Ricongelare l’Artico, Real Ice ci prova con una flotta di robot sottomarini

In Canada il pompaggio di acqua marina ha aggiunto fino a 32 centimetri alla banchisa, ma il vero banco di prova sarà capire quanto di quel vantaggio riuscirà a sopravvivere all’estate

LA NOTIZIA IN BREVE – Real Ice vuole capire se una tecnica già sperimentata sulla banchisa possa diventare abbastanza grande da incidere davvero sull’Artico. A Cambridge Bay, nel Nunavut canadese, i ricercatori hanno pompato acqua marina sopra il ghiaccio durante l’inverno 2024-2025: nelle aree trattate lo spessore è aumentato fino a 32 centimetri e la fusione primaverile è risultata più lenta. Il test, però, ha interessato appena 0,25 chilometri quadrati.

La startup britannica punta ora su robot subacquei autonomi capaci di lavorare sotto la banchisa e ripetere il pompaggio senza squadre in superficie. Restano da chiarire consumi energetici, durata del ghiaccio aggiunto ed effetti sull’ecosistema. Un esperimento alle Svalbard ha mostrato il limite più evidente: 26 centimetri in più durante l’inverno non sono bastati a far sopravvivere il ghiaccio più a lungo durante l’estate. Il progetto può quindi guadagnare tempo, ma non sostituire la riduzione delle emissioni.

Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento

L’APPROFONDIMENTO – Dopo aver dimostrato che è possibile aumentare artificialmente lo spessore della banchisa artica, Real Ice prova ora a capire se la stessa tecnica possa essere applicata su superfici molto più grandi. La startup britannica sta lavorando a robot subacquei autonomi capaci di muoversi sotto il ghiaccio, perforarlo e pompare in superficie acqua marina, che durante l’inverno congela formando nuovo ghiaccio. Il progetto parte da una sperimentazione condotta a Cambridge Bay, nel Nunavut (Canada). Le aree trattate nell’inverno 2024-2025 hanno raggiunto fino a 32 centimetri di spessore in più rispetto alle zone di controllo. La prova ha interessato appena 0,25 chilometri quadrati. Ed è proprio questa sproporzione tra ciò che ha funzionato sul campo e le dimensioni dell’Artico a decidere, adesso, il futuro dell’esperimento.

Come hanno aggiunto nuovo ghiaccio alla banchisa

In inverno la neve isola la banchisa dall’aria più fredda. Sotto quella coperta bianca il ghiaccio disperde meno calore e cresce più lentamente dalla parte inferiore. A Cambridge Bay i ricercatori hanno prelevato acqua marina da sotto il ghiaccio e l’hanno pompata sopra la neve. L’acqua ha impregnato lo strato superficiale e, con temperature molto inferiori allo zero, ha congelato rapidamente.

Il sistema usa quindi l’acqua già presente nell’oceano. Nessun refrigerante, nessun materiale aggiunto: cambia soltanto il punto nel quale l’acqua incontra il freddo più intenso.

Nelle regioni polari tecniche simili aiutano da tempo a costruire e rinforzare le strade di ghiaccio. Real Ice vuole usare lo stesso principio per aumentare lo spessore della banchisa prima dell’arrivo della stagione calda.

Il gruppo coordinato da Edward Blanchard-Wrigglesworth, dell’Università di Washington, ha scelto un campo di un chilometro per un chilometro. Ha lasciato tre aree senza interventi e ha pompato acqua in altre otto tra dicembre 2024 e febbraio 2025. Alcune hanno ricevuto un solo trattamento, altre due.

A maggio il ghiaccio delle zone trattate due volte misurava 30-32 centimetri in più rispetto a quello delle aree di controllo. Un solo intervento aveva prodotto aumenti compresi tra 14 e 21 centimetri.

Durante la fusione primaverile le superfici trattate hanno mantenuto più a lungo un colore chiaro e hanno perso ghiaccio più lentamente. I ricercatori stanno ancora quantificando quanto questa maggiore luminosità incida sull’albedo, cioè sulla quota di energia solare che il ghiaccio riflette invece di assorbire.

Nella stessa area, negli ultimi cinquant’anni, la banchisa ha perso circa 30 centimetri di spessore. Nel frattempo, però, l’Artico ha perso anche superficie e ghiaccio pluriennale e affronta estati più calde.

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Dove finisce il sale contenuto nell’acqua

L’acqua pompata sopra la banchisa porta con sé il sale dell’oceano. Quando congela, i cristalli ne espellono buona parte e concentrano una salamoia, la brine, nei piccoli canali che attraversano il ghiaccio.

Le carote prelevate a Cambridge Bay hanno mostrato concentrazioni più alte nei primi 20-30 centimetri delle zone allagate.

Il momento scelto per il pompaggio ha inciso parecchio. Nei settori trattati a dicembre la salinità è tornata vicino ai valori normali nell’arco di circa due mesi. Dove i ricercatori hanno portato l’acqua in superficie più tardi, o hanno ripetuto l’intervento, il sale ha impiegato più tempo a drenare verso il basso.

Una concentrazione salina elevata modifica il punto di congelamento e può cambiare il comportamento del ghiaccio quando le temperature salgono. I ricercatori seguono quindi anche temperatura, salinità, velocità di fusione e quantità di luce che attraversa la banchisa.

Sotto il ghiaccio vivono alghe, batteri e altri microrganismi. Costituiscono la base di una rete alimentare dalla quale dipendono animali molto più grandi. Se cambia la luce che penetra nel ghiaccio o aumenta la salinità in alcuni strati, anche questi organismi possono risentirne. I campioni raccolti nelle aree trattate servono a misurare eventuali differenze rispetto alle zone lasciate intatte.

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Perché alle Svalbard il ghiaccio in più non è bastato?

Nel 2024 un altro gruppo ha provato la stessa tecnica alle Svalbard, su circa 1.500 metri quadrati. Alla fine dell’inverno il ghiaccio trattato aveva guadagnato circa 26 centimetri rispetto all’area di riferimento.

Il trattamento ha ritardato di sei giorni anche la comparsa del rotten ice, il ghiaccio ormai poroso e fragile che accompagna le ultime fasi della fusione. Le temperature estive hanno poi cancellato il vantaggio. La banchisa trattata e quella lasciata intatta sono scomparse più o meno nello stesso periodo.

In Canada il maggiore spessore ha rallentato anche la fusione; alle Svalbard i 26 centimetri accumulati durante l’inverno non hanno cambiato l’esito finale. Neve, temperature, correnti, calore dell’oceano, salinità e dimensioni dell’area trattata cambiano molto da un sito all’altro.

Un inverno particolarmente favorevole può produrre parecchio ghiaccio. Un’estate calda può consumarlo in poche settimane.

Per Real Ice conterà soprattutto ciò che resterà alla fine della stagione calda. Guadagnare centimetri in inverno serve poco se la banchisa li perde tutti prima dell’autunno.

Come dovrebbero lavorare i robot sotto il ghiaccio?

Finora i ricercatori hanno lavorato con persone, pompe, tubazioni, batterie e attrezzature sistemate direttamente sulla banchisa. Su qualche migliaio di metri quadrati il sistema funziona. Su superfici migliaia di volte più grandi servirebbe un’organizzazione completamente diversa.

Real Ice punta sui robot subacquei autonomi. L’azienda vuole farli navigare sotto la banchisa, portarli nei punti scelti e affidare loro il pompaggio dell’acqua verso la superficie.

Il ghiaccio artico non offre un soffitto stabile. Si muove con le correnti e con il vento, apre fratture, le richiude e cambia spessore anche nel giro di pochi metri.

Sott’acqua il robot non può contare normalmente sul GPS. Deve orientarsi con altri sensori, trasportare una pompa, gestire la propria energia e trovare la strada del ritorno.

In laboratorio un tecnico può raggiungere una macchina guasta e intervenire in pochi minuti. Sotto qualche metro di ghiaccio, magari a chilometri dal campo base, recuperare un mezzo richiede uomini, tempo e condizioni meteorologiche favorevoli.

L’azienda vuole usare propulsione elettrica ed energia a basse o nulle emissioni. Il consumo complessivo peserà direttamente sulla valutazione del progetto: produrre ghiaccio ricorrendo lungo la filiera a grandi quantità di energia fossile ridurrebbe il beneficio climatico dell’operazione.

Real Ice deve ancora dimostrare che i robot possano svolgere questo lavoro con continuità, per lunghi periodi e senza squadre costantemente presenti sulla superficie.

Il ruolo della Scuola Sant’Anna di Pisa

Nel 2026 la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ha aperto una selezione collegata a Real Ice per un progetto intitolato “Robot subacqueo per la navigazione in ambiente artico e la tutela del ghiaccio marino”. Marcello Calisti figurava come proponente. Nessun candidato ha raggiunto il punteggio minimo richiesto e la procedura si è chiusa senza idonei.

Il bando riguardava uno specifico incarico e non basta, da solo, a ricostruire l’intero rapporto fra Real Ice e la ricerca pisana. Sul ghiaccio i ricercatori sanno già come ottenere centimetri aggiuntivi. Il passaggio alla robotica richiede invece mezzi capaci di ripetere quel lavoro senza avere accanto persone pronte a controllare pompe, tubi e alimentazione.

Come verranno utilizzati i 9,9 milioni di sterline?

Il programma Re-thickening Arctic Sea Ice, RASI, guidato da Shaun Fitzgerald del Centre for Climate Repair dell’Università di Cambridge, dispone di 9,9 milioni di sterline per 42 mesi messi a disposizione dall’agenzia britannica ARIA. Real Ice lavora insieme ad Arctic Reflections e a gruppi della University of Manchester, University College London, University of Washington e del centro norvegese NERSC.

Le campagne previste tra il 2026 e il 2028 resteranno molto lontane dalle dimensioni dell’oceano Artico. I ricercatori partiranno da superfici limitate e potranno arrivare fino a circa un chilometro quadrato per sito, a condizione che le fasi precedenti non facciano emergere problemi ambientali tali da fermare l’aumento di scala.

Sul ghiaccio misureranno spessore, fusione, salinità, temperatura e risposta degli organismi. Gli ingegneri lavoreranno sul pompaggio e sull’automazione. I climatologi useranno i dati raccolti sul campo per migliorare modelli capaci di simulare superfici che nessun esperimento potrebbe coprire direttamente.

Tra le zone studiate compare anche lo stretto di Nares, fra Groenlandia e Canada, dove gli archi naturali di ghiaccio possono frenare il movimento della banchisa verso l’Atlantico.

ARIA non ha programmato interventi su centinaia di migliaia di chilometri quadrati. Vuole prima sapere quanto dura il ghiaccio aggiunto, quanta energia richiede il pompaggio e che cosa cambia nell’ecosistema quando l’area trattata aumenta.

I risultati potrebbero anche indicare che la tecnica funziona bene sui piccoli campi sperimentali e perde efficacia quando le dimensioni crescono. Per decidere se andare avanti serviranno proprio questi dati.

Come partecipano le comunità Inuit?

Gli esperimenti nel Nunavut si svolgono in un ambiente che le comunità locali conoscono e utilizzano da generazioni.

In inverno la banchisa collega insediamenti e permette di raggiungere aree di caccia. Cacciatori e anziani conoscono zone fragili, correnti, rotte degli animali e cambiamenti del ghiaccio che possono sfuggire a chi arriva per una campagna scientifica di poche settimane.

Real Ice e Arctic Reflections hanno discusso la scelta dei siti con le organizzazioni locali e hanno coinvolto alcuni residenti nelle attività sul campo.

A Qikiqtarjuaq il confronto con cacciatori e anziani ha portato Arctic Reflections a spostare una zona sperimentale vicina a un’area importante per la riproduzione delle foche.

Un intervento su scala maggiore dovrebbe fare i conti anche con questo. La banchisa non è soltanto una superficie bianca da misurare attraverso satelliti e carotaggi: persone e animali la attraversano e la utilizzano ogni giorno.

Quanto ghiaccio ha perso l’Artico?

Il 10 settembre 2025 il ghiaccio marino artico ha toccato il minimo annuale con circa 4,60 milioni di chilometri quadrati. La serie satellitare parte dal 1979 e i 19 minimi più bassi appartengono tutti agli ultimi 19 anni, dal 2007 al 2025.

Sul periodo 1979-2025 il National Snow and Ice Data Center calcola per settembre una riduzione del 12,1% per decennio rispetto alla media 1981-2010. La tendenza lineare equivale a circa 74 mila chilometri quadrati in meno ogni anno.

Negli ultimi due decenni la curva dei minimi estivi non ha continuato a scendere con la stessa regolarità. Atmosfera e oceano producono forti oscillazioni da un anno all’altro e gli studiosi cercano ancora di capire quanto questa variabilità abbia inciso sulla fase più recente.

I livelli rimangono comunque molto inferiori a quelli dei primi decenni delle osservazioni satellitari.

Un inverno freddo può favorire la formazione del nuovo ghiaccio; una primavera precoce o un’estate particolarmente calda possono consumarlo rapidamente. Per valutare una tecnica di ispessimento servono quindi più stagioni e siti con caratteristiche diverse.

L’Artico sarà “senza ghiaccio” entro il 2030?

Negli studi climatici ice-free non significa oceano completamente privo di ghiaccio. Gli scienziati usano normalmente questa definizione quando l’estensione scende sotto un milione di chilometri quadrati.

Céline Heuzé e Alexandra Jahn hanno analizzato 366 simulazioni climatiche. Nove raggiungono quella soglia entro tre-sei anni partendo da condizioni paragonabili a quelle del 2023. Altre ci arrivano molto più tardi. Alcune non la raggiungono entro il 2100.

Il 2030 rientra quindi negli scenari più rapidi, non rappresenta una data fissata per la scomparsa della banchisa estiva.

Un singolo giorno sotto il milione di chilometri quadrati non equivale inoltre a un intero settembre nelle stesse condizioni. Per un settembre mediamente ice-free le proiezioni guardano più in generale ai prossimi decenni, con tempi che dipendono anche dall’andamento delle emissioni.

Dopo una prima estate sotto quella soglia, l’autunno riporterebbe comunque il ghiaccio sull’oceano. A cambiare sarebbe soprattutto la quantità capace di superare la stagione calda e la presenza del ghiaccio pluriennale, un tempo molto più diffuso nell’Artico.

Quanta energia richiederebbe un intervento più vasto

Oggi nessuno dispone ancora dei dati necessari per fare un conto affidabile. A Cambridge Bay i ricercatori hanno trattato 0,25 chilometri quadrati. Un intervento capace di incidere sul bilancio della banchisa dovrebbe coprire superfici incomparabilmente maggiori.

I robot consumerebbero energia per navigare e pompare. Servirebbero infrastrutture per ricaricarli, recuperarli, ripararli e rimetterli al lavoro. Anche il trasporto di materiali e persone avrebbe un costo energetico. Alle Svalbard il trattamento ha aggiunto 26 centimetri, ma l’estate li ha cancellati insieme al resto della banchisa. Ripetere un intervento del genere su migliaia di chilometri quadrati avrebbe poco senso se il risultato durasse soltanto qualche mese.

La prossima fase della ricerca dovrà misurare quanta acqua ogni sistema riesce a spostare, quanta energia consuma e quanto del ghiaccio prodotto riesce a superare la stagione calda. Soltanto con questi numeri si potrà cominciare a stimare il costo e il beneficio di un intervento più grande.

Quanto manca prima di poter parlare di “ricongelare l’Artico”

A Cambridge Bay il ghiaccio trattato ha raggiunto fino a 32 centimetri di spessore in più. Alle Svalbard l’estate ha cancellato il vantaggio accumulato nei mesi freddi. Le prossime campagne dovranno capire quale dei due risultati si ripeta più spesso e quanto incidano le condizioni locali. Real Ice, nel frattempo, deve portare i robot dalla fase di sviluppo al lavoro continuativo sotto la banchisa e misurarne consumi, autonomia e affidabilità.

I test finanziati da ARIA aumenteranno gradualmente le superfici e seguiranno il ghiaccio durante l’intero ciclo stagionale. I ricercatori potranno così confrontare ciò che aggiungono in inverno con ciò che ritrovano dopo i mesi più caldi.

Sul fondo rimane il riscaldamento dell’Artico. Anche ARIA considera indispensabile la riduzione delle emissioni e assegna all’eventuale ispessimento della banchisa un compito più limitato: rallentare una parte della perdita e guadagnare tempo, se gli esperimenti dimostreranno che il beneficio supera costi e conseguenze ambientali.

Link e fonti

Studi scientifici, dati climatici e documenti ufficiali per approfondire gli esperimenti di ispessimento della banchisa artica e il progetto di Real Ice.

  • Studio scientifico

    Artificial Flooding Leads to Thicker and Brighter Arctic Sea Ice

    Rivista: Earth’s Future – AGU · Pubblicazione:

    È lo studio sull’esperimento condotto a Cambridge Bay nell’inverno 2024-2025. Le aree trattate, per un totale di 0,25 km², hanno raggiunto fino a 32 centimetri di spessore in più e hanno mostrato una fusione più lenta durante la primavera.

    Consulta lo studio
  • Studio indipendente

    Field Observations of Sea Ice Thickening by Artificial Flooding

    Rivista: Journal of Geophysical Research: Oceans · Pubblicazione:

    Lo studio analizza l’esperimento svolto alle Svalbard. L’allagamento artificiale ha ispessito il ghiaccio e ha ritardato di sei giorni la formazione del rotten ice, ma non ha posticipato la scomparsa estiva della banchisa rispetto all’area di controllo.

    Consulta lo studio
  • Programma di ricerca

    Re-thickening Arctic Sea Ice – RASI

    Ente: Advanced Research and Invention Agency – ARIA · Consultazione:

    La pagina ufficiale descrive il programma da 9,9 milioni di sterline finanziato per 42 mesi, i test previsti in Nunavut tra il 2026 e il 2028, il coinvolgimento delle comunità locali e le verifiche sugli effetti ecologici e sulla possibile scalabilità della tecnica.

    Consulta il progetto RASI
  • Fonte del progetto

    Real Ice – tecnologia per l’ispessimento della banchisa

    Organizzazione: Real Ice · Consultazione:

    Real Ice illustra il progetto per portare il sistema di pompaggio sotto la banchisa attraverso droni subacquei autonomi, alimentati a batteria e progettati per lavorare senza una presenza continua di operatori sulla superficie.

    Consulta il progetto Real Ice
  • Dati climatici

    Arctic sea ice minimum 2025

    Ente: National Snow and Ice Data Center – NSIDC · Pubblicazione:

    Il NSIDC riporta per il 10 settembre 2025 un minimo artico di circa 4,60 milioni di km². Tutti i 19 minimi più bassi della serie satellitare si concentrano nel periodo 2007-2025; la tendenza 1979-2025 è pari al -12,1% per decennio.

    Consulta i dati NSIDC
  • Studio sulle proiezioni

    The first ice-free day in the Arctic Ocean could occur before 2030

    Rivista: Nature Communications · Pubblicazione:

    Céline Heuzé e Alexandra Jahn hanno analizzato 366 simulazioni climatiche. Alcuni scenari mostrano la possibilità di un primo giorno sotto la soglia di un milione di km² prima del 2030, senza indicare il 2030 come una data certa.

    Consulta lo studio
Fonti consultate e verificate dalla redazione di GiornaleTecnologico.net. Ultimo controllo: .

Note per i lettori

L’immagine usata per questo articolo è stata creata grazie all’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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