Alzheimer, con la rTMS possibile stimola il cervello e rallentare il declino cognitivo

Impulsi magnetici mirati attivano circuiti neuronali ancora funzionanti e aprono una strada terapeutica nelle fasi iniziali e moderate della malattia

Impulsi magnetici sul cervello per aiutare i pazienti con Alzheimer a perdere più lentamente memoria, attenzione e autonomia. La rTMS, Stimolazione Magnetica Transcranica ripetitiva, lavora sulle aree cerebrali ancora funzionanti e prova a riattivare circuiti che la malattia indebolisce progressivamente. Non sostituisce le terapie già disponibili, ci tengono a precisare gli esperti, ma sta entrando nei percorsi clinici come strumento di neuromodulazione per sostenere le funzioni cognitive nelle fasi iniziali e moderate della demenza. L’interesse della comunità scientifica nasce proprio da qui, dalla possibilità di intervenire in modo selettivo su specifiche reti neuronali senza ricorrere a procedure invasive. I risultati osservati in diversi studi indicano miglioramenti o rallentamenti del declino in una parte dei pazienti, soprattutto quando il trattamento viene personalizzato e inserito in un programma clinico più ampio. La rTMS agisce dall’esterno, con una bobina appoggiata sul capo, e invia impulsi magnetici che attraversano la scatola cranica e raggiungono il tessuto cerebrale. L’obiettivo resta preciso: sostenere le funzioni ancora attive e offrire al cervello una possibilità in più per mantenere più a lungo le proprie capacità.

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Come funziona la rTMS

«La Stimolazione Magnetica Transcranica ripetitiva è una tecnica che si basa sull’applicazione di impulsi magnetici generati da una bobina posta a contatto con il cuoio capelluto», spiega il dottor Augusto Consoli, neuropsichiatra alla Clinica Santa Caterina da Siena di Torino. «Questi impulsi si pongono su un asse perpendicolare rispetto alla calotta cranica e sono in grado di penetrare nel cervello per alcuni centimetri. Il principio fisico che si applica consiste in un passaggio di energia che parte da una corrente elettrica esterna, si trasforma in campo magnetico e, una volta attraversata la teca cranica, si riconverte in una corrente elettrica di piccola intensità all’interno del tessuto cerebrale».

Questo passaggio spiega perché la rTMS risulta in genere ben tollerata. La corrente elettrica viene generata nel bersaglio cerebrale, mentre lo scalpo riceve lo stimolo magnetico. Il paziente può avvertire una sensazione locale, un piccolo formicolio o un lieve fastidio cutaneo, ma la procedura viene descritta come sostanzialmente indolore nella maggior parte dei casi.

«È proprio questa trasformazione da energia elettrica a energia magnetica e nuovamente ad elettrica che rende la tecnica ben tollerata e di fatto indolore per il paziente», aggiunge Consoli.

Dalla ricerca alla pratica clinica

La TMS venne messa a punto nel 1985 da Anthony Barker all’Università di Sheffield. All’inizio serviva soprattutto per studiare il funzionamento del cervello, misurare l’eccitabilità corticale e osservare la risposta dei circuiti motori. Negli anni successivi la metodica è entrata in modo progressivo nella pratica clinica, in particolare nella neurologia, nella psichiatria e nella riabilitazione.

La versione ripetitiva, la rTMS, applica sequenze di impulsi secondo protocolli definiti. A seconda della frequenza usata, può aumentare o ridurre l’attività di una determinata rete neuronale. Le alte frequenze tendono ad avere un effetto eccitatorio, le basse frequenze un effetto inibitorio. Questa modulazione permette di intervenire su circuiti coinvolti in depressione, ansia, dipendenze, disturbi del movimento, riabilitazione dopo ictus e declino cognitivo.

Nel caso dell’Alzheimer, l’obiettivo riguarda soprattutto la possibilità di stimolare aree collegate alla memoria, all’attenzione, al linguaggio e alle funzioni esecutive. Le ricerche disponibili indicano risultati incoraggianti, con segnali di miglioramento o stabilizzazione in alcuni pazienti. Il dato richiede prudenza, perché protocolli, durata dei trattamenti e caratteristiche dei pazienti cambiano molto tra uno studio e l’altro.

Il ruolo della neuroplasticità

Uno degli aspetti più importanti della rTMS è la capacità di sollecitare la neuroplasticità, cioè l’attitudine del cervello a riorganizzarsi, rafforzare collegamenti esistenti e creare percorsi funzionali alternativi. Questa proprietà rimane presente anche nell’invecchiamento e nelle malattie neurodegenerative, pur con margini più ridotti rispetto a un cervello giovane e sano.

«Anche in cervelli più fragili, come quelli colpiti da malattie o dall’invecchiamento, questa tecnica può stimolare la creazione di nuove connessioni», osserva Consoli. «Non è in grado di riparare i danni già presenti, ma può aiutare i vari circuiti cerebrali a trovare “strade alternative” per recuperare almeno in parte alcune funzioni o frenarne il declino».

La frase chiarisce bene il perimetro della terapia. La rTMS agisce come supporto funzionale. Aiuta il cervello a usare meglio ciò che conserva. Può sostenere reti neuronali ancora attive e favorire una risposta riabilitativa più efficace, soprattutto quando viene inserita in programmi multidisciplinari con valutazione neurologica, esercizi cognitivi, controllo dei farmaci e monitoraggio clinico.

Come si svolge una seduta

Il trattamento inizia con una valutazione clinica approfondita. Il medico raccoglie la storia del paziente, valuta la diagnosi, controlla terapie in corso, eventuali controindicazioni e obiettivi realistici. In questa fase possono essere usati test cognitivi, scale funzionali e strumenti neuropsicologici per definire il punto di partenza.

La prima seduta serve anche a misurare la soglia motoria. Il medico applica una stimolazione sull’area motoria e individua il livello minimo capace di generare una piccola risposta involontaria, spesso visibile nel pollice. Questa misura permette di calibrare l’intensità del trattamento sulla persona.

«La prima seduta ha inoltre una funzione particolare, perché serve a determinare la cosiddetta soglia motoria», spiega Consoli. «Si tratta del livello minimo di intensità magnetica necessario per indurre una risposta motoria, generalmente osservata come un piccolo movimento involontario del pollice. Questa misura è fondamentale perché consente di calibrare la stimolazione in modo individuale, adattando l’intensità del campo magnetico applicato alla situazione neurobiologica e clinica del paziente in quel preciso momento».

Durante la procedura il paziente resta seduto su una poltrona. La bobina viene posizionata sulla zona stabilita dal protocollo. La seduta può durare pochi minuti oppure arrivare a 20-30 minuti, secondo indicazione. In molti percorsi si esegue una seduta al giorno per più giorni consecutivi, con eventuali richiami successivi.

Dove viene già utilizzata

Le indicazioni della rTMS si stanno ampliando. In neurologia viene studiata e utilizzata nel declino cognitivo, nella riabilitazione post-ictus, nella sindrome di Tourette e in alcune manifestazioni della malattia di Parkinson.

In psichiatria, la rTMS trova spazio soprattutto nella depressione resistente ai farmaci e nei disturbi d’ansia. Viene impiegata anche nelle dipendenze, con l’obiettivo di ridurre il craving, cioè il desiderio intenso e compulsivo di nicotina, alcol o altre sostanze. Un ulteriore campo riguarda il disturbo ossessivo-compulsivo.

«Nel campo psichiatrico, la rTMS è utilizzata nel trattamento della depressione e dei disturbi d’ansia, spesso con risultati significativi soprattutto nei casi resistenti ai farmaci», precisa Consoli. «È inoltre impiegata nelle dipendenze, riducendo anche in modo significativo il craving da nicotina, alcol o altre sostanze, e nel DOC, il Disturbo ossessivo-compulsivo».

Protocolli su misura

La forza della rTMS sta nella possibilità di costruire protocolli diversi per disturbi diversi. Cambiano l’area cerebrale scelta, la frequenza degli impulsi, l’intensità, la durata della singola seduta e il numero complessivo degli incontri. Nel trattamento della depressione si usano spesso cicli intensivi di alcune settimane, seguiti da sedute di richiamo. Nelle dipendenze si possono adottare programmi più brevi, con mantenimento successivo.

Nel declino cognitivo si lavora spesso con cicli iniziali ravvicinati e una fase di mantenimento più lunga. L’obiettivo è sostenere le funzioni residue e rallentare la perdita di autonomia. Gli studi disponibili indicano un possibile effetto favorevole su memoria, attenzione e funzionamento globale, pur con la necessità di ulteriori trial ampi, controllati e omogenei.

«Anche la durata e il numero delle sedute sono modulati in base alle esigenze», sottolinea Consoli. «Ad esempio, nel trattamento della depressione si utilizzano spesso cicli intensivi di alcune settimane seguiti da richiami periodici, mentre nelle dipendenze si adottano protocolli più brevi con sedute di mantenimento».

Sicurezza e controindicazioni

La rTMS viene considerata una tecnica generalmente sicura quando viene eseguita da personale formato, con protocolli corretti e dopo una selezione accurata del paziente. Le linee guida internazionali sulla sicurezza della TMS richiamano l’importanza dello screening preliminare, del consenso informato, della valutazione del rischio neurologico e del rispetto dei parametri tecnici.

La principale controindicazione riguarda la storia di crisi epilettiche, perché la stimolazione potrebbe aumentare il rischio di riattivazione in soggetti predisposti. Serve attenzione anche in presenza di dispositivi metallici o elettronici impiantati, come pacemaker, neurostimolatori o altri apparati sensibili ai campi magnetici.

«Altre controindicazioni riguardano la presenza di dispositivi metallici o elettronici impiantati, come pacemaker o stimolatori cerebrali, analogamente a quanto avviene per la risonanza magnetica», specifica Consoli. «Al di fuori di queste situazioni, la metodica è accessibile a una vasta parte della popolazione interessata».

Una frontiera da integrare con prudenza

La rTMS sta entrando nella discussione sulle malattie neurodegenerative perché offre una possibilità diversa rispetto al solo intervento farmacologico. Agisce sui circuiti, sulla loro attivazione e sulla loro capacità di riorganizzarsi. Per l’Alzheimer questo significa lavorare soprattutto nelle fasi iniziali e moderate, quando il cervello conserva ancora reti utilizzabili e margini di adattamento.

La rTMS può ampliare gli strumenti disponibili, accanto a diagnosi precoce, terapia farmacologica, riabilitazione cognitiva, attività fisica, controllo dei fattori vascolari e sostegno familiare. Presentarla come scorciatoia miracolosa tradirebbe la complessità della malattia. Leggerla come tecnologia di supporto, invece, restituisce il senso reale della ricerca.

«Pur non sostituendo le terapie tradizionali, la rTMS amplia l’arsenale terapeutico a disposizione dei clinici, offrendo nuove opportunità soprattutto nei casi complessi o resistenti», afferma Consoli. «Il suo sviluppo futuro dipenderà dalla qualità della ricerca, dalla diffusione delle competenze e dall’integrazione nei sistemi sanitari, ma le basi per un ruolo sempre più centrale sono già solide».

Il nodo dell’accesso alle cure

Resta aperto il tema dell’accessibilità. In molte realtà la rTMS viene proposta soprattutto in ambito privato o in centri specializzati, con costi a carico del paziente. La disponibilità nel sistema pubblico varia in base alle strutture, alle apparecchiature e alla presenza di équipe formate. Alcuni ospedali e centri universitari stanno introducendo la neuromodulazione nei propri percorsi clinici, segnale che potrebbe allargare nel tempo l’accesso a questa tecnologia.

Per i pazienti con Alzheimer e per le famiglie, la prospettiva va quindi letta con una doppia chiave. Da una parte c’è una tecnica seria, studiata, biologicamente plausibile e sempre più presente nella letteratura scientifica. Dall’altra c’è una terapia che richiede selezione, competenza, protocolli corretti e aspettative realistiche. La nuova frontiera della rTMS nasce proprio qui, nel tentativo di dare al cervello malato una spinta mirata per usare meglio le risorse che conserva.

A cura della Redazione GTNews

Link allo studio:
Frontiers | Repetitive transcranial magnetic stimulation for Alzheimer’s disease: an overview of systematic reviews and meta-analysis

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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