Tanti i proclami quasi quotidiani ma dietro questi trattamenti rivoluzionari, dai costi esorbitanti, ci sono speranze dimezzate
Dopo decenni di tentativi falliti, l’Alzheimer resta la bestia nera della medicina moderna. È la forma di demenza più diffusa al mondo, responsabile di circa il 70% dei casi, e continua a essere una delle principali cause di morte tra gli anziani. Eppure, negli ultimi due anni si è tornati a parlare di “svolta storica” grazie a due nuovi farmaci e a un test del sangue che promette diagnosi precoci. Ma la realtà, come spesso accade in medicina, è molto più sfumata.
I farmaci donanemab (Eli Lilly) e lecanemab (Biogen ed Eisai) hanno dimostrato di rallentare significativamente la progressione della malattia, almeno negli stadi iniziali. Una conquista, certo, ma non un miracolo. I trattamenti sono costosissimi, hanno efficacia limitata e possono causare effetti collaterali gravi, come emorragie cerebrali potenzialmente letali. Non proprio ciò che ci si aspetta da una “cura salvifica”.
Intanto, il test del sangue che individua biomarcatori della malattia è stato approvato negli Stati Uniti, mentre l’Europa resta prudente: il dibattito è acceso e spacca la comunità scientifica.
Farmaci tra business e dubbi: il peso delle agenzie sanitarie
Le aspettative erano enormi, e i miliardi investiti dalle big pharma ancora di più. Ma oggi la domanda resta la stessa: questi farmaci valgono davvero il prezzo pagato? Leqembi, il nome commerciale del lecanemab, è già disponibile negli Stati Uniti e in diversi Paesi. Tuttavia, le autorità sanitarie francesi hanno rifiutato di rimborsarlo, giudicandolo troppo costoso per benefici troppo modesti. Lo stesso ha fatto il servizio sanitario del Regno Unito, che considera entrambi i nuovi farmaci non sufficientemente convenienti.
Le perplessità non riguardano solo i soldi. La vera questione è clinica: servono pazienti diagnosticati molto presto, quando i sintomi sono quasi invisibili. E senza strumenti diagnostici affidabili e rapidi, la finestra d’intervento si riduce drasticamente. Qui torna in gioco il test del sangue, che negli USA è stato accolto con entusiasmo, mentre in Europa molti esperti lo ritengono ancora insufficiente.
Test del sangue, rivoluzione o illusione?
Per anni la diagnosi dell’Alzheimer ha richiesto esami invasivi come la puntura lombare, costosa e dolorosa. Oggi, invece, un semplice prelievo sembra in grado di individuare i biomarcatori tipici della malattia.
Negli Stati Uniti, l’Associazione Alzheimer ha addirittura modificato i criteri ufficiali, stabilendo che i biomarcatori siano da soli sufficienti per una diagnosi. In Europa, però, il fronte resta scettico.
“Molti pazienti con biomarcatori anomali non svilupperanno mai la demenza”, ha spiegato il neurologo olandese Edo Richard, che guarda con sospetto sia ai test rapidi che ai nuovi farmaci. Nel Regno Unito è partito un trial nazionale per valutare l’affidabilità del test, ma l’approvazione europea non sembra imminente.
Il nodo è cruciale: se il test fosse affidabile, permetterebbe di iniziare i trattamenti prima della comparsa dei sintomi, massimizzandone l’effetto. Ma senza prove solide, si rischia di generare false diagnosi, alimentando ansia nei pazienti e gonfiando i profitti delle case farmaceutiche.
Prevenzione, la carta più solida ma meno “sexy”
Se la “cura” non c’è, resta la prevenzione. Secondo una revisione pubblicata su The Lancet, quasi la metà dei casi di Alzheimer è collegata a fattori modificabili: obesità, sedentarietà, alcol, fumo e perfino perdita dell’udito. La domanda è: cambiare stile di vita serve davvero? I grandi studi clinici non hanno mostrato effetti eclatanti.
“Gli interventi sui fattori di rischio hanno avuto effetti limitati o nulli sul declino cognitivo”, ha detto ancora Richard. Eppure, qualcosa si muove. Uno studio pubblicato su JAMA ha rilevato che i pazienti sottoposti per due anni a programmi intensivi di dieta ed esercizio hanno avuto un lieve rallentamento della malattia.
Per la comunità scientifica, un piccolo passo; per i malati e le famiglie, un barlume di speranza. La ricercatrice francese Cecilia Samieri ha riconosciuto che i progressi possono sembrare minimi, ma rispetto al vuoto di pochi anni fa “sono già enormi”. Aggiunge che solo studi di lungo periodo, almeno 10-15 anni, potranno dimostrare se la prevenzione potrà davvero cambiare le sorti della malattia.
La guerra contro il tempo
Il futuro della ricerca sull’Alzheimer sembra giocarsi su tre fronti: farmaci, diagnosi precoce e prevenzione. Nessuno, però, rappresenta ancora la svolta definitiva. I farmaci promettono tanto ma restano pieni di rischi e limiti. I test rapidi affascinano, ma rischiano di semplificare troppo un problema complesso.
La prevenzione è concreta, ma lenta, poco spettacolare e difficile da trasformare in business. Alla vigilia della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, la sensazione è che la battaglia sia appena iniziata. Nonostante i titoli trionfalistici, la malattia resta un nemico feroce, che avanza più veloce della scienza.
