli patologici nei modelli sperimentali. Per ora resta biologia preclinica, ma sposta parte dell’attenzione da ciò che il cervello produce a quanto bene riesce a eliminare ciò che non gli serve più.
Il cervello perde anche la capacità di ripulirsi?
Diversi lavori sembrano convergere su questa domanda. In Alzheimer e rame, il composto Cu(ATSM) riaccende le pompe del cervello, il trattamento di topi APP/PS1 con Cu(ATSM) ha aumentato del 24,1% la glicoproteina P della barriera emato-encefalica, ridotto del 42% la beta-amiloide tossica e migliorato di quasi il 44% l’apprendimento spaziale. Il composto non “scioglie” semplicemente le placche: interviene su uno dei sistemi che aiutano il cervello a espellere molecole indesiderate.
La barriera emato-encefalica compare anche in altri due approfondimenti del nostro archivio. Il cervello si ripara da solo: svolta contro l’Alzheimer riguardava nanoparticelle progettate per recuperare alcune funzioni della barriera nei modelli animali; Questo farmaco protegge il cervello dall’Alzheimer affrontava invece una molecola sperimentale indirizzata alla protezione della componente vascolare cerebrale. I titoli originari erano forti; la collocazione corretta, oggi, è quella della ricerca preclinica, non delle terapie disponibili.
Poi c’è il sistema glinfatico, la rete attraverso la quale il cervello gestisce parte dei fluidi e dei prodotti di scarto soprattutto durante il sonno. In Scoperto il “depuratore” del cervello: può fermare l’Alzheimer avevamo raccontato una tecnologia capace di monitorarne l’attività. Il dato non dimostrava che fosse stato trovato un sistema per “fermare” la malattia, ma mostrava la possibilità di osservare nell’uomo un processo che fino a poco tempo prima era molto più difficile da studiare.
Produzione delle proteine patologiche, trasporto, degradazione, circolazione dei fluidi e integrità dei vasi finiscono così dentro lo stesso problema.
Che cosa stanno facendo astrociti e microglia?
Non stanno semplicemente assistendo alla morte dei neuroni. Gli astrociti, per esempio, possono cambiare radicalmente comportamento durante la malattia. Nel novembre 2025 avevamo raccontato in Alzheimer, gli astrociti ripuliscono il cervello esperimenti nei quali queste cellule mostravano una capacità sorprendente di intervenire sui depositi amiloidi. Pochi mesi più tardi, un lavoro più mirato ha individuato in Sox9 uno degli interruttori che possono rendere quella funzione più efficiente. In Alzheimer, una proteina riattiva le cellule che puliscono il cervello, aumentare Sox9 nei topi spingeva gli astrociti a inglobare più beta-amiloide attraverso MEGF10, con riduzione delle placche e migliore conservazione di alcune funzioni cognitive.
Non basta però “attivare gli astrociti”. Un astrocita reattivo può anche produrre sostanze che interferiscono con l’attività neuronale.
In Alzheimer e perdita di memoria, identificato un enzima chiave il bersaglio era SIRT2, coinvolto negli astrociti in una via che porta alla produzione anomala di GABA e può contribuire al deficit di memoria. Ridurne l’attività ha prodotto effetti favorevoli nei modelli sperimentali.
La microglia presenta la stessa ambivalenza. È la principale popolazione immunitaria residente del cervello: può eliminare materiale alterato, ma se rimane attivata in modo cronico può alimentare l’infiammazione.
La molecola italiana Sulfavant A, raccontata in Alzheimer, una molecola “smart” rafforza le difese naturali del cervello, prova proprio a modificare il comportamento della microglia anziché spegnerla indiscriminatamente. Nei modelli sperimentali ha prodotto segnali favorevoli su infiammazione, accumuli proteici e funzioni cognitive.
Anche qui siamo ancora lontani da una terapia approvata.
Il sistema immunitario può proteggere e danneggiare nello stesso tempo?
Nel dicembre 2025 abbiamo raccontato in Alzheimer, scoperto il meccanismo con cui il cervello si autodistrugge una via attraverso la quale linfociti T e molecole come granzima K possono contribuire alla neuroinfiammazione e al danno neuronale. Cellule nate per difendere l’organismo possono quindi partecipare al processo patologico quando il sistema perde il proprio equilibrio.
Due mesi dopo, in Svolta contro Alzheimer, cellule immunitarie invertono il declino cerebrale, abbiamo seguito una strategia quasi opposta: fagociti mononucleati ottenuti da cellule staminali pluripotenti indotte umane sono stati somministrati a modelli murini di invecchiamento e Alzheimer. Gli animali trattati hanno mostrato miglioramenti in alcuni test cognitivi e cambiamenti favorevoli nell’ippocampo e nella microglia. Le cellule non sembravano nemmeno dover attraversare direttamente la barriera emato-encefalica per produrre l’effetto.
Il risultato riguarda i topi. Ma rafforza il sospetto che una parte della malattia venga influenzata da ciò che accade fuori dal neurone e perfino fuori dal cervello.
Da qui diventa meno sorprendente anche il curioso rapporto tra tumori e Alzheimer. In una relazione inversa lega i tumori all’Alzheimer avevamo ricostruito studi epidemiologici e un possibile meccanismo sperimentale legato a cistatina C e TREM2. Nei modelli animali, la cistatina C prodotta in presenza di alcuni tumori sembra favorire l’attivazione di vie microgliali coinvolte nella rimozione dell’amiloide. Nessuno interpreta il cancro come una protezione da cercare; il valore della ricerca consiste nell’aver fatto emergere una via immunitaria che potrebbe un giorno essere riprodotta farmacologicamente.
Quanto conta la genetica?
APOE resta uno dei nomi inevitabili. La variante APOE4 è il principale fattore genetico comune associato all’Alzheimer a esordio tardivo. Aumenta il rischio, ma non stabilisce il destino di chi la possiede. APOE2 è invece associata a un rischio inferiore.
Un lavoro del Buck Institute pubblicato nel 2026 ha aggiunto un meccanismo interessante: nei modelli cellulari umani, i neuroni con APOE2 accumulavano meno danni al DNA, attivavano più efficacemente alcune vie di riparazione e resistevano maggiormente alla senescenza cellulare. Perfino l’aggiunta di proteina APOE2 ricombinante a neuroni APOE4 ha ridotto alcuni segnali di danno dopo stress sperimentale. È una possibile spiegazione della protezione associata a questa variante, non ancora una terapia.
La genetica dell’Alzheimer, però, non coincide soltanto con i geni che producono proteine.
Nel nostro approfondimento Alzheimer, nel DNA “spazzatura” la chiave per capirne l’origine abbiamo affrontato il ruolo delle regioni non codificanti del genoma, capaci di regolare quando e quanto determinati geni vengono accesi. È proprio in questi interruttori che possono nascondersi differenze nella risposta immunitaria, nel metabolismo e nella vulnerabilità delle cellule nervose.
La domanda non è più soltanto quali mutazioni possieda una persona, ma come quelle varianti modificano il comportamento delle cellule per decenni.
Metabolismo ed energia possono cambiare la vulnerabilità del cervello?
Il neurone deve produrre energia, riparare continuamente il proprio DNA, mantenere le membrane e trasportare molecole lungo prolungamenti che possono essere enormi rispetto alle dimensioni della cellula. Basta questa premessa per capire perché il metabolismo sia entrato nel dossier Alzheimer.
Uno dei lavori più particolari riguarda il litio naturalmente presente nel cervello. In carenza di litio nel cervello, la nuova pista che può spiegare l’Alzheimer abbiamo ricostruito uno studio pubblicato su Nature: nei campioni umani il litio risultava ridotto già nel deterioramento cognitivo lieve e una parte dell’elemento veniva sequestrata dalle placche amiloidi. Nei topi, ridurne la disponibilità aumentava amiloide, tau fosforilata, infiammazione, perdita di sinapsi e deficit di memoria.
Il litio orotato ha dato risultati favorevoli negli animali. Non significa che assumere integratori di litio prevenga l’Alzheimer. Il litio è farmacologicamente attivo e il passaggio a una terapia richiede studi clinici, dosaggi definiti e controllo degli effetti avversi.
Nell’aprile 2026 abbiamo seguito un altro tentativo di agire sul metabolismo cellulare. Alzheimer, malattia regredisce nei topi e la memoria torna riguardava il ripristino di vie legate al NAD+, coenzima essenziale per produzione energetica, riparazione e risposta allo stress. I risultati nei modelli animali erano notevoli, compreso il recupero di prestazioni cognitive. Il fatto che il titolo parlasse di regressione non cambia il livello della prova: non abbiamo una regressione dell’Alzheimer dimostrata nei pazienti.
Anche il glicogeno cerebrale ha prodotto un risultato inatteso. In Zucchero e demenza, scoperto il legame, cellule umane e modelli sperimentali indicavano che tau può interferire con il metabolismo del glicogeno nei neuroni. Non è la dimostrazione che mangiare zucchero provochi Alzheimer: lo studio riguarda il metabolismo dello zucchero dentro la cellula nervosa, cosa molto diversa dalla quantità di dolci consumata nella dieta.
Infezioni e microrganismi possono avere un ruolo?
Le prove sono ancora frammentarie, ma il tema ricompare abbastanza spesso da non poter essere ignorato.
Nel maggio 2025 avevamo analizzato un grande studio osservazionale in un legame tra infezione virale e Alzheimer, Herpes labiale sotto accusa. Una precedente diagnosi di HSV-1 risultava più frequente tra le persone successivamente colpite da Alzheimer, mentre l’uso di antivirali era associato a un rischio inferiore tra gli infetti. È un’associazione epidemiologica, non la prova che l’herpes labiale provochi la malattia.
Nello stesso mese è arrivato un altro segnale. Antivirali contro HIV ed epatite B riducono rischio Alzheimer riguardava gli NRTI, medicinali utilizzati contro HIV ed epatite B. Nei database sanitari analizzati, l’esposizione risultava associata a una minore incidenza di Alzheimer. Questi farmaci interferiscono anche con meccanismi dell’infiammazione, compreso l’inflammasoma NLRP3. È abbastanza per progettare altri studi, non per usarli oggi come prevenzione dell’Alzheimer.
Il rapporto con i microrganismi non si ferma ai virus. In batteri orali e cervello: scoperto il legame con la demenza abbiamo esaminato il possibile rapporto tra salute orale, composizione batterica della bocca, infiammazione sistemica e declino cognitivo. Anche qui esistono associazioni e meccanismi plausibili, ma sarebbe prematuro attribuire a un singolo batterio una causa diretta della demenza.
Nel 2026 si è aggiunto il Long Covid. In proteine dell’Alzheimer nel sangue dei pazienti con long COVID neurologico, p-tau217 e GFAP risultavano associate ad alcune alterazioni osservate nei pazienti con sintomi neurologici persistenti. Lo studio non dimostra che il Long Covid conduca all’Alzheimer. Mostra che alcuni segnali utilizzati nello studio della neurodegenerazione possono comparire anche in un contesto di infiammazione e danno post-infettivo.
Quanto incidono vasi, udito e ambiente?
Nel nostro approfondimento rischio demenza basso se il colesterolo LDL non supera questa soglia, una grande analisi osservazionale aveva associato concentrazioni moderate di LDL a un rischio inferiore di demenza. Il lavoro non stabilisce una “soglia anti-Alzheimer” valida per tutti: il livello di colesterolo da raggiungere dipende dal profilo cardiovascolare della persona e gli studi osservazionali non dimostrano da soli un rapporto causale.
La salute uditiva è arrivata invece molto più vicino alle raccomandazioni pratiche. In perdita dell’udito collegata al 32% dei nuovi casi di demenza, un’analisi su quasi 3.000 anziani ha stimato che una quota rilevante dei casi osservati fosse statisticamente associata all’ipoacusia misurata con audiometria. La stima del 32% aveva intervalli di confidenza ampi e riguarda l’impatto sulla popolazione, non il rischio individuale.
Nel luglio 2026 l’OMS ha inserito gli apparecchi acustici tra gli interventi che possono essere offerti nell’ambito delle strategie per ridurre il rischio di demenza. Nelle stesse linee guida compaiono controllo di ipertensione, diabete e colesterolo, attività fisica, stop al fumo, riduzione del consumo dannoso di alcol, alimentazione sana, stimolazione cognitiva e relazioni sociali.
E compare anche l’inquinamento atmosferico.
Avevamo già affrontato il tema in qualità dell’aria e declino cognitivo: scoperto il legame, dedicato soprattutto all’esposizione cronica al PM2.5. Infiammazione, stress ossidativo e danno vascolare sono tra i meccanismi proposti per spiegare l’associazione tra aria inquinata e rischio di demenza. Nel 2026 la riduzione dell’esposizione all’inquinamento è entrata esplicitamente nelle raccomandazioni OMS.
Su questo fattore la responsabilità individuale ha margini ridotti. Una parte della prevenzione del deterioramento cognitivo passa quindi anche per politiche ambientali e sanitarie.
Esiste una dieta contro l’Alzheimer?
No. Esistono associazioni tra alimentazione, salute metabolica e rischio cognitivo, ma trasformare un singolo alimento in una terapia porta quasi sempre fuori strada.
Il caso delle uova lo mostra bene. Nell’approfondimento del 31 luglio 2026 uova e Alzheimer, ne bastano 5 a settimana per ridurre il rischio del 27% abbiamo analizzato quasi 40 mila persone seguite per oltre quindici anni. Nella fascia con almeno cinque consumi settimanali il rischio relativo di diagnosi risultava inferiore del 27% rispetto al gruppo che le evitava o ne consumava pochissime. Il campione era composto in gran parte da avventisti e lo studio aveva ricevuto anche finanziamenti dall’American Egg Board. È un’associazione interessante, non una prescrizione dietetica contro l’Alzheimer.
I dolcificanti artificiali collegati al declino cognitivo precoce hanno prodotto il problema opposto: associazioni sfavorevoli in una coorte osservazionale. Anche qui dieta complessiva, metabolismo e caratteristiche dei consumatori possono confondere il risultato.
Sugli omega-3 il quadro è ancora più istruttivo. Nell’analisi ADNI raccontata in Omega-3 negli anziani, le capsule potrebbero accelerare il declino cognitivo, gli utilizzatori di supplementi mostravano un andamento meno favorevole in diversi test cognitivi e nel metabolismo cerebrale del glucosio. Il disegno osservazionale non permetteva di concludere che fossero state le capsule a provocare il peggioramento.
Il 15 luglio 2026 l’OMS ha però dato un’indicazione pratica piuttosto chiara: in assenza di una carenza diagnosticata, omega-3, vitamine B ed E e multivitaminici/minerali non sono raccomandati come interventi specifici per ridurre il rischio di declino cognitivo o demenza, perché non esistono prove sufficienti di un beneficio che superi i possibili effetti indesiderati.
Mangiare pesce, seguire una dieta equilibrata e assumere per anni capsule con l’idea di prevenire l’Alzheimer sono interventi diversi.
Come distinguiamo una scoperta da una cura?
Nel settembre 2025 avevamo pubblicato Alzheimer tra annunci sensazionalistici e cure che non ci sono proprio per affrontare la distanza tra titoli spettacolari e prove cliniche. Nel febbraio dello stesso anno era comparso anche ecco il farmaco che contrasta e inverte gli effetti dell’Alzheimer, dedicato a un trattamento sperimentale che nei modelli utilizzati aveva prodotto un recupero notevole. L’esperimento era reale; “invertire l’Alzheimer” nei pazienti sarebbe stata un’altra affermazione.
Molti dei risultati raccolti in questo dossier sono arrivati da topi, colture cellulari o altri modelli. È lì che devono iniziare le terapie: non è lì che finiscono le verifiche.
Gli organoidi possono aiutare a rendere il passaggio più affidabile. In mini-cervello umano creato in laboratorio abbiamo raccontato strutture multicellulari derivate da cellule umane che riproducono alcuni aspetti dell’organizzazione cerebrale. Non sono cervelli in miniatura pienamente funzionanti, ma possono permettere di osservare risposte che nei roditori non coincidono sempre con quelle dell’uomo.
Anche la stimolazione a 40 Hz, affrontata in sindrome di Down, stimolazione a 40Hz migliora memoria e neurogenesi, mostra quanto sia necessario delimitare bene i risultati. Lo studio riguardava un modello sperimentale legato alla sindrome di Down, condizione associata a un’elevata probabilità di sviluppare con l’età patologia Alzheimer. Non dimostra che luce e suono a 40 Hz costituiscano una terapia per l’Alzheimer sporadico.
La domanda decisiva resta sempre la stessa: il paziente vive meglio o peggiora più lentamente?
Quali farmaci hanno già dimostrato di rallentare la malattia?
Gli anticorpi monoclonali anti-amiloide hanno superato sicuramente dei test importanti. Nell’ottobre 2025 avevamo raccontato donanemab in Alzheimer, un nuovo farmaco rallenta il decorso della malattia. Oggi il quadro europeo comprende sia donanemab, commercializzato come Kisunla, sia lecanemab, Leqembi.
Leqembi ha ricevuto l’autorizzazione europea il 15 aprile 2025. Kisunla il 24 settembre 2025. Sono destinati a pazienti con MCI o demenza lieve dovuti ad Alzheimer, presenza di amiloide confermata e nessuna oppure una sola copia di APOE4, secondo le rispettive indicazioni europee.
Entrambi hanno mostrato un rallentamento medio del declino, non l’arresto della malattia.
La distinzione conta soprattutto quando si parla con pazienti e famiglie. I neuroni già perduti non vengono ripristinati, le capacità scomparse non tornano automaticamente e la progressione continua, seppure mediamente più lentamente nei pazienti trattati.
Esistono inoltre rischi, in particolare le ARIA, anomalie visibili alla risonanza magnetica che comprendono edema e sanguinamenti cerebrali. Per questo servono selezione genetica, conferma della patologia amiloide, risonanze di controllo e centri con esperienza nella gestione delle complicanze.
Che cosa succede in Italia?
L’autorizzazione europea non equivale automaticamente alla disponibilità a carico del Servizio sanitario nazionale. Il 26 giugno 2026 AIFA ha confermato la non ammissione alla rimborsabilità di lecanemab e donanemab per il trattamento dell’Alzheimer in fase iniziale. La Commissione Scientifica ed Economica ha ritenuto che non fossero stati raggiunti i requisiti minimi necessari per la rimborsabilità attraverso il SSN.
I farmaci esistono, sono autorizzati nell’Unione europea e hanno dimostrato un effetto clinico. In Italia non sono attualmente rimborsati dal Servizio sanitario nazionale.
E la stimolazione magnetica?
La rTMS, stimolazione magnetica transcranica ripetitiva, non appartiene alla stessa categoria dei farmaci anti-amiloide. In Alzheimer, con la rTMS possibile stimola il cervello e rallentare il declino cognitivo abbiamo analizzato protocolli che utilizzano impulsi magnetici per modulare circuiti cerebrali ancora funzionanti. Diversi studi hanno prodotto segnali di beneficio su memoria, attenzione o funzionamento globale, ma cambiano frequenza, durata, regioni cerebrali stimolate e caratteristiche dei pazienti.
La rTMS è non invasiva e utilizza un principio già impiegato in altri ambiti neurologici e psichiatrici. Nell’Alzheimer resta però un campo molto meno consolidato rispetto ai grandi trial farmacologici.
Può trovare spazio nella neuromodulazione e nella riabilitazione. Non è una terapia capace di eliminare amiloide o tau e non può essere presentata come equivalente agli anticorpi che hanno dimostrato un effetto disease-modifying nei trial di fase III.
Quanto possiamo prevenire?
La parola prevenzione richiede attenzione, perché l’Alzheimer può colpire anche chi ha condotto per tutta la vita uno stile considerato sano. Il 15 luglio 2026 l’OMS ha pubblicato la seconda edizione delle linee guida sulla riduzione del rischio di declino cognitivo e demenza. Secondo l’Organizzazione, fino al 45% del rischio di demenza può essere attribuito a fattori modificabili. Tra questi figurano fumo, consumo dannoso di alcol, inattività fisica, isolamento sociale, inquinamento atmosferico, ipertensione, diabete e altri fattori cardiometabolici.
Quel 45% è una stima epidemiologica riferita alla popolazione e alle demenze nel loro complesso. Non significa che ciascuno possa sottrarre matematicamente il 45% dal proprio rischio personale.
Ciò che possiamo fare oggi è molto più concreto: muoverci, non fumare, controllare pressione, diabete e colesterolo, limitare l’alcol, curare l’udito, mantenere relazioni e attività cognitive, seguire un’alimentazione equilibrata e ridurre per quanto possibile l’esposizione all’inquinamento. Non elimina il rischio ma lo sposta.
Che cosa manca ancora?
Ad oggi manca una terapia capace di arrestare la progressione. Manca un modo per recuperare in maniera stabile il tessuto neuronale già perduto. Manca anche un test che, davanti a una persona cognitivamente sana con biomarcatori alterati, possa stabilire con certezza se e quando svilupperà una demenza. E non sappiamo ancora quali delle numerose strategie che funzionano su cellule e animali riusciranno a superare la sperimentazione clinica.
Anche l’idea di una sola cura valida per tutti appare sempre meno convincente. L’Alzheimer coinvolge amiloide e tau, ma anche genetica, risposta immunitaria, metabolismo, vasi sanguigni, sistemi di smaltimento delle proteine e capacità delle cellule di tollerare o riparare il danno.
Due persone con la stessa diagnosi potrebbero non avere lo stesso equilibrio tra questi processi. E potrebbero, un giorno, aver bisogno di trattamenti differenti o di combinazioni diverse a seconda della fase della malattia.
Per ora riusciamo a riconoscere l’Alzheimer prima, comprendiamo molti più meccanismi e possiamo rallentarlo, in alcuni pazienti, ma non sappiamo ancora fermarlo.
Ultimo aggiornamento: 8 agosto 2026
Link utili
Associazioni e realtà italiane di riferimento per persone con Alzheimer, familiari, caregiver e per chi vuole conoscere più da vicino la ricerca sulle demenze.
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Assistenza e orientamento
Federazione Alzheimer Italia
Offre informazioni sulla malattia, orientamento dopo la diagnosi, materiali per chi assiste, consulenze e indicazioni sulle associazioni presenti sul territorio nazionale.
Visita Federazione Alzheimer Italia -
Supporto alle famiglie
AIMA – Associazione Italiana Malattia di Alzheimer
L’associazione mette a disposizione informazioni per caregiver e familiari, indicazioni sui diritti delle persone con demenza, una mappa dei servizi e una linea telefonica nazionale gratuita.
Visita AIMA -
Ricerca scientifica
Airalzh – Associazione Italiana Ricerca Alzheimer
Promuove su scala nazionale la ricerca medico-scientifica sull’Alzheimer, finanzia progetti e giovani ricercatori e pubblica materiali divulgativi dedicati alla malattia e alla prevenzione.
Visita Airalzh -
Società scientifica
SINdem – Associazione per le Demenze
Società scientifica aderente alla Società Italiana di Neurologia, promuove ricerca, formazione e aggiornamento specialistico sulle demenze e pubblica documenti sulle nuove possibilità diagnostiche e terapeutiche.
Visita SINdem
Note per i lettori
Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e divulgativo. Non costituiscono in alcun modo parere medico o prescrizione. Prima di intraprendere qualsiasi terapia o integrazione, è necessario consultare il proprio medico curante.
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