I cicli dell’orbita scandiscono il clima profondo, mentre la CO₂ prodotta dall’uomo sta riscrivendo un calendario lungo millenni
LA NOTIZIA IN BREVE – La Terra vive ancora all’interno di un’era glaciale, anche se l’umanità attraversa una delle sue parentesi più miti: l’Olocene, iniziato circa 11.700 anni fa. La presenza permanente delle calotte in Antartide e Groenlandia mantiene il pianeta in una condizione definita dagli scienziati icehouse, mentre i cicli dell’orbita terrestre regolano l’alternanza tra periodi glaciali e interglaciali. Uno studio pubblicato su Science collega precessione, obliquità ed eccentricità alle grandi deglaciazioni del Pleistocene e ipotizza, in assenza dell’influenza umana, un nuovo avanzamento dei ghiacci fra 10.000 e 11.000 anni. Un modello apparso su Communications Earth & Environment sposta invece la soglia naturale verso 50.000 anni, mostrando come l’aumento della CO₂ possa rinviarla ulteriormente.
Il paradosso è soltanto apparente: vivere in un’era glaciale non contraddice il riscaldamento globale. Le variazioni orbitali agiscono in migliaia di anni; le emissioni umane stanno modificando il clima in pochi decenni, accelerando la perdita dei ghiacciai e riscrivendo un calendario naturale lungo millenni.

Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento
L’APPROFONDIMENTO – E chi lo avrebbe mai detto? Con le temperature che stanno segnando questa torrida estate italiana, avremmo potuto immaginare tutto, fuorché di vivere ancora all’interno di un’era glaciale. Eppure, dal punto di vista scientifico, è proprio così. La Terra attraversa ancora una lunga fase climatica caratterizzata dalla presenza di grandi calotte glaciali permanenti, iniziata milioni di anni fa e tutt’altro che conclusa. Quello che stiamo vivendo rappresenta soltanto uno dei suoi intervalli più miti, l’Olocene, cominciato circa 11.700 anni fa. Una sorta di tregua tra l’ultima grande avanzata dei ghiacci e quella che, prima o poi, potrebbe tornare.
Indice
- 1 Come si può parlare di era glaciale con questo caldo?
- 2 Da quanto tempo dura questa lunga stagione dei ghiacci?
- 3 Che differenza c’è tra una glaciazione e un interglaciale?
- 4 Chi decide quando i ghiacci avanzano o si ritirano?
- 5 Basta una piccola variazione dell’orbita?
- 6 Che ruolo ebbero gli oceani e i continenti?
- 7 Come appariva il mondo soltanto 20.000 anni fa?
- 8 Come siamo riusciti a ricostruire un passato tanto lontano?
- 9 Che cosa ha scoperto lo studio pubblicato su Science?
- 10 Possiamo davvero segnare la prossima glaciazione sul calendario?
- 11 Perché l’anidride carbonica può fermare i ghiacci?
- 12 Quali limiti hanno queste previsioni?
- 13 Chi ha finanziato le ricerche?
- 14 Essere in un’era glaciale ridimensiona il riscaldamento globale?
- 15 Che cosa cambia per l’Italia?
- 16 Che cosa potrà rendere le previsioni più affidabili?
- 17 Dobbiamo preoccuparci della prossima avanzata dei ghiacci?
Come si può parlare di era glaciale con questo caldo?
Il paradosso nasce dal significato che attribuiamo alle parole. Quando sentiamo parlare di “era glaciale”, pensiamo subito a mammut lanosi, uomini coperti di pellicce e pianure sepolte sotto chilometri di ghiaccio. Per i paleoclimatologi, però, la definizione funziona in modo diverso. Un pianeta entra in una condizione chiamata icehouse quando conserva calotte glaciali continentali permanenti almeno in una delle regioni polari. L’Antartide e la Groenlandia ospitano ancora enormi masse di ghiaccio che resistono durante tutto l’anno. Tanto basta per collocare la Terra dentro una lunga epoca glaciale, anche se Roma supera i 40 gradi e il Mediterraneo accumula quantità crescenti di calore.
L’espressione indica dunque la condizione generale del sistema climatico su milioni di anni. Non descrive il tempo che troviamo fuori dalla finestra, né la temperatura media di una singola estate. Le due realtà possono convivere perfettamente: la Terra appartiene a una fase geologica glaciale e, nello stesso momento, si sta riscaldando con una rapidità eccezionale a causa delle attività umane.
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Da quanto tempo dura questa lunga stagione dei ghiacci?
La fase nella quale viviamo affonda le sue radici molto prima della comparsa della nostra specie. Le grandi calotte dell’Antartide iniziarono a svilupparsi circa 34 milioni di anni fa, tra la fine dell’Eocene e l’inizio dell’Oligocene.
Il pianeta stava cambiando volto. La concentrazione atmosferica di anidride carbonica diminuiva, i continenti assumevano nuove posizioni e l’apertura dei passaggi oceanici attorno all’Antartide favoriva la circolazione di acque fredde intorno al continente. Nacque così, gradualmente, quello che oggi potremmo definire il grande frigorifero della Terra.
La glaciazione quaternaria, quella alla quale appartengono le oscillazioni più recenti, cominciò invece circa 2,58 milioni di anni fa. Da allora le calotte dell’emisfero settentrionale hanno continuato ad avanzare e arretrare, trasformando coste, foreste, fiumi e interi ecosistemi.
Il Quaternario comprende il Pleistocene, terminato 11.700 anni fa, e l’Olocene, l’epoca nella quale viviamo. Durante il Pleistocene si susseguirono numerose glaciazioni; durante l’Olocene le temperature più miti favorirono l’agricoltura, la nascita delle città e lo sviluppo delle civiltà moderne.
Siamo quindi ancora dentro lo stesso grande capitolo climatico. Abbiamo semplicemente raggiunto una delle sue pagine più tiepide.
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Che differenza c’è tra una glaciazione e un interglaciale?
Un’era glaciale non mantiene il pianeta costantemente congelato. Al suo interno si alternano periodi glaciali, durante i quali le calotte crescono, e periodi interglaciali, caratterizzati da temperature più alte e da una riduzione dell’estensione dei ghiacci.
Noi viviamo in uno di questi intervalli caldi. Durante una fase glaciale, la neve che cade alle alte latitudini supera l’estate senza sciogliersi completamente. Anno dopo anno si accumula, si comprime e si trasforma in ghiaccio. Le calotte avanzano allora sulle terre emerse, il livello degli oceani scende e vaste regioni diventano fredde e aride.
Quando il clima entra in una fase interglaciale, il processo cambia. I ghiacci arretrano, l’acqua ritorna negli oceani e il livello del mare sale. Foreste e praterie riconquistano territori rimasti per migliaia di anni sotto il gelo.
Negli ultimi 2,6 milioni di anni il pianeta ha attraversato questa alternanza molte volte. Il ritmo, però, non è rimasto sempre uguale. Nella parte più antica del Pleistocene le oscillazioni seguivano soprattutto cicli di circa 41.000 anni. Negli ultimi 800.000 anni hanno assunto una periodicità vicina ai 100.000 anni, pur senza comportarsi come un orologio perfetto.
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Chi decide quando i ghiacci avanzano o si ritirano?
La risposta ci porta nello spazio. La Terra gira intorno al Sole, ma la sua orbita e il suo asse cambiano lentamente nel corso del tempo. Questi movimenti, studiati dal matematico e astronomo serbo Milutin Milankovitch, modificano la quantità di energia solare che raggiunge le diverse latitudini nelle varie stagioni.
L’eccentricità cambia la forma dell’orbita terrestre, rendendola più o meno allungata secondo cicli principali vicini a 100.000 e 400.000 anni.
L’obliquità modifica l’inclinazione dell’asse terrestre, oggi pari a circa 23,4 gradi, seguendo un ciclo di circa 41.000 anni. Una maggiore inclinazione accentua le differenze tra estate e inverno; una minore inclinazione rende le estati delle alte latitudini più fresche.
La precessione, infine, rappresenta una sorta di lento ondeggiamento dell’asse. Cambia la stagione nella quale la Terra si trova più vicina o più lontana dal Sole, con cicli vicini a 19.000-23.000 anni.
Questi movimenti influenzano soprattutto le estati dell’emisfero settentrionale. Il punto decisivo riguarda la neve caduta durante l’inverno. Quando le estati diventano abbastanza fresche, una parte della neve sopravvive fino all’anno successivo. Lo strato cresce, riflette una maggiore quantità di luce solare e raffredda ulteriormente il territorio.
Inizia così un meccanismo capace di alimentarsi da solo. Più ghiaccio significa più energia riflessa verso lo spazio; più energia riflessa significa temperature più basse e altro ghiaccio.
Basta una piccola variazione dell’orbita?
Da sola, la variazione orbitale produce un cambiamento relativamente contenuto. Il sistema climatico, però, amplifica il segnale.
Gli oceani assorbono e rilasciano calore. Le correnti trasportano energia tra equatore e poli. La vegetazione cambia colore e capacità di riflettere la luce. Il vapore acqueo, il metano e l’anidride carbonica rafforzano o attenuano il riscaldamento. Anche la polvere sollevata dai continenti modifica la quantità di energia assorbita dall’atmosfera e dagli oceani.
Quando i mari si raffreddano, possono trattenere una quantità maggiore di CO₂. La diminuzione dell’anidride carbonica atmosferica rafforza il freddo. Quando il pianeta torna a riscaldarsi, gli oceani rilasciano parte del carbonio e l’effetto serra aumenta.
Le glaciazioni nascono quindi dall’incontro tra astronomia, atmosfera, oceani, ghiacci e biosfera. L’orbita accende la miccia; il sistema terrestre decide quanto grande diventerà l’incendio climatico, o in questo caso quanto profondo sarà il gelo.
Che ruolo ebbero gli oceani e i continenti?
Anche la geografia del pianeta ha preparato il terreno. Circa tre milioni di anni fa la progressiva formazione dell’istmo di Panama modificò gli scambi d’acqua tra Pacifico e Atlantico. Le correnti oceaniche cambiarono direzione e intensità, alterando il trasporto di calore e umidità verso le alte latitudini.
Per molto tempo la chiusura dell’istmo è stata presentata come la causa principale dell’espansione dei ghiacci nell’emisfero settentrionale. Oggi il quadro appare più complesso. Quel passaggio contribuì alla trasformazione, ma lavorò insieme alla diminuzione della CO₂, alla configurazione dei continenti, alla crescita delle montagne e ai cambiamenti della circolazione atmosferica.
Anche l’Antartide seguì una storia abbastanza simile. La sua separazione dagli altri continenti favorì lo sviluppo della corrente circumpolare antartica, un enorme flusso oceanico che gira intorno al continente. Questa cintura d’acqua fredda ridusse gli scambi termici con le regioni più calde e contribuì al suo isolamento. La Terra non entrò pertanto nella fase glaciale per un singolo colpo di scena. Furono necessari milioni di anni e numerosi meccanismi capaci di rafforzarsi a vicenda.
Come appariva il mondo soltanto 20.000 anni fa?
Per capire quanto rapidamente possa cambiare il volto della Terra basta tornare all’ultimo massimo glaciale, raggiunto circa 21.000 anni fa. La calotta Laurentide copriva gran parte del Canada e degli Stati Uniti settentrionali. In Europa, i ghiacci occupavano la Scandinavia, le regioni baltiche, l’Irlanda e ampie porzioni della Gran Bretagna. Più a sud si estendevano tundre, steppe fredde e terreni congelati.
Il mare si trovava circa 130 metri più in basso rispetto a oggi, perché una quantità enorme d’acqua restava intrappolata nelle calotte continentali. L’Adriatico settentrionale era in gran parte una pianura. La Sicilia risultava molto più vicina alla penisola. Sardegna e Corsica formavano quasi un’unica grande massa terrestre, separata dalla costa italiana da bracci di mare più stretti degli attuali.
In altre parti del mondo emersero veri e propri ponti naturali. La Beringia collegò Siberia e Alaska, permettendo il passaggio di animali e popolazioni umane. Australia e Nuova Guinea formarono un territorio continuo. Molte isole del Sud-est asiatico si unirono in regioni molto più estese. Il pianeta che oggi osserviamo sulle mappe rappresenta quindi soltanto una delle sue possibili configurazioni.
Come siamo riusciti a ricostruire un passato tanto lontano?
La Terra conserva la propria memoria in archivi naturali sparsi ovunque. Le carote di ghiaccio intrappolano minuscole bolle d’aria antica, permettendo di misurare la concentrazione di CO₂ e metano presente centinaia di migliaia di anni fa. I sedimenti marini raccolgono gusci, polveri e sostanze chimiche capaci di raccontare la temperatura degli oceani e il volume delle calotte.
Uno degli strumenti più importanti riguarda gli isotopi dell’ossigeno contenuti nei gusci dei foraminiferi, piccoli organismi marini. Il rapporto tra ossigeno-18 e ossigeno-16 cambia in base alla temperatura dell’acqua e alla quantità di ghiaccio presente sui continenti.
Quando le calotte crescono, trattengono una quota maggiore dell’isotopo più leggero. Gli oceani e i gusci degli organismi registrano così una firma chimica diversa. Analizzando strati di sedimenti sempre più profondi, gli scienziati riescono a ricostruire una lunga sequenza di avanzate e ritirate dei ghiacci.
La celebre curva LR04, realizzata da Lorraine Lisiecki e Maureen Raymo, combina 57 registrazioni provenienti dai fondali oceanici e racconta gli ultimi 5,3 milioni di anni della storia climatica.
Il dato richiede però interpretazione. Il segnale isotopico mescola temperatura dell’acqua e volume dei ghiacci. Per questo i ricercatori lo confrontano con carote antartiche, pollini, coralli, stalagmiti e altri indicatori indipendenti.
Che cosa ha scoperto lo studio pubblicato su Science?
Nel febbraio 2025 un gruppo internazionale guidato dal paleoclimatologo Stephen Barker, della Cardiff University, ha pubblicato su Science un’analisi dedicata al ruolo dei cicli orbitali nelle grandi glaciazioni del Pleistocene. Alla ricerca hanno partecipato Lorraine Lisiecki, della University of California Santa Barbara, Gregor Knorr dell’Alfred Wegener Institute, Sophie Nuber e Polychronis Tzedakis dell’University College London.
Gli studiosi hanno confrontato diverse registrazioni marine e quattro differenti cronologie, concentrandosi su undici grandi deglaciazioni avvenute negli ultimi 900.000 anni. Il loro obiettivo consisteva nel capire se eccentricità, obliquità e precessione svolgessero funzioni differenti durante l’uscita da una fase glaciale.
Il risultato ha messo in luce una sequenza:
La precessione sembra partecipare all’avvio dello scioglimento delle grandi calotte;
L’obliquità accompagna il raggiungimento delle condizioni interglaciali e la successiva ripresa dell’accumulo di ghiaccio;
L’eccentricità regola invece la forza con la quale la precessione influenza la radiazione solare.
Il clima del Pleistocene avrebbe seguito quindi una sorta di coreografia astronomica. I tre movimenti non agiscono nello stesso modo e nello stesso momento ma entrano in scena uno dopo l’altro, modificando durata e intensità delle transizioni. Applicando questa sequenza al futuro, gli autori hanno indicato che, in assenza dell’influenza umana, una nuova glaciazione potrebbe cominciare fra circa 10.000 e 11.000 anni.
Possiamo davvero segnare la prossima glaciazione sul calendario?
Qui la storia si complica. Un altro studio, pubblicato nel dicembre 2025 su Communications Earth & Environment, ha indicato una data molto più lontana.
Il gruppo formato da Christine Kaufhold, Matteo Willeit e Andrey Ganopolski del Potsdam Institute for Climate Impact Research, Guy Munhoven dell’Università di Liegi e Volker Klemann del GFZ Helmholtz Centre for Geosciences ha utilizzato il modello climatico CLIMBER-X.
Il sistema integra atmosfera, oceani, vegetazione, ciclo del carbonio e sviluppo delle calotte. I ricercatori hanno simulato i prossimi 200.000 anni, modificando la quantità complessiva di carbonio immessa nell’atmosfera.
Nello scenario naturale considerato più plausibile, la prossima glaciazione inizierebbe fra circa 50.000 e 52.000 anni. Emissioni cumulative pari a 1.000 petagrammi di carbonio potrebbero spostarla verso i 100.000 anni. Quantità ancora maggiori prolungherebbero ulteriormente la fase interglaciale.
Un petagrammo corrisponde a un miliardo di tonnellate. Mille petagrammi equivalgono dunque a mille miliardi di tonnellate di carbonio.
Le due ricerche non si annullano a vicenda. Lo studio pubblicato su Science cerca regolarità negli eventi del passato. Il modello di CLIMBER-X ricostruisce invece l’evoluzione futura del sistema climatico, introducendo il comportamento degli oceani, delle calotte e del carbonio.
Il primo indica il momento nel quale la configurazione orbitale potrebbe favorire una nuova glaciazione. Il secondo prova a stabilire se l’atmosfera e gli oceani consentiranno davvero ai ghiacci di crescere.
Perché l’anidride carbonica può fermare i ghiacci?
La CO₂ trattiene una parte del calore emesso dalla superficie terrestre. La sua concentrazione atmosferica modifica quindi l’equilibrio energetico del pianeta.
Durante gli ultimi 800.000 anni, i periodi glaciali hanno coinciso generalmente con concentrazioni vicine a 180 parti per milione, mentre gli interglaciali hanno raggiunto valori intorno a 280 parti per milione. L’attività industriale ha portato la concentrazione oltre le 420 parti per milione, un livello estraneo alle oscillazioni osservate nelle carote di ghiaccio del tardo Quaternario.
Una quantità tanto elevata di gas serra rende più difficile la sopravvivenza della neve durante le estati settentrionali. Anche quando l’orbita crea condizioni favorevoli al raffreddamento, l’atmosfera continua a trattenere abbastanza calore da ostacolare la crescita iniziale delle calotte.
Il processo funziona su tempi lunghissimi. Parte della CO₂ verrà assorbita dagli oceani e dalla vegetazione; un’altra quota resterà nel sistema climatico per decine o centinaia di migliaia di anni. L’erosione delle rocce finirà gradualmente per sottrarla, ma lo farà con una lentezza difficile da immaginare sulla scala della vita umana.
Le emissioni prodotte in pochi secoli potrebbero quindi modificare il calendario climatico della Terra per un periodo più lungo dell’intera storia della nostra specie.
Quali limiti hanno queste previsioni?
Parlare di un evento previsto fra 10.000 o 50.000 anni richiede una buona dose di prudenza. I modelli climatici descrivono leggi fisiche solide, ma devono semplificare un sistema estremamente complesso. Lo studio di Barker e colleghi prende in esame undici grandi deglaciazioni. Si tratta di una sequenza enorme rispetto alla storia umana, ma statisticamente limitata. Le date ricavate dai sedimenti marini presentano inoltre margini di errore che possono raggiungere alcune migliaia di anni.
CLIMBER-X consente di simulare centinaia di millenni, ma possiede una risoluzione inferiore rispetto ai modelli impiegati per le previsioni climatiche dei prossimi decenni. Alcuni processi regionali vengono rappresentati in modo semplificato. La maggiore incertezza riguarda il futuro del carbonio. Gli studiosi devono stimare quanto ne assorbiranno gli oceani, quanto ne consumerà l’alterazione chimica delle rocce e quanto ne restituiranno vulcani e processi geologici.
Basta cambiare una di queste ipotesi per spostare la possibile glaciazione di decine di migliaia di anni. La scienza conosce il meccanismo generale, ma non possiede ancora un calendario definitivo.
Chi ha finanziato le ricerche?
Lo studio pubblicato su Science dichiara l’assenza di finanziamenti esterni e di interessi concorrenti. Gli autori hanno lavorato su archivi climatici già disponibili, applicando nuovi metodi di confronto e analisi temporale. La ricerca basata su CLIMBER-X ha ricevuto finanziamenti da programmi pubblici tedeschi e belgi. Tra i sostenitori compare anche la Bundesgesellschaft für Endlagerung, la società federale tedesca responsabile dei depositi per rifiuti radioattivi.
Il collegamento appare meno strano di quanto sembri. Un deposito geologico destinato a custodire materiali radioattivi deve rimanere sicuro per centinaia di migliaia di anni. La progettazione deve quindi considerare future glaciazioni, variazioni del livello marino, erosione, movimenti della crosta e cambiamenti nella circolazione delle acque sotterranee.
Gli autori hanno dichiarato l’assenza di conflitti di interesse. La rivista ha inoltre pubblicato la documentazione relativa alla revisione tra pari, rendendo trasparente il percorso di valutazione del lavoro.
Essere in un’era glaciale ridimensiona il riscaldamento globale?
Accade esattamente il contrario. La distinzione tra le due scale temporali rende ancora più evidente l’anomalia del cambiamento attuale. I cicli orbitali modificano il clima nell’arco di migliaia o decine di migliaia di anni. Il riscaldamento contemporaneo si è sviluppato in pochi decenni. Secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, le attività umane hanno prodotto circa 1,1 gradi di aumento della temperatura globale rispetto al periodo preindustriale.
L’orbita terrestre, nella fase attuale, non spiega questa crescita. Le variazioni naturali dell’energia solare avrebbero favorito, sul lunghissimo periodo, una tendenza molto lenta verso temperature settentrionali meno elevate. La concentrazione dei gas serra ha invertito il segnale e lo ha superato con una forza incomparabilmente maggiore.
Dire che la Terra si trova in un’era glaciale non significa dunque che il riscaldamento globale sia meno reale. Significa che stiamo riscaldando rapidamente un pianeta che, secondo la propria traiettoria naturale, conserva ancora enormi riserve di ghiaccio e potrebbe tornare in futuro verso condizioni più fredde.
Che cosa cambia per l’Italia?
L’Italia possiede perfino uno dei luoghi simbolo del Quaternario. A Monte San Nicola, in Sicilia, una successione di sedimenti marini registra il passaggio avvenuto 2,58 milioni di anni fa. La Commissione internazionale di stratigrafia ha scelto il sito come riferimento mondiale per l’inizio del Pleistocene e del Quaternario.
Il problema più urgente del Paese riguarda però i ghiacci che stanno scomparendo, non quelli che potrebbero tornare tra migliaia di anni. Una ricerca coordinata dal Consiglio nazionale delle ricerche ha ricostruito l’evoluzione di dodici ghiacciai delle Dolomiti dagli anni Ottanta al 2023. I ricercatori hanno utilizzato fotografie aeree, droni, rilievi laser e modelli tridimensionali.
La loro superficie complessiva si è ridotta di circa il 56%, passando da oltre quattro a meno di due chilometri quadrati. Lo spessore medio ha perso quasi 29 metri. Circa un terzo della contrazione si è verificato dopo il 2010.
La scomparsa dei ghiacciai alpini modifica la disponibilità stagionale d’acqua, la stabilità dei versanti, gli ecosistemi montani e l’economia turistica. Può inoltre favorire la formazione di nuovi laghi, aumentare l’instabilità delle pareti rocciose e cambiare la portata estiva dei corsi d’acqua.
Per l’Italia, dunque, la domanda sulla prossima glaciazione conserva un enorme valore scientifico. Le decisioni concrete riguardano però i prossimi anni: emissioni, risorse idriche, sicurezza delle montagne e adattamento delle città al caldo.
Che cosa potrà rendere le previsioni più affidabili?
Una parte della risposta arriverà dall’Antartide. Il progetto europeo Beyond EPICA ha recuperato una carota di ghiaccio lunga circa 2.800 metri, capace di raccontare oltre 1,2 milioni di anni di storia climatica. Le bolle d’aria intrappolate permetteranno di misurare direttamente CO₂ e metano durante il periodo nel quale le glaciazioni cambiarono ritmo. Gli studiosi sperano di capire perché il pianeta passò da cicli dominati dai 41.000 anni dell’obliquità a oscillazioni vicine ai 100.000 anni.
Serviranno inoltre confronti tra modelli climatici indipendenti. Una previsione acquista forza quando sistemi costruiti da gruppi differenti, con ipotesi e metodi diversi, riescono a riprodurre gli stessi eventi del passato e ottengono risultati simili sul futuro. La ricerca dovrà migliorare soprattutto la rappresentazione degli oceani, della circolazione atlantica e del ciclo geologico del carbonio. Proprio questi elementi determinano quanto a lungo resterà nell’atmosfera l’impronta delle emissioni industriali.
Dobbiamo preoccuparci della prossima avanzata dei ghiacci?
La risposta, almeno per molte generazioni, appare piuttosto semplice. La prossima glaciazione non rappresenta un pericolo per le società contemporanee. Anche lo scenario più vicino la colloca a circa 10.000 anni da oggi, una distanza temporale superiore a quella che ci separa dalla nascita dell’agricoltura. Il problema attuale viaggia nella direzione opposta. Ondate di calore, innalzamento del livello marino, siccità, precipitazioni estreme e perdita dei ghiacciai stanno già modificando territori ed economie.
Link utili:
Studio sui cicli glaciali pubblicato su Science
Modello sulla prossima glaciazione pubblicato su Communications Earth & Environment
Note per i lettori
L’immagine usata per questo articolo è stata creata grazie all’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale

