Proteine dell’Alzheimer nel sangue dei pazienti con long COVID neurologico

Lo studio pubblicato su eBioMedicine identifica un biomarcatore associato a disturbi neurocognitivi persistenti dopo l’infezione da SARS-CoV-2

Un recente studio condotto dalla Stony Brook University, e pubblicato sulle pagine di eBioMedicine, ha riportato dati sorprendenti e potenzialmente preoccupanti nel campo delle conseguenze a lungo termine del COVID-19. I ricercatori hanno osservato che, in una coorte di individui con persistenza di sintomi neurocognitivi post-infezione da SARS-CoV-2 (definiti N-PASC, ovvero Neurological Post-Acute Sequelae of COVID), i livelli di una specifica forma della proteina taupTau-181 – risultano significativamente più alti nel plasma sanguigno rispetto ai livelli misurati prima dell’infezione.

La proteina tau è nota per il suo ruolo nelle malattie neurodegenerative, in particolare nell’Alzheimer, dove si associa a alterazioni neuronali e alla formazione di grovigli neurofibrillari nel cervello. L’incremento osservato di pTau-181 suggerisce una possibile relazione biologica tra long COVID con sintomi neurologici prolungati e processi neurodegenerativi.

Oltre alla semplice associazione, lo studio ha esaminato con cura campioni di plasma prelevati prima dell’infezione da COVID-19 e confrontati con campioni successivi raccolti fino a diversi anni dopo. La scoperta di un aumento di circa 59% nei livelli di pTau-181 nei soggetti con N-PASC è clinicamente rilevante, anche se non ancora sufficiente per stabilire una causalità diretta con futuri disturbi degenerativi.

Risultati e confronto con gruppi di controllo

Lo studio ha coinvolto 227 partecipanti con N-PASC, tutti soccorritori del World Trade Center Health and Wellness Program di Stony Brook, monitorati prima e dopo l’esposizione al COVID-19. Ai soggetti è stato richiesto di riportare sintomi come mal di testa persistente, vertigini, annebbiamento mentale (“brain fog”), perdita di gusto e olfatto, e difficoltà di equilibrio… tipici segni di un coinvolgimento neurologico post-acuto.

Questi individui sono stati confrontati con altri 227 soccorritori che costituivano gruppi di controllo:

  1. Persone che non avevano contratto il COVID nel periodo del campionamento.
  2. Persone che avevano avuto COVID ma non avevano sviluppato sintomi persistenti di long COVID.
    Nel gruppo di controllo non si è osservato alcun incremento rilevante di pTau-181 dopo l’infezione, indicando che le variazioni di tau sembrano essere specifiche dei soggetti con N-PASC.

Questo confronto è importante perché riduce la probabilità che l’aumento di tau sia semplicemente un effetto casuale o associato ad altri fattori non correlati al long COVID. Tuttavia, i ricercatori sottolineano la necessità di studi più ampi, in popolazioni più diversificate, per confermare la portata dei risultati nel contesto generale.

Durata dei sintomi e significato clinico dei livelli di tau

Un elemento particolarmente significativo dello studio riguarda la durata dei sintomi neurologici. I partecipanti che hanno riportato sintomi per oltre 1,5 anni mostravano incrementi di pTau-181 più marcati rispetto a coloro con sintomi di durata inferiore. Secondo gli autori, ciò potrebbe suggerire una progressione o stabilizzazione dei danni neurologici nel tempo, benché non sia stato possibile determinare se questi cambiamenti corrispondano a un precoce stadio di una malattia neurodegenerativa.

Come ha spiegato una delle figure chiave dello studio, “the presence of tau at higher levels in the blood is a known biomarker of lasting brain damage”, sottolineando che rimane comunque incerto se questo incremento sia identico o correlato ai percorsi biologici tipici dell’Alzheimer o di altre demenze.

È importante ricordare che elevati livelli plasmatici di tau non equivalgono automaticamente a una diagnosi di malattia neurodegenerativa. Essi rappresentano piuttosto un biomarcatore di interesse, potenzialmente utile per identificare persone a rischio o per studiare meglio il processo patologico sottostante.

Limiti dello studio e passi successivi della ricerca

Gli autori di questo studio sono cauti nel trarre conclusioni definitive. Pur essendo uno dei primi lavori ad associare in modo così netto il long COVID con aumenti di pTau-181 plasmatico, vi sono importanti limitazioni da considerare:

  • La popolazione studiata, rispondenti ai soccorsi del WTC, non è rappresentativa della popolazione generale e può essere soggetta a fattori ambientali unici.
  • Non è ancora chiaro se l’aumento di tau nel plasma rifletta una reale accumulazione o danno cerebrale. Per questo, i ricercatori indicano come fondamentale impiegare neuroimaging avanzato nei futuri studi per confrontare livelli plasmatici e livelli nel tessuto cerebrale.
  • Serve esplorare se altri marcatori biologici, come GFAP o NfL, combinati a pTau-181, possano migliorare la prognosi o predizione di complicanze neurodegenerative post-COVID.

Nonostante le tante incognite questa indagine apre una nuova finestra di ricerca sulle possibili implicazioni a lungo termine del COVID-19 sul cervello umano e suggerisce che il long COVID non debba essere considerato un fenomeno clinico transitorio o a basso impatto.

A cura della Redazione GTNews

Link di approfondimento:
Increased phosphorylated tau (pTau-181) is associated with neurological post-acute sequelae of coronavirus disease in essential workers: a prospective cohort study before and after COVID-19 onset – eBioMedicine

Increased levels of Alzheimer’s-linked protein found in some with long COVID – Still COVIDing Canada

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