Dagli Stati Uniti alla Lombardia cresce il fronte delle proteste: consumi elettrici, risorse idriche e nuove reti stanno trasformando la corsa tecnologica in una questione politica locale
LA NOTIZIA IN BREVE – L’intelligenza artificiale sembra immateriale, ma dietro chatbot e servizi digitali ci sono edifici enormi, reti elettriche, sistemi di raffreddamento e consumi crescenti di energia e acqua. Ed è proprio quando queste infrastrutture arrivano vicino ai centri abitati che iniziano i problemi.
Negli Stati Uniti la protesta è ormai nazionale: sondaggi, manifestazioni e moratorie mostrano quanto sia difficile far accettare nuovi impianti alle comunità locali. In Europa il caso più evidente è l’Irlanda, dove i data center assorbono una quota ormai rilevante dell’elettricità nazionale. Anche in Italia il confronto è iniziato, soprattutto in Lombardia, tra nuovi progetti, comitati e procedure ambientali. Il nodo non è soltanto tecnologico. È capire quanta pressione possano sostenere reti e territori, chi debba pagare le nuove infrastrutture e quali benefici restino davvero alle comunità che ospitano questi impianti.

Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento
L’APPROFONDIMENTO – Cresce nel mondo la protesta contro i data center costruiti per alimentare l’intelligenza artificiale. Cittadini, comitati locali e amministrazioni contestano nuovi impianti per il consumo di elettricità e acqua, il rumore, l’occupazione di suolo e l’impatto sulle reti. In diversi Paesi le tensioni hanno già portato a manifestazioni, moratorie e nuove restrizioni.
L’intelligenza artificiale entra ogni giorno nelle nostre vite, attraverso uno smartphone o un computer, ma dietro alle funzioni offerte ci sono edifici grandi anche centinaia di metri, migliaia di processori, sistemi di raffreddamento, connessioni ad alta capacità e una quantità crescente di energia. Finché queste infrastrutture restano lontane dagli occhi dimenticarle è facile, ma quando i data center vengono progettati e costruiti vicino a case, terreni agricoli o reti idriche già sotto pressione, il giudizio popolare cambia.
L’Agenzia internazionale dell’energia stima che nel 2024 i data center abbiano consumato 415 terawattora di elettricità, circa l’1,5% della domanda mondiale. Nello scenario di base dell’IEA si arriverà a circa 945 TWh nel 2030, con l’intelligenza artificiale tra i principali motori della crescita. Su scala locale, però, quei numeri cambiano peso. Un singolo campus può diventare uno dei maggiori consumatori di elettricità di un territorio.
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Negli Stati Uniti la protesta è già nazionale
Negli Stati Uniti il tema ha ormai superato la dimensione delle singole comunità. Un sondaggio Gallup condotto tra il 2 e il 18 marzo 2026 ha rilevato che il 71% degli americani non vorrebbe un data center per l’intelligenza artificiale nella propria zona. Il 48% si dichiara fortemente contrario. Gallup ha posto la stessa domanda sulla costruzione di una centrale nucleare: gli oppositori, in quel caso, sono stati il 53%. Il confronto dice molto su quanto l’idea di ospitare un’infrastruttura destinata all’IA sia diventata impopolare nelle aree direttamente interessate. Le ragioni indicate sono reali: consumo di energia, disponibilità d’acqua, impatto ambientale e possibile effetto sulle bollette elettriche.
Il 18 luglio la contestazione è uscita definitivamente dai confini locali: 142 manifestazioni in 42 Stati hanno protestato contro la rapida espansione dei data center legati all’IA. L’iniziativa, coordinata da HumansFirst, ha trovato adesioni tanto negli Stati democratici quanto in quelli repubblicani.
Questo non significa che l’intero Paese sia contrario ai data center. Ma quando un progetto smette di essere una voce in un piano industriale e diventa qualcosa da costruire a pochi chilometri da casa, il consenso cambia.
Anche le amministrazioni hanno iniziato a muoversi. Lo Stato di New York ha introdotto una moratoria di un anno sui nuovi hyperscale data center da almeno 50 megawatt, in attesa di nuove regole sull’impatto ambientale e sui costi delle infrastrutture necessarie a servirli.
A Monterey Park, in California, si è andati ancora oltre: nel 2026 è stato introdotto un divieto dei data center sull’intero territorio comunale. Resta da capire chi pagherà le infrastrutture necessarie e cosa resterà a chi ospita gli impianti.
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La corsa alla corrente
Per capire perché il confronto si stia facendo così acceso bisogna partire dall’elettricità. Un data center tradizionale può richiedere alcune decine di megawatt. I grandi impianti progettati per l’intelligenza artificiale possono superare i 100 MW, mentre i campus più ambiziosi raggiungono dimensioni molto superiori.
Negli Stati Uniti la domanda elettrica è già in crescita. Le ultime previsioni della Energy Information Administration indicano vendite per 4.135 miliardi di kWh nel 2026 e 4.211 miliardi nel 2027. Tra i fattori indicati dalla EIA ci sono proprio l’espansione dei data center e l’aumento dei consumi dell’industria manifatturiera. Per le reti elettriche non conta soltanto quanta energia servirà complessivamente. Conta soprattutto dove verrà richiesta.
Un grande campus può rendere necessarie nuove sottostazioni, trasformatori e linee di trasmissione. Opere che spesso richiedono anni, mentre un progetto tecnologico può avanzare molto più rapidamente. L’IEA richiama l’attenzione proprio su questa differenza di velocità. I colli di bottiglia riguardano trasformatori, apparecchiature elettriche, connessioni alla rete e autorizzazioni.
C’è anche un problema di pianificazione. Le richieste di connessione presentate dagli operatori non corrispondono sempre agli impianti che saranno effettivamente costruiti: un’azienda può studiare più territori contemporaneamente e prenotare capacità prima di decidere dove realizzare l’investimento.
Poi c’è il costo degli adeguamenti. Un nuovo grande cliente può portare ricavi al sistema elettrico e contribuire alle infrastrutture. Ma se le nuove opere vengono costruite quasi esclusivamente per servire un singolo insediamento, bisogna decidere chi le paga. Operatore, rete, clienti? È qui che il problema tecnico diventa anche politico.
L’acqua pesa soprattutto dove manca
L’altro fronte è il raffreddamento. I processori impiegati nei sistemi di intelligenza artificiale producono enormi quantità di calore. Per mantenerli nelle condizioni operative previste esistono tecnologie differenti: alcune limitano fortemente il consumo idrico, altre utilizzano sistemi che possono richiedere quantità significative di acqua.
Ed è soprattutto il luogo a fare la differenza. Dieci milioni di litri non hanno lo stesso significato ovunque. In un territorio ricco d’acqua possono rappresentare una quota marginale dei prelievi. In una zona soggetta a siccità, dove la stessa risorsa serve acquedotti e agricoltura, assumono tutt’altro peso. Lo dimostra il caso dell’India. Il progetto Google da 15 miliardi di dollari in Andhra Pradesh ha incontrato l’opposizione di gruppi ambientalisti e cittadini di Visakhapatnam, una città dove la domanda d’acqua supera già l’offerta e si verificano forme di razionamento.
Gli oppositori temono un aumento della pressione sulle risorse idriche e sull’area naturale circostante. Google ha indicato tra le misure previste l’impiego di sistemi di raffreddamento ad aria. Lo stesso impianto, spostato da un territorio all’altro, può avere un peso molto diverso.
Dublino ha già incontrato il limite
In Europa il caso più evidente è quello irlandese. Nel 2025 i data center hanno consumato 7.663 GWh, pari al 23% dell’elettricità misurata in Irlanda. Dieci anni prima erano al 5%. Soltanto nell’ultimo anno il consumo è aumentato del 10%. Il confronto con le abitazioni rende l’ordine di grandezza ancora più chiaro: nel 2025 le case urbane hanno rappresentato il 18% dei consumi elettrici misurati e quelle rurali il 9%.
Dublino è diventata uno dei maggiori poli europei dei data center grazie alla concentrazione delle grandi aziende tecnologiche. Quel successo, però, ha finito per mettere sotto pressione la rete e le autorità hanno introdotto condizioni più severe per le nuove connessioni.
A un certo punto il limite non lo stabilisce più il mercato. Lo stabilisce la rete: se non c’è abbastanza capacità disponibile, nuovi impianti non possono essere collegati. Anche per questo la geografia degli investimenti sta cambiando.
Secondo JLL, i campus hyperscale previsti in Europa tra il 2026 e il 2028 sorgeranno in media a 175 chilometri dai principali hub, contro i 46 chilometri dei progetti completati tra il 2022 e il 2025. I nuovi siti greenfield rappresentano inoltre il 39% della pipeline futura, rispetto all’8% dei progetti realizzati nei tre anni precedenti. Il terreno disponibile conta. Ma sempre più spesso bisogna prima trovare l’energia e una rete capace di portarla fino al sito.
In Italia il conflitto comincia dalla Lombardia
In Italia il confronto è arrivato più tardi, ma la Lombardia sta già facendo i conti con una concentrazione crescente di progetti. Il 3 giugno la Regione ha approvato la legge regionale numero 11 sugli insediamenti dei centri dati. La norma interviene su localizzazione, consumo di suolo, risorse idriche, efficienza energetica, biodiversità e recupero del calore.
Tra le priorità indicate ci sono le aree di rigenerazione urbana e territoriale e quelle dismesse, contaminate, degradate, inutilizzate o sottoutilizzate, tenendo conto anche della vicinanza e della compatibilità con le infrastrutture elettriche.
Intanto, nell’area milanese alcuni progetti sono già diventati oggetto di discussione pubblica. A Lacchiarella, nel sud-ovest della provincia di Milano, è in corso la valutazione di impatto ambientale per un nuovo data center promosso da Apto Italia. La procedura, avviata nel dicembre 2024, nel 2026 risulta ancora in fase di istruttoria tecnica. La documentazione comprende anche una valutazione di impatto sanitario e approfondimenti sulle acque sotterranee.
Tra i dati presenti nel progetto compare una potenza termica complessiva di 1.010 MW per i gruppi elettrogeni di emergenza. È bene precisarlo: non si tratta della potenza elettrica assorbita dal data center, ma della potenza termica dei generatori di emergenza. Sono grandezze diverse.
Il progetto ha comunque alimentato una mobilitazione locale incentrata sul consumo di suolo, sulle infrastrutture e sulle risorse naturali.
A Magenta, nell’area dell’ex Novaceta, è invece previsto un campus da 240 MW. Anche qui il progetto ha generato comitati, raccolte di firme e iniziative pubbliche.
La procedura di valutazione di impatto ambientale nazionale, avviata nel dicembre 2025, ha attraversato nei mesi successivi la fase di consultazione e le richieste di integrazione. Al 12 settembre risulta sospesa su richiesta del proponente.
La vicenda presenta però anche un altro elemento: l’investimento interessa un’area industriale dismessa e potrebbe contribuire al suo recupero. Restano da valutare le opere necessarie ad alimentare il campus e gli effetti complessivi sul territorio.
Lacchiarella e Magenta sono vicende diverse. In entrambi i casi, però, i data center sono ormai entrati nella pianificazione urbana, nelle procedure ambientali e nel confronto politico locale.
Quanto resta a chi ospita un data center?
A favore dei nuovi impianti c’è un argomento difficile da ignorare: gli investimenti. Nella fase di costruzione arrivano cantieri, imprese, fornitori e lavoratori. I progetti più grandi possono valere miliardi e creare una forte domanda per edilizia, impiantistica e servizi. Una volta terminato il cantiere, però, la fotografia cambia. I data center hanno bisogno di tecnici specializzati, manutenzione, vigilanza e servizi, ma il numero dei posti di lavoro permanenti non cresce necessariamente in proporzione al capitale investito.
Per un’amministrazione i conti sono diversi: investimento, occupazione stabile, gettito, infrastrutture richieste, consumo di territorio. E quello che resta davvero alla comunità.
Non ovunque, inoltre, un data center viene percepito come un problema. La Finlandia rappresenta un caso molto diverso. Il 9 settembre Google ha annunciato 13 miliardi di euro di investimenti nel Paese nei prossimi due anni per espandere le proprie infrastrutture di intelligenza artificiale. Il piano comprende nuovi data center e un accordo di 22 anni con Fortum per acquistare, a partire dal 2030, fino al 50% della produzione della centrale nucleare di Loviisa.
La Finlandia ha energia disponibile, un clima favorevole al raffreddamento e da tempo cerca di attirare questo tipo di investimenti.
Anche lì, però, il dibattito è già iniziato. Dopo l’annuncio alcuni esponenti dell’opposizione hanno sollevato dubbi sulla quantità di elettricità che sarà disponibile negli anni futuri e sul possibile effetto dei grandi consumatori sui prezzi dell’energia. Il governo sostiene invece che il sistema sia in grado di sostenere i nuovi investimenti senza provocare gli aumenti temuti. Altrove, lo stesso investimento potrebbe essere accolto in modo molto diverso.
La domanda che arriva anche in Italia
La costruzione di nuovi data center continuerà ad accompagnare l’espansione dell’intelligenza artificiale. La capacità di calcolo necessaria non vive nel cloud nel senso letterale del termine: ha bisogno di edifici, energia, sistemi di raffreddamento, reti e territorio. Nei prossimi anni bisognerà decidere dove collocare questi impianti, quanta domanda possono sostenere le reti, quali risorse utilizzare e chi deve pagare le opere necessarie.
E poi c’è la questione che interessa direttamente chi li ospita: quale beneficio concreto resta sul territorio? Si tratta di una domanda importante, ma a porsela prima di tutti dovrebbe essere il mondo politico che “spesso” decide per l’intera popolazione.
Link utili e fonti
Documenti, statistiche e fonti istituzionali utilizzati per approfondire il tema dei data center e dell’intelligenza artificiale.
Energy and AI
Analisi sui consumi elettrici dei data center e sulle prospettive al 2030. L’IEA stima una crescita da circa 415 TWh nel 2024 a circa 945 TWh entro la fine del decennio.
Consulta la fonte →Americans Oppose AI Data Centers in Their Area
Il sondaggio rileva che il 71% degli statunitensi è contrario alla costruzione di un data center per l’AI nella propria zona; il 48% si dichiara fortemente contrario.
Consulta la fonte →Short-Term Energy Outlook
Le previsioni EIA indicano vendite di elettricità per 4.135 miliardi di kWh nel 2026 e 4.211 miliardi nel 2027, con data center e manifattura tra i principali fattori di crescita.
Consulta la fonte →Data Centres Metered Electricity Consumption 2025
Nel 2025 i data center hanno assorbito il 23% dell’elettricità misurata in Irlanda, contro il 5% del 2015.
Consulta la fonte →EMEA Data Centre Mid-Year 2026 Report
L’analisi mostra lo spostamento dei nuovi campus europei lontano dagli hub tradizionali, soprattutto per la necessità di trovare energia, rete e terreni disponibili.
Consulta la fonte →Legge regionale Lombardia n. 11/2026
La legge disciplina l’insediamento dei centri dati, con disposizioni su consumo di suolo, risorse idriche, efficienza energetica, biodiversità e recupero del calore.
Consulta la fonte →Data center di Lacchiarella
Fascicolo ufficiale della procedura VIA relativa al progetto Apto Italia, comprensivo della documentazione tecnica e dei gruppi elettrogeni di emergenza da 1.010 MW termici complessivi.
Consulta la fonte →Campus MXP Magenta
Scheda ufficiale del progetto di Magenta. La procedura di valutazione di impatto ambientale risulta sospesa su richiesta del proponente.
Consulta la fonte →Data Center Information – Monterey Park
Documentazione ufficiale sul percorso che ha portato al divieto cittadino dei data center, comprese ordinanze, moratoria e provvedimenti approvati nel 2026.
Consulta la fonte →Note per i lettori
L’immagine usata per questo articolo è stata creata grazie all’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale




