Grande Piramide di Giza, studio la retrodata di 20.000 anni

Un’analisi indipendente riapre il confronto sulla cronologia del monumento egizio più celebre. Ma sono molti gli archeologi che chiedono ulteriori prove

Negli ultimi giorni una tesi alternativa sulla Grande Piramide di Giza ha ripreso a circolare con forza sui social e in alcuni siti divulgativi. Al centro del dibattito c’è uno studio firmato dall’ingegner Alberto Donini, pubblicato sulla piattaforma open access Zenodo, che propone una cronologia molto più antica per la Piramide di Cheope. Secondo questa analisi, il monumento simbolo dell’Antico Egitto potrebbe essere stato costruito in un periodo compreso tra 37.000 e 9.000 anni prima di Cristo, quindi ben prima della datazione comunemente accettata dagli egittologi.

L’ipotesi ha attirato curiosità e perplessità. La cronologia tradizionale colloca infatti la costruzione della piramide intorno al XXVI secolo a.C., durante la IV dinastia, come parte del programma monumentale del faraone Cheope.  Per capire quanto questa nuova proposta sia solida, serve guardare con attenzione al metodo utilizzato e al peso delle prove già disponibili. Ed è qui che la faccenda diventa decisamente più complessa.

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Il metodo REM proposto da Donini

Lo studio si basa su un sistema sviluppato dallo stesso autore, chiamato Metodo dell’Erosione Relativa (REM). L’idea di fondo è semplice: confrontare il grado di deterioramento di rocce simili per stimare il tempo trascorso dalla loro lavorazione. Secondo Donini, questo approccio consentirebbe di dedurre un’età molto più antica rispetto alle stime ufficiali. Il problema è che il metodo solleva diverse criticità già a una prima lettura tecnica. Il REM parte infatti dall’assunto che l’erosione proceda a velocità comparabile nel tempo, purché le condizioni siano analoghe.

Qui però entra in gioco la realtà geologica. Vento, pioggia, escursioni termiche, deposizione di polveri e sabbie cambiano nel corso dei millenni e incidono in modo pesante sulla degradazione della pietra. Applicare un modello lineare a intervalli temporali così ampi diventa, per molti specialisti, un passaggio estremamente delicato.

Perché gli archeologi restano cauti

Un punto pesa più di tutti: la pubblicazione non ha affrontato peer review, cioè il processo di revisione tra pari che caratterizza gli studi scientifici riconosciuti. Questo elemento, da solo, non rende automaticamente errata una ricerca, ma ne riduce molto il valore probatorio nel contesto accademico.

Gli egittologi ricordano inoltre che la datazione della piramide non si basa su una singola tecnica. Nel corso di oltre due secoli, studiosi e archeologi hanno messo insieme prove archeologiche, epigrafiche e storiche che convergono sulla costruzione durante l’Antico Regno.

Tra gli strumenti utilizzati figura anche la datazione al radiocarbonio, applicabile ai materiali organici fino a circa 60.000 anni di età, che permette di ottenere stime cronologiche affidabili quando i campioni sono ben contestualizzati.
Il quadro complessivo, per ora, resta coerente con l’ipotesi tradizionale.

Il nodo della malta e dei presunti restauri

Donini contesta anche l’affidabilità delle datazioni al radiocarbonio eseguite su materiali organici presenti nella malta della piramide. Secondo la sua interpretazione, questi campioni rifletterebbero interventi successivi e non la costruzione originaria.

Gli studi archeologici disponibili raccontano però una storia diversa. Le analisi architettoniche indicano che la Grande Piramide appare come un progetto unitario, realizzato nell’arco di alcuni decenni, senza evidenze di grandi ricostruzioni posteriori.

Inoltre, l’evoluzione delle strutture funerarie egizie è ben documentata: dalle mastabe alle piramidi a gradoni fino alle grandi piramidi di Giza. Questo sviluppo architettonico progressivo si colloca tra il III millennio a.C. e la IV dinastia, in linea con la cronologia storica accettata.

Cosa sappiamo davvero oggi

Oggi la maggioranza della comunità scientifica colloca la costruzione della piramide intorno al 2580-2560 a.C., periodo in cui Cheope regnava sull’Egitto.
Le prove a sostegno includono:

  • contesto storico coerente con l’Antico Regno;
  • iscrizioni e tracce amministrative della IV dinastia;
  • datazioni radiometriche compatibili;
  • continuità architettonica con le piramidi precedenti.

Questo non significa che ogni dettaglio sia definitivamente chiuso. La ricerca su Giza continua e nuove tecnologie, come la muografia a raggi cosmici, stanno ancora rivelando strutture interne sconosciute. Ma finora nessuna evidenza robusta ha spostato la cronologia indietro di decine di millenni.

Il fascino delle teorie alternative

Il successo mediatico di ipotesi radicali sulla Grande Piramide non sorprende. Il monumento resta uno dei simboli più potenti dell’antichità e continua a stimolare immaginazione e dibattito. Nel mondo scientifico, però, il peso delle prove conta più dell’effetto sorpresa. Una nuova datazione rivoluzionaria richiederebbe dati replicabili, revisione indipendente e coerenza con il contesto archeologico.

Per ora, la proposta di retrodatazione resta una suggestione interessante ma ancora lontana dal ribaltare il consenso degli specialisti. La piramide di Cheope continua a dominare l’altopiano di Giza con il suo carico di mistero, mentre la ricerca procede, passo dopo passo, con strumenti sempre più raffinati.

A cura della Redazione GTNews

Link utili:
Rapporto preliminare. Datazione assoluta delle Piramidi Di Giza effettuato con il “Metodo Dell’Erosione Relativa” (“REM”)

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