Intelligenza artificiale, l’Europa entra in gara con sette gigafactory

Il piano vale oltre 30 miliardi di euro, ma Bruxelles dispone per ora soltanto di una parte dei fondi promessi. L’Italia è tra i dieci Paesi candidati

LA NOTIZIA IN BREVE – L’Europa prova a ridurre il ritardo nell’intelligenza artificiale mettendo in gara fino a sette gigafactory, grandi poli di calcolo destinati all’addestramento dei modelli più avanzati. Il piano, affidato a EuroHPC, punta a mobilitare oltre 30 miliardi di euro tra fondi europei, risorse nazionali e capitali privati.

Il nodo, però, è finanziario: Bruxelles può impegnare subito soltanto una parte delle somme previste, mentre il resto dipende dal prossimo bilancio pluriennale dell’Unione. I primi impianti potrebbero entrare in funzione dalla metà del 2028.

Tra i Paesi candidati c’è anche l’Italia, forte dell’ecosistema costruito attorno al Tecnopolo di Bologna e al CINECA. La competizione si giocherà però su scala molto più ampia: serviranno miliardi, energia per centinaia di megawatt e decine di migliaia di acceleratori.

Resta poi la contraddizione centrale: l’Europa cerca sovranità tecnologica, ma continuerà a dipendere in larga parte da chip statunitensi. Le gigafactory potranno ridurre la dipendenza dai grandi cloud stranieri; da sole, però, non colmeranno il divario senza investimenti, ricerca e imprese capaci di crescere.

Il palazzo Berlaymont, sede della Commissione europea a Bruxelles
1 · FINANZIAMENTI

I 30 miliardi non sono tutti già disponibili

€30 mld+
UE
€5 mld
Stati
€5 mld
Privati
circa €20 mld
€1 mldcoperto dal bilancio europeo attualegià coperto
€4 mlddipendono dal bilancio UE 2028-2034ancora da approvare
Dettaglio ravvicinato di chip su un wafer di silicio
2 · POTENZA DI CALCOLO

Fino a 100 mila acceleratori per una sola struttura

L’H100 viene usato come unità di confronto: i consorzi potranno proporre chip diversi, purché offrano capacità equivalenti o superiori.

4 siti25→75 milataglia mediada 25 mila a 75 mila H100 equivalentiper ciascun sito
3 siti40→100 milataglia maggioreda 40 mila a 100 mila H100 equivalentiper ciascun sito
≥600 milacapacità totalese tutti i sette progetti arrivano a regimeH100 equivalenti
Infrastruttura tecnica di un centro dati
3 · ACCESSO E CALENDARIO

Il pubblico compra capacità; i privati gestiscono gli impianti

UE e Stati riceveranno accesso proporzionale ai fondi versati. Costi operativi e sostenibilità commerciale resteranno a carico dei consorzi.

A chi serviràRicerca, università, amministrazioni, startup e imprese europee.
Che cosa finanziaChip, software, dati, sicurezza, assistenza e capacità di inferenza.
Accesso pubblico per ricerca, startup e PA; costi operativi a carico dei consorzi privati.
12 novembre 2026termine per le offerte
Inizio 2027possibili primi contratti
Metà 2028prime capacità operative
Cerimonia di inaugurazione del supercomputer europeo Leonardo al Tecnopolo di Bologna
4 · LA CANDIDATURA ITALIANA

Bologna è una base credibile, ma la gigafactory cambia scala

I punti di forza
  • Tecnopolo di Bologna
  • CINECA e Leonardo
  • IT4LIA AI Factory
  • Competenze nel supercalcolo
Italia tra 10 candidati. Bologna, CINECA e Leonardo sono la base. Per vincere servono capitali privati, un sito e potenze nell’ordine di 120-150 MW.
Dieci Paesi candidati
ItaliaGermaniaFranciaSpagnaPolonia Rep. CecaDanimarcaFinlandiaGreciaPortogallo
Circuiti integrati su un wafer di silicio
5 · LE TRE INCOGNITE

La sovranità europea dipende ancora da chip, energia e bilancio

ChipI processori più avanzati arrivano soprattutto da Nvidia e AMD: l’autonomia sarà parziale.dipendenza da Nvidia e AMD
EnergiaOgni sito dovrà sostenere espansioni nell’ordine di 120-150 MW e puntare a un PUE fino a 1,10.120-150 MW per sito
FondiQuattro dei cinque miliardi europei previsti dipendono dal prossimo bilancio pluriennale.€4 mld ancora incerti
Fonti giornalistiche e istituzionali
Crediti fotografici e realizzazione

Infografica realizzata da GiornaleTecnologico.net

Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento

L’APPROFONDIMENTO – L’Unione europea cerca investitori e governi disposti a costruire almeno sette gigafactory per l’intelligenza artificiale, grandi centri di calcolo destinati ad addestrare i modelli più avanzati. La gara, aperta il 30 luglio attraverso l’impresa comune EuroHPC, dovrebbe mobilitare oltre 30 miliardi di euro. Dietro la cifra, importante, resta però un’incognita: Bruxelles può impegnare subito un miliardo, mentre altri quattro dipendono dal prossimo bilancio pluriennale dell’Unione, ancora tutto da negoziare.

Il progetto nasce da una debolezza che l’Europa fatica ormai a nascondere. Università, startup e imprese europee producono ricerca di alto livello, ma per addestrare i sistemi di nuova generazione devono spesso rivolgersi alle piattaforme statunitensi oppure rinunciare a competere. Stati Uniti e Cina stanno costruendo data center sempre più grandi; l’UE tenta di recuperare terreno mettendo insieme denaro pubblico, capitali privati e capacità energetica.

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Che cosa saranno le gigafactory europee?

Il termine richiama gli stabilimenti industriali di dimensioni eccezionali, ma in questo caso il prodotto non uscirà da una catena di montaggio. Le gigafactory concentreranno decine di migliaia di acceleratori per l’AI, collegati da reti ad altissima velocità e affiancati da sistemi di archiviazione, raffreddamento e alimentazione elettrica fuori scala rispetto a un normale centro dati.

Serviranno soprattutto per addestrare e utilizzare i cosiddetti frontier models, i sistemi più potenti e costosi disponibili in un determinato momento. Non soltanto modelli linguistici, quindi, ma anche applicazioni scientifiche, industriali, mediche, climatiche e di sicurezza che richiedono enormi quantità di calcolo.

La gara distingue due categorie. Il primo lotto prevede fino a quattro impianti di medie dimensioni, con una capacità iniziale equivalente ad almeno 25 mila processori Nvidia H100 e un obiettivo finale di 75 mila. Il secondo riguarda fino a tre gigafactory maggiori, chiamate a passare da almeno 40 mila a 100 mila H100 equivalenti.

Il riferimento al processore di Nvidia funziona come unità di confronto. I concorrenti potranno proporre chip differenti e più recenti, purché garantiscano prestazioni paragonabili o superiori. Se tutti i progetti raggiungessero le soglie minime previste, l’Europa otterrebbe una capacità complessiva pari ad almeno 600 mila H100 equivalenti.

Sono numeri molto superiori a quelli delle AI Factory già finanziate dall’Unione. Queste ultime mettono i supercomputer esistenti a disposizione di ricercatori e imprese. Le gigafactory dovrebbero invece consentire di sviluppare modelli che oggi richiedono investimenti accessibili quasi soltanto ai grandi gruppi tecnologici.

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Perché Bruxelles non costruirà direttamente gli impianti?

L’Unione ha scelto una formula ibrida. Le strutture saranno progettate, finanziate e gestite da consorzi privati, eventualmente sostenuti dai governi nazionali. EuroHPC acquisterà in anticipo una parte della capacità di calcolo e la assegnerà a università, laboratori, amministrazioni, startup e imprese europee.

Il denaro pubblico non servirà quindi ad acquistare un edificio o a creare una nuova società europea dei data center. Finanzierà l’accesso a un servizio che comprende processori, software, assistenza tecnica, gestione dei dati, sicurezza e strumenti per addestrare o mettere in funzione i modelli.

In cambio, i gestori dovranno riservare all’UE e agli Stati finanziatori una quota della potenza disponibile. Il resto sarà venduto sul mercato. L’intero progetto poggia proprio su questa scommessa: la domanda di calcolo per l’intelligenza artificiale dovrebbe essere abbastanza elevata da rendere sostenibili gli impianti anche dopo la fase iniziale.

Terreni, edifici, collegamenti alla rete e costi di esercizio resteranno in gran parte a carico degli operatori. La Commissione vuole evitare che le gigafactory diventino strutture mantenute indefinitamente dai contribuenti, ma il confine tra investimento strategico e aiuto pubblico sarà uno degli aspetti più delicati dell’operazione.

Come saranno divisi i 30 miliardi di euro?

La Commissione prevede circa 5 miliardi di risorse europee, altri 5 miliardi messi a disposizione dai Paesi partecipanti e almeno 20 miliardi provenienti da imprese e investitori. Due terzi del capitale dovrebbero quindi arrivare dal settore privato.

La cifra complessiva descrive l’ambizione del programma, non denaro già stanziato. Nel bilancio europeo in vigore Bruxelles ha trovato soltanto un miliardo di euro. Gli altri quattro sono attesi dal Quadro finanziario pluriennale 2028-2034, che dovrà essere approvato dagli Stati membri e dal Parlamento europeo.

La prima fase possiede dunque una copertura concreta. Per la seconda esiste una previsione politica, ma manca ancora l’autorizzazione di spesa. La distinzione conta, perché i progetti richiederanno ordini di chip, contratti energetici e lavori da miliardi molto prima che il prossimo bilancio entri pienamente in vigore.

Nel lotto destinato agli impianti medi, il contributo europeo potrà raggiungere inizialmente 100 milioni di euro per progetto; per le strutture maggiori salirà a 200 milioni. In seguito gli importi massimi dovrebbero aumentare rispettivamente a 400 e 800 milioni, purché arrivino i fondi del nuovo bilancio. Gli Stati coinvolti dovranno affiancare risorse almeno equivalenti.

Il contributo europeo coprirà comunque soltanto una parte dell’hardware informatico. La solidità finanziaria dei consorzi peserà quanto la qualità tecnica delle proposte.

Perché il progetto ha già accumulato ritardi?

Ursula von der Leyen aveva annunciato le gigafactory nel febbraio 2025, durante l’AI Action Summit di Parigi. La presidente della Commissione aveva evocato un’infrastruttura comune capace di svolgere per l’intelligenza artificiale il ruolo avuto dal CERN nella fisica: concentrare mezzi difficili da sostenere a livello nazionale e metterli a disposizione dell’intero continente.

La risposta preliminare dell’industria era stata consistente. Settantasei potenziali consorzi, provenienti da 16 Stati membri, avevano indicato circa 60 siti possibili. Il numero delle strutture previste è così salito dalle quattro o cinque iniziali a un massimo di sette.

La gara era però attesa prima. I rinvii hanno alimentato le critiche di chi vede una distanza crescente tra il linguaggio dell’emergenza usato da Bruxelles e la velocità delle decisioni europee. Mentre l’UE definiva regole, finanziamenti e criteri di selezione, le grandi piattaforme statunitensi stringevano accordi con produttori di chip, aziende energetiche e governi.

Le offerte dovranno arrivare entro il 12 novembre 2026. I primi contratti potrebbero essere firmati all’inizio del 2027 e i vincitori avranno fino a 18 mesi per rendere disponibile la capacità iniziale. Nello scenario più favorevole, le prime gigafactory cominceranno a lavorare intorno alla metà del 2028.

Due anni rappresentano un tempo breve per progettare e alimentare un’infrastruttura di queste dimensioni. Nella corsa all’AI, al contrario, equivalgono quasi a una generazione tecnologica.

È possibile parlare di sovranità europea?

La parola scelta dalla Commissione è sovranità, ma l’Europa continuerà a dipendere da tecnologie straniere. Il mercato degli acceleratori è dominato dalle statunitensi Nvidia e AMD; anche Qualcomm ha avviato un’interlocuzione con Bruxelles. Nessun produttore europeo offre oggi, nelle quantità necessarie, chip comparabili a quelli richiesti dalle future gigafactory.

Il bando tenta almeno di limitare i rischi. I candidati dovranno spiegare come intendono evitare la dipendenza da un solo fornitore, affrontare eventuali restrizioni alle esportazioni e garantire l’aggiornamento dell’hardware. Saranno valutati anche l’uso di standard aperti e la possibilità di spostare software e modelli da un’architettura all’altra.

È una sovranità più pragmatica che assoluta. I processori potranno arrivare dagli Stati Uniti o da fabbriche asiatiche, ma gli impianti, i dati, le regole di accesso e una quota della capacità di calcolo resteranno in Europa.

La scelta riduce la vulnerabilità nei confronti dei grandi servizi cloud stranieri, senza cancellarla. Una crisi nelle forniture di semiconduttori o un irrigidimento dei controlli americani sulle esportazioni continuerebbero ad avere conseguenze dirette sui progetti europei.

Quali Paesi si sono candidati?

Finora hanno manifestato interesse Germania, Italia, Francia, Polonia, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Grecia, Portogallo e Spagna. I progetti potranno essere nazionali oppure coinvolgere più governi. La Francia ha già indicato di voler procedere con una propria candidatura.

La partecipazione a un consorzio non garantisce che l’impianto principale venga costruito nel territorio di ciascun aderente. Almeno uno dei siti proposti dovrà raggiungere da solo la capacità minima prevista dal bando. Non basterà quindi collegare diversi centri di piccole dimensioni e sommarne le prestazioni.

Questo criterio favorisce i Paesi in grado di offrire rapidamente aree attrezzate, connessioni elettriche robuste, autorizzazioni, capitale pubblico e garanzie agli investitori. La distribuzione geografica auspicata dalla Commissione dovrà fare i conti con una realtà molto meno equilibrata: l’AI si installa dove trova energia, reti, competenze e denaro.

I governi con minori risorse potranno ottenere una parte della capacità partecipando a progetti multinazionali. Ospitare fisicamente una gigafactory, con l’indotto industriale e occupazionale che ne deriva, sarà molto più difficile.

Su quali risorse può contare l’Italia?

L’Italia parte da una base credibile. Il Tecnopolo di Bologna, il consorzio CINECA, il supercomputer Leonardo e il progetto IT4LIA AI Factory hanno già creato un ecosistema che riunisce calcolo avanzato, ricerca pubblica e applicazioni industriali.

Queste infrastrutture possono dimostrare la capacità del Paese di gestire sistemi complessi e di metterli a disposizione di università e aziende. La nuova gara si gioca però su una scala diversa. Una gigafactory dovrà arrivare a decine di migliaia di acceleratori, assicurarsi energia per centinaia di megawatt e attirare investimenti privati nell’ordine dei miliardi.

La candidatura italiana dovrà quindi chiarire almeno quattro punti: il luogo prescelto, la disponibilità elettrica, la partecipazione finanziaria dello Stato e l’identità delle imprese pronte a sostenere il progetto. Bologna rappresenta un vantaggio industriale e scientifico; la decisione dipenderà soprattutto dalla tenuta del piano economico.

Esiste poi una questione territoriale. Un impianto del genere produce lavoro qualificato e investimenti, ma richiede reti ad alta tensione, disponibilità idrica o sistemi alternativi di raffreddamento e collegamenti digitali internazionali. La scelta del sito non potrà ridursi a una competizione politica fra regioni.

Quanta energia servirà?

Gli acceleratori per l’intelligenza artificiale consumano molta elettricità e producono grandi quantità di calore. I progetti dovranno dimostrare di poter sostenere espansioni nell’ordine di 120-150 megawatt, potenze paragonabili al fabbisogno di una città di medie dimensioni.

La Commissione valuterà l’efficienza energetica, il consumo d’acqua, il recupero del calore e la provenienza dell’elettricità. Per ottenere il punteggio più alto, le strutture dovranno puntare a un valore PUE non superiore a 1,10. Il Power Usage Effectiveness misura quanta energia viene assorbita dall’intero centro dati rispetto a quella utilizzata direttamente dai sistemi informatici: più il valore si avvicina a uno, minori sono le dispersioni.

Non sarà sufficiente acquistare certificati verdi per compensare i consumi su base annuale. I progetti più solidi dovranno dimostrare che energia a basse emissioni e capacità di calcolo sono disponibili negli stessi luoghi e nelle stesse ore.

Il tema ambientale si intreccia con quello industriale. Una rete congestionata può ritardare l’apertura del centro, aumentare i costi e costringere l’operatore a ridurre la potenza nei momenti di maggiore domanda. La localizzazione energetica potrebbe pesare più della vicinanza a università e grandi città.

Le gigafactory colmeranno il ritardo europeo?

La disponibilità di potenza di calcolo risolve soltanto una parte del problema. Per competere nell’intelligenza artificiale servono anche capitali di rischio, dati utilizzabili, ricercatori, imprese capaci di crescere e clienti disposti ad acquistare i nuovi servizi.

L’Europa ha spesso prodotto tecnologie e competenze che hanno trovato altrove il capitale necessario per trasformarsi in grandi aziende. Le gigafactory potranno evitare che una startup debba trasferirsi negli Stati Uniti soltanto per addestrare un modello, ma non impediranno da sole che venga acquisita da un concorrente straniero.

Molto dipenderà dalle condizioni di accesso. Se la capacità pubblica sarà assegnata con procedure lente o prezzi troppo elevati, i nuovi impianti serviranno soprattutto alle organizzazioni già forti. Se invece università e piccole imprese potranno utilizzarli in tempi rapidi, l’investimento avrà un effetto più ampio del semplice aumento del numero di processori presenti sul territorio europeo. Il bando segna comunque un cambio di scala. L’Unione ha riconosciuto che la potenza di calcolo è ormai un’infrastruttura strategica, come l’energia, le telecomunicazioni o i trasporti. Il risultato si misurerà nel 2028, non ci resta che attendere.

Link utili:
Commissione europea – Gara per le AI Gigafactories
Commissione europea – Specifiche tecniche del bando

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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