Indice
- 1 Un 81enne ricoverato in isolamento dopo esser rientrato da un viaggio in Etiopia. Nel paese africano diversi focolai. Preoccupazione dell’Oms
- 2 Il virus Marburg: cosa sappiamo
- 3 Terapie e cosa possiamo fare oggi
- 4 Il focolaio in Etiopia: un ritorno che l’Oms temeva
- 5 Una minaccia già vista: i precedenti recenti
- 6 Cosa aspettarsi: allerta sì, panico no
Un 81enne ricoverato in isolamento dopo esser rientrato da un viaggio in Etiopia. Nel paese africano diversi focolai. Preoccupazione dell’Oms
L’Italia osserva con attenzione il caso di un 81enne ricoverato ad Asti con sintomi compatibili con la febbre emorragica da Marburg, una delle malattie più letali identificate negli ultimi decenni. L’uomo, arrivato al pronto soccorso con febbre e disturbi gastrointestinali, ha riferito ai medici di essere appena rientrato da un viaggio in Etiopia, paese dove nelle ultime settimane è stato confermato un focolaio del virus. Per questo è stato trasferito immediatamente nel reparto di malattie infettive dell’ospedale Cardinal Massaia e posto in isolamento totale, per evitare contatti con altri pazienti mentre i sanitari applicano tutte le misure previste dai protocolli di massima precauzione.
L’ospedale precisa che le condizioni cliniche del paziente sono stabili, ma la dinamica del viaggio e la natura dei sintomi hanno imposto un livello di allerta elevato. I primi campioni biologici sono già stati inviati allo Spallanzani di Roma, centro di riferimento nazionale per le febbri emorragiche, per confermare o escludere l’infezione. In attesa dell’esito, è stata attivata la catena di allerta locale e nazionale, coinvolgendo SISP, DIRMEI e l’Istituto Spallanzani. “Sono state attivate tutte le misure precauzionali e di isolamento”, afferma l’ospedale in una nota, sottolineando che ogni fase del protocollo è in corso.
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Il virus Marburg: cosa sappiamo
Il Marburg è un virus a Rna appartenente alla famiglia dei Filoviridae, la stessa dell’Ebola, con cui condivide la pericolosità ma non l’identità antigenica. Il serbatoio naturale è il pipistrello della frutta africano (Rousettus aegyptiacus), che può ospitare il virus senza ammalarsi. Da lì può compiere il salto all’uomo attraverso contatti diretti, fluidi corporei o esposizioni accidentali nelle grotte che ospitano le colonie di questi animali. Una volta avvenuto il contagio, la trasmissione tra esseri umani avviene tramite sangue, vomito, urine, superfici contaminate o contatto diretto con pazienti.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, l’incubazione media è di circa 8 giorni, ma può estendersi fino a 21. La malattia esordisce con febbre improvvisa, cefalea e dolore toracico, seguiti da vomito, diarrea e, nei casi più gravi, emorragie interne ed esterne, convulsioni, stato confusionale e collasso multiorgano.
Terapie e cosa possiamo fare oggi
Non esistono vaccini approvati né antivirali specifici. Le cure sono quasi esclusivamente di supporto: mantenimento dell’equilibrio idro-elettrolitico, controllo delle emorragie, riduzione delle procedure invasive e gestione del dolore. “I trattamenti sperimentali sono allo studio ma non esiste un protocollo definitivo”, precisa il Manuale MSD. Diversi farmaci, come favipiravir e remdesivir, sono stati testati in fase sperimentale, insieme a immunoglobuline e anticorpi monoclonali. Nessuno, però, può essere considerato risolutivo.
Il focolaio in Etiopia: un ritorno che l’Oms temeva
Dopo 40 anni di relativa quiete, il Marburg è tornato a manifestarsi in maniera significativa. Nella regione meridionale dell’Etiopia, vicino al Sudan del Sud, sono stati registrati nove casi confermati, alcuni con esito fatale. Il 14 novembre il laboratorio di riferimento ha identificato il virus, spingendo l’Africa CDC ad attivare immediatamente le procedure d’emergenza. “È stato identificato il virus Marburg”, ha dichiarato l’agenzia sanitaria africana, ricordando che il tasso di mortalità può sfiorare l’80%.
L’allerta è scattata dopo i primi otto casi sospetti nella zona di Jinka, poi confermati dai test PCR. La vicinanza con aree sanitarie fragili come il Sudan del Sud preoccupa gli esperti, poiché potrebbe facilitare la diffusione transfrontaliera, come già accaduto con Ebola. L’Etiopia ha attivato sorveglianza potenziata, indagini sul campo, tracciamento dei contatti e informazione della popolazione locale. L’origine del focolaio non è ancora chiarita del tutto, ma i pipistrelli frugivori restano i principali indiziati.
Una minaccia già vista: i precedenti recenti
Il Marburg non è un virus “storico”: negli ultimi anni è apparso più volte. Nel 2024 il Ruanda ha segnalato 65 casi e 15 morti. Nel 2023 un focolaio è stato registrato in Tanzania. Ogni episodio ha mostrato quanto sia complesso contenere una malattia che può diffondersi negli ospedali se i protocolli non vengono seguiti con rigore assoluto.
Le autorità africane ricordano che “lavoriamo con l’Etiopia per garantire una risposta rapida e coordinata”, consapevoli che il vero pericolo non è solo il virus, ma la fragilità di molte reti sanitarie locali. In scenari poveri di dispositivi di protezione, personale formato e strumenti diagnostici, anche pochi casi possono diventare un problema nazionale.
Cosa aspettarsi: allerta sì, panico no
Il sospetto caso italiano non significa che il virus stia circolando nel Paese. Le misure adottate ad Asti seguono protocolli internazionali e mirano a escludere rapidamente il peggio. In parallelo, il focolaio etiope conferma che il Marburg non è scomparso e che il mondo deve mantenere un livello di vigilanza costante. L’assenza di terapie specifiche rende ogni episodio un test per la capacità dei sistemi sanitari di reagire tempestivamente.
L’Italia, grazie alla rete di sorveglianza potenziata e ai centri di riferimento come lo Spallanzani, ha gli strumenti per intercettare i casi sospetti. La globalizzazione degli spostamenti, però, ricorda che il Marburg, come Ebola e altre zoonosi, resta una minaccia reale.
Fonte:
Ethiopia confirms first outbreak of Marburg virus disease | WHO | Regional Office for Africa
