Ebola, due casi sospetti in Italia riaccendono l’allerta sul virus Bundibugyo

Due pazienti rientrati dall’Uganda sono stati trasferiti al Sacco di Milano con procedure di biocontenimento. Il rischio per la popolazione italiana resta basso

L’Ebola, finora percepita come un’emergenza lontana, confinata in aree dell’Africa segnate da epidemie ricorrenti e sistemi sanitari fragili, è entrata nel perimetro dell’allerta sanitaria italiana. Due casi sospetti nel Comasco, riguardanti un uomo e una donna rientrati dall’Uganda, hanno fatto scattare il protocollo speciale e il trasferimento all’ospedale Sacco di Milano, centro di riferimento nazionale per le malattie infettive ad alto rischio. Al momento manca la conferma diagnostica, ma la notizia è sufficiente per far salire l’attenzione su un focolaio che riguarda un raro ceppo di Ebola, il Bundibugyo, oggi osservato con crescente preoccupazione dalle autorità sanitarie internazionali.

I due pazienti, secondo le prime ricostruzioni, sono cooperanti rientrati da una missione in Africa. Avrebbero viaggiato in un gruppo composto da due nuclei familiari e sarebbero arrivati a Malpensa con un volo proveniente da Addis Abeba. La comparsa di febbre alta, vomito, nausea, brividi e confusione mentale ha portato all’isolamento e agli accertamenti diagnostici. Le altre persone coinvolte sono state poste sotto sorveglianza sanitaria.

Perché si parla di casi sospetti?

La definizione è centrale. I sintomi iniziali dell’Ebola possono somigliare a quelli di altre infezioni presenti nelle stesse aree geografiche, comprese malaria, febbri virali e malattie gastrointestinali. Febbre, vomito, diarrea, forte stanchezza, dolori muscolari e confusione mentale richiedono cautela quando compaiono in persone rientrate da zone interessate da un focolaio, ma la diagnosi arriva soltanto attraverso test di laboratorio specifici.

Il trasferimento al Sacco indica una risposta prudente e organizzata. Davanti a una malattia rara ma grave, la sanità pubblica agisce prima della conferma per evitare ritardi nella gestione.

Che cosa sta succedendo in Congo e Uganda?

Il focolaio internazionale riguarda la malattia da virus Bundibugyo, una variante dell’Ebola identificata nella Repubblica Democratica del Congo e poi segnalata anche in Uganda. L’Organizzazione mondiale della Sanità ha dichiarato l’evento emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale dopo i primi casi confermati nella provincia congolese dell’Ituri e la comparsa di casi a Kampala.

I dati disponibili descrivono un quadro in rapido movimento. L’Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, ha segnalato centinaia di casi sospetti e decine di casi confermati nella Repubblica Democratica del Congo, con casi importati in Uganda.

Nelle ultime ore l’Oms ha avvertito di una ulteriore estensione dell’epidemia, che si sta diffondendo in altri Paesi africani: “Abbiamo dieci paesi a rischio – ha dichiarato il presidente Jean Kaseya – e sono Sud Sudan, Ruanda, Kenya, Tanzania, Etiopia, Congo, Burundi, Angola, Repubblica Centrafricana e Zambia”.

Perché il ceppo Bundibugyo preoccupa?

Il Bundibugyo appartiene alla famiglia degli ortoebolavirus ed è una forma rara di Ebola. La sua pericolosità deriva dalla gravità della malattia, dalla possibilità di focolai con elevata letalità e dalla mancanza di vaccini e terapie specifiche approvate per questo ceppo. Nelle due precedenti epidemie di malattia da virus Bundibugyo, il tasso di letalità è stato indicato tra il 30 e il 50 per cento.

Questo elemento distingue l’attuale focolaio da quelli provocati dal virus Ebola Zaire, per il quale sono stati sviluppati vaccini e trattamenti specifici. Nel caso del Bundibugyo le cure disponibili sono soprattutto di supporto. Reidratazione, controllo della febbre, gestione del vomito e della diarrea, mantenimento della pressione, trattamento delle complicanze e assistenza intensiva possono migliorare la sopravvivenza, soprattutto quando il paziente viene curato precocemente.

Come si trasmette Ebola?

Ebola si trasmette attraverso il contatto diretto con sangue, vomito, feci, urine, saliva, sudore, latte materno, liquido amniotico, sperma o altri fluidi corporei di una persona malata o deceduta a causa dell’infezione. Il virus può passare anche attraverso lenzuola, vestiti, aghi, strumenti sanitari, superfici o materiali contaminati. L’ingresso nell’organismo avviene attraverso piccole lesioni della pelle o mucose, quindi occhi, bocca e naso.

Una persona diventa contagiosa dopo la comparsa dei sintomi. Le situazioni più pericolose riguardano l’assistenza diretta a malati, la gestione dei corpi, l’esposizione a materiali biologici e il lavoro in strutture sanitarie prive di protezioni adeguate.

Quali sintomi devono far scattare l’allarme?

Il periodo di incubazione può andare da 2 a 21 giorni. I primi segnali sono spesso febbre, forte stanchezza, dolori muscolari, mal di testa e mal di gola. Nelle fasi successive possono comparire vomito, diarrea, dolore addominale, eruzione cutanea, alterazioni della funzionalità di fegato e reni, confusione e sanguinamenti.

L’immagine dell’Ebola come malattia sempre dominata da emorragie diffuse è inesatta. I sanguinamenti possono comparire nei casi più gravi, mentre l’esordio può ricordare molte altre infezioni tropicali. Il criterio decisivo è l’associazione tra sintomi e storia di esposizione, soprattutto dopo il rientro da zone interessate dal focolaio o dopo contatti con pazienti, ospedali, funerali, animali selvatici o materiali biologici.

Come deve comportarsi chi rientra da aree a rischio?

Chi rientra da Repubblica Democratica del Congo, Uganda o da altre aree indicate dalle autorità sanitarie deve controllare la propria salute per 21 giorni. In caso di febbre, vomito, diarrea, dolori muscolari intensi, forte stanchezza, mal di testa, confusione o sanguinamenti, deve isolarsi dagli altri conviventi e chiamare subito il medico, il 112 o il servizio sanitario indicato dalla Regione. La telefonata deve precedere qualunque accesso diretto in ambulatorio o in pronto soccorso.

Durante il contatto con i sanitari bisogna riferire con precisione il viaggio effettuato, le date di partenza e rientro, le località visitate, le eventuali attività sanitarie o assistenziali svolte, il contatto con persone malate, funerali, strutture ospedaliere, animali selvatici o materiali potenzialmente contaminati.

Come si evita il contagio nelle zone colpite?

Nelle aree interessate dal focolaio bisogna evitare il contatto con persone malate, corpi di persone decedute per febbre emorragica sospetta, vestiti e lenzuola sporchi, strumenti sanitari usati e materiali provenienti da reparti o abitazioni dove sono presenti casi compatibili. Anche i riti funebri con contatto diretto con la salma rappresentano una delle situazioni più pericolose. Operatori sanitari, cooperanti, missionari e personale logistico devono attenersi ai protocolli di prevenzione e controllo delle infezioni. Servono dispositivi di protezione individuale, igiene delle mani, percorsi separati, gestione sicura dei campioni biologici e procedure controllate per vestizione e svestizione.

Perché anche gli animali sono un rischio?

Il virus ha origine zoonotica. I pipistrelli della frutta sono considerati probabili serbatoi naturali degli ortoebolavirus e il passaggio all’uomo può avvenire attraverso il contatto con sangue, secrezioni o organi di animali selvatici infetti, compresi pipistrelli e primati. Nelle aree colpite vanno evitati la manipolazione e il consumo di selvaggina di origine incerta, così come l’ingresso in grotte o miniere colonizzate da pipistrelli senza adeguate precauzioni.

Per la popolazione italiana questo aspetto ha un valore soprattutto informativo. Il rischio riguarda chi vive, lavora o viaggia in zone dove il virus circola, oppure chi entra in contatto con animali o materiali biologici provenienti da contesti colpiti.

Quale rischio corrono cani e gatti?

Per cani e gatti il rischio viene considerato molto basso. Le autorità sanitarie europee non hanno evidenze che i cani sviluppino la malattia da Ebola o che possano trasmetterla all’uomo. Alcuni studi condotti in aree africane colpite da precedenti epidemie hanno trovato segni di possibile esposizione al virus in alcuni cani, ma senza dimostrare una malattia clinica né un ruolo documentato nella diffusione del contagio.

La prudenza riguarda solo gli animali che vivono a stretto contatto con una persona sintomatica e confermata positiva. In quel caso il cane potrebbe essere valutato dalle autorità perché esposto a materiali infetti. Per gli animali domestici che non hanno avuto contatti con casi sospetti o confermati, non sono indicate misure particolari.

Perché il contesto africano rende tutto più difficile?

Il focolaio si sviluppa in un’area segnata da violenze, sfollamenti e strutture sanitarie sotto pressione. Nell’Ituri e nel Nord Kivu la mobilità della popolazione, le strutture sanitarie informali, la difficoltà di raggiungere i villaggi, la sfiducia verso le autorità e gli attacchi ai centri di cura complicano ogni misura di contenimento.

La risposta richiede azioni rapide e coordinate. Bisogna identificare i casi, testarli, seguire i contatti, proteggere gli operatori e garantire sepolture sicure. Ogni passaggio debole lascia spazio alla trasmissione. In territori attraversati da conflitti e spostamenti forzati, anche un virus che richiede esposizioni strette può diventare difficile da contenere.

Qual è il rischio reale per l’Italia?

Per la popolazione generale il rischio resta basso. Eventuali casi importati vengono gestiti con procedure di isolamento, test e monitoraggio dei contatti. Il livello di attenzione cresce invece per operatori sanitari, cooperanti, personale umanitario, missionari, familiari e persone che hanno assistito malati o frequentato strutture sanitarie nelle aree colpite.

Per questo il ministero della Salute ha attivato misure di sorveglianza per personale sanitario e logistico, organizzazioni governative e non governative e cooperanti provenienti da Repubblica Democratica del Congo e Uganda.

Che cosa deve ricordare chi legge?

Ebola richiede attenzione, precisione e procedure rapide. I due casi italiani sono sospetti e devono essere confermati dagli esami. L’attivazione del protocollo speciale indica il funzionamento della rete di prevenzione, diagnosi e biocontenimento. Chi vive in Italia senza esposizioni specifiche deve seguire gli aggiornamenti ufficiali e distinguere l’allerta sanitaria dal panico.

Link utili:
Ministero della Salute – Per la circolare italiana sulla sorveglianza sanitaria legata al virus Bundibugyo e ai rientri da Repubblica Democratica del Congo e Uganda
Organizzazione Mondiale della Sanità – Pagina dell’Oms sulla dichiarazione di emergenza sanitaria internazionale per il focolaio in Congo e Uganda
– Ecdc – Valutazione europea del rischio, utile per spiegare perché il rischio per la popolazione generale in Europa resta basso

Note per i lettori

Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e divulgativo. Non costituiscono in alcun modo parere medico o prescrizione. Prima di intraprendere qualsiasi terapia o integrazione, è necessario consultare il proprio medico curante.

Casi sospetti di Ebola in Italia - Immagine realizzata con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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