Una via legata al colesterolo emerge dagli esperimenti e dai dati su 40mila uomini, in attesa della verifica clinica
LA NOTIZIA IN BREVE – Il sildenafil, principio attivo del Viagra, potrebbe avere un ruolo inatteso nella lotta alle metastasi. Uno studio coordinato dal Weizmann Institute of Science ha osservato che il farmaco interferisce con il trasporto del colesterolo all’interno delle cellule tumorali, rendendo più difficile la loro migrazione verso altri organi.
Il lavoro unisce esperimenti su cellule e modelli animali a un’analisi condotta su circa 40.000 uomini con una diagnosi oncologica. Tra chi aveva assunto sildenafil prima della malattia emerge una sopravvivenza maggiore, soprattutto in associazione con le statine. Il dato, però, resta osservazionale: mostra un legame, non prova che il farmaco impedisca le metastasi nei pazienti.
Le parole di Matteo Bassetti hanno acceso l’attenzione sullo studio, ma il Viagra non è oggi una terapia contro il cancro. Servono trial clinici per capire quali tumori possano rispondere, a quali dosi e con quali effetti. La ricerca apre una pista concreta; la prova decisiva, però, deve ancora arrivare.
Ricerca oncologica · Sildenafil
Il principio attivo interferisce con il traffico del colesterolo nelle cellule maligne. La pista è concreta, ma la prova clinica deve ancora arrivare.
Il risultato
Nei modelli cellulari e animali, il sildenafil ha ostacolato i processi utilizzati dalle cellule maligne per lasciare il tumore originario e raggiungere altri organi.
Il meccanismo biologico
Il sildenafil non elimina il colesterolo. Ne modifica la distribuzione interna, rendendolo meno disponibile per membrane, energia e movimento cellulare.
L’analisi sanitaria
Chi aveva utilizzato sildenafil prima della diagnosi oncologica mostrava una sopravvivenza complessiva maggiore. Il legame appariva più forte tra chi assumeva anche statine.
Il passaggio decisivo
Un trial clinico dovrà individuare i tumori sensibili, definire le dosi e misurare l’effetto su metastasi, progressione e mortalità.
Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento
L’APPROFONDIMENTO – Il sildenafil, principio attivo del Viagra, sembra esser stato in grado di rallentare la diffusione delle cellule tumorali nei modelli sperimentali, interferendo con il modo in cui utilizzano il colesterolo. A individuare il meccanismo è uno studio coordinato dal Weizmann Institute of Science e pubblicato su Cancer Research. Gli autori hanno affiancato gli esperimenti di laboratorio all’analisi dei dati sanitari di circa 40.000 uomini con una diagnosi oncologica: tra coloro che avevano assunto il farmaco prima di ammalarsi emerge una sopravvivenza maggiore. Il risultato apre una strada interessante, ma non dimostra ancora che il sildenafil possa essere prescritto per prevenire o curare le metastasi.
Che cosa hanno osservato i ricercatori?
Il gruppo guidato da Ayelet Erez, con Yarden Ariav come primo autore, ha studiato il comportamento del sildenafil in cellule tumorali umane e in modelli animali. Al lavoro hanno partecipato anche il National Cancer Institute statunitense, Clalit Health Services e il Rabin Medical Center.
Il punto di partenza è la PDE5A, la fosfodiesterasi di tipo 5. Si tratta dell’enzima bloccato dal sildenafil per favorire la dilatazione dei vasi sanguigni, il meccanismo sfruttato nel trattamento della disfunzione erettile.
Quando la PDE5A viene inibita, aumenta la concentrazione di cGMP, una molecola già nota per il suo ruolo nella circolazione. Gli esperimenti hanno mostrato che il cGMP può legarsi anche a NPC1, una proteina incaricata di spostare il colesterolo fuori dai lisosomi, i compartimenti cellulari nei quali diverse sostanze vengono raccolte e rielaborate.
Il sildenafil rallenta questo trasporto. Il colesterolo rimane così intrappolato all’interno dei lisosomi e diventa meno accessibile al resto della cellula. Il farmaco, è non si tratta di un dettaglio, non elimina il colesterolo dal tumore. La cellula continua a possederlo, ma non riesce più a distribuirlo con la stessa efficienza nei punti in cui serve.
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Perché il colesterolo è importante per le metastasi?
Nel linguaggio comune il colesterolo viene associato soprattutto al rischio cardiovascolare. Per le cellule, però, rappresenta anche un materiale da costruzione. Serve a formare le membrane, regolarne la flessibilità e organizzare molti dei segnali che controllano crescita, movimento e sopravvivenza.
Una cellula tumorale che tenta di abbandonare la massa originaria affronta un percorso complesso. Deve modificare la propria forma, attraversare i tessuti, entrare nella circolazione sanguigna o linfatica e resistere fino all’arrivo in un altro organo. Se riesce a insediarsi, deve poi procurarsi energia e ricominciare a proliferare.
Negli esperimenti, la minore disponibilità di colesterolo ha alterato sia le strutture lipidiche della membrana sia il funzionamento dei mitocondri, le centrali energetiche della cellula. Le cellule maligne si sono mosse meno e hanno perso parte della capacità di formare metastasi.
Il trattamento ha inciso maggiormente sui tumori rispetto ai tessuti sani. Secondo i ricercatori, alcune cellule cancerose possiedono livelli ridotti dei geni che sostengono il lavoro dei lisosomi e compensano quindi con più difficoltà il blocco provocato dal sildenafil.
Non tutti i tumori, tuttavia, dipendono dal colesterolo nello stesso modo. Alcuni lo assorbono dall’ambiente circostante, altri ne aumentano la produzione interna. Il meccanismo individuato dovrà quindi essere verificato nelle diverse forme di cancro, cercando marcatori capaci di riconoscere quelle più vulnerabili.
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Che cosa dicono i dati di 40mila uomini?
Per verificare se il fenomeno osservato in laboratorio lasciasse una traccia anche nella popolazione, gli autori hanno consultato il database di Clalit Health Services, la più grande organizzazione sanitaria israeliana. L’archivio raccoglie oltre vent’anni di informazioni anonimizzate su circa cinque milioni di assistiti.
Da questa banca dati sono stati selezionati circa 40.000 uomini ai quali era stato diagnosticato un tumore. Chi aveva utilizzato sildenafil prima della diagnosi presentava una sopravvivenza complessiva migliore rispetto a chi non lo aveva assunto. L’associazione appariva più forte tra gli uomini che prendevano anche farmaci della famiglia delle statine.
Il numero dei pazienti rende il segnale degno di attenzione, ma ancora non risolve il problema principale: l’analisi osserva ciò che è già accaduto e mette a confronto persone con caratteristiche inevitabilmente diverse. Chi usa sildenafil può avere un’età, uno stato di salute, una condizione economica o una frequenza di controlli medici differenti. Anche le patologie cardiovascolari, le terapie ricevute e gli stili di vita possono incidere sulla sopravvivenza. I modelli statistici correggono una parte di questi squilibri, senza poter ricostruire ogni variabile.
Soprattutto, gli uomini considerati avevano assunto il farmaco prima della scoperta del tumore. Lo studio non ha somministrato sildenafil a pazienti oncologici per osservare se le metastasi diminuissero dopo la diagnosi. È dunque un’associazione coerente con gli esperimenti, ma non ancora la prova di un effetto terapeutico.
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Perché sildenafil e statine potrebbero agire insieme?
Il blocco del colesterolo nei lisosomi provoca una reazione prevedibile. Quando percepisce una carenza, la cellula tenta di produrre nuovo colesterolo per sostituire quello diventato inaccessibile.
Le statine ostacolano proprio questa sintesi. L’associazione tra i due farmaci colpirebbe quindi lo stesso bisogno da due direzioni: il sildenafil rende più difficile recuperare il colesterolo già presente, mentre la statina limita la produzione di nuove scorte.
Nei modelli sperimentali, la combinazione ha ridotto la capacità metastatica più dei singoli trattamenti. Anche nei dati clinici la sopravvivenza appariva maggiore tra chi aveva assunto entrambi i medicinali prima della diagnosi.
Il confronto resta delicato. Le statine vengono prescritte a persone con un profilo cardiovascolare preciso e possono identificare pazienti seguiti con maggiore continuità dal sistema sanitario. Soltanto uno studio costruito appositamente potrà separare questi elementi dal possibile effetto diretto sulla malattia.
Come vanno lette le parole di Matteo Bassetti?
La ricerca ha raggiunto rapidamente il pubblico italiano anche attraverso Matteo Bassetti. Sui propri profili social, l’infettivologo ha sintetizzato il risultato scrivendo che il principio attivo del Viagra sarebbe in grado di «frenare le metastasi tumorali», grazie al blocco del colesterolo utilizzato dalle cellule maligne.
Ma la frase descrive quanto osservato nei modelli sperimentali. Applicata direttamente ai pazienti, però, richiede una precisazione: negli esseri umani lo studio ha rilevato una maggiore sopravvivenza associata all’uso precedente del farmaco, senza sperimentarlo come terapia antitumorale.
Bassetti non fa parte del gruppo di ricerca e il suo intervento ha carattere divulgativo. La notizia scientifica rimane comunque rilevante perché indica un possibile caso di drug repurposing: un medicinale conosciuto, nato per un’altra indicazione, potrebbe trovare un secondo impiego.
Il sildenafil offre diversi vantaggi. Viene utilizzato da quasi trent’anni, il suo comportamento nell’organismo è ben documentato e le versioni generiche hanno costi contenuti. Una parte del lavoro necessario per sviluppare una molecola completamente nuova è già disponibile.
Manca la verifica più impegnativa: dimostrare che il meccanismo produca un beneficio reale nelle persone ammalate.
Perché il Viagra non può ancora diventare una terapia oncologica?
Le dosi impiegate contro la disfunzione erettile potrebbero risultare insufficienti, eccessive o semplicemente inadatte a un trattamento oncologico. Cambierebbero anche i tempi di assunzione: da un uso occasionale si potrebbe passare a una somministrazione continuativa.
I pazienti affetti da tumore, inoltre, assumono spesso chemioterapici, immunoterapie, anticoagulanti, antidolorifici e medicinali cardiovascolari. Le possibili interazioni andrebbero valutate prima di qualsiasi impiego.
Il sildenafil può causare mal di testa, vampate, disturbi digestivi, capogiri, problemi visivi e cali della pressione. L’associazione con i nitrati utilizzati contro l’angina può provocare un’ipotensione pericolosa. La stessa cautela riguarda il riociguat e altri farmaci che agiscono sui vasi sanguigni.
L’uso autonomo nella speranza di impedire una metastasi espone dunque agli effetti indesiderati senza offrire una protezione dimostrata.
Il passaggio decisivo sarà un trial clinico randomizzato. Pazienti con caratteristiche confrontabili dovranno ricevere il sildenafil oppure il trattamento di controllo dopo la diagnosi. Gli esiti da misurare non potranno limitarsi a un indicatore di laboratorio: servirà verificare la comparsa di nuove metastasi, la progressione della malattia, la sopravvivenza e la qualità della vita.
Andrà anche stabilito in quale momento intervenire. Il farmaco potrebbe comportarsi in modo diverso prima di un’operazione, dopo la rimozione del tumore primario o quando la malattia metastatica è già presente.
Che cosa cambia in Italia?
Al momento, nulla nelle terapie oncologiche approvate. Il sildenafil resta autorizzato per la disfunzione erettile e, con dosaggi e prodotti differenti, per alcune forme di ipertensione arteriosa polmonare.
In Italia la Nota 75 dell’AIFA regola la rimborsabilità degli inibitori della PDE5 in determinate condizioni, comprese alcune disfunzioni erettili di origine neurologica o conseguenti a interventi e radioterapia nella zona pelvica. La prevenzione delle metastasi non compare tra le indicazioni. La ricerca potrebbe però interessare università, istituti oncologici e reti cliniche. Sperimentare un principio attivo già disponibile richiede in genere investimenti inferiori rispetto alla creazione di una nuova molecola.
Link utili:
Studio originale su Cancer Research
Scheda ufficiale del Viagra – Agenzia europea per i medicinali
Note per i lettori
Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e divulgativo. Non costituiscono in alcun modo parere medico o prescrizione. Prima di intraprendere qualsiasi terapia o integrazione, è necessario consultare il proprio medico curante.
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