Indice
- 1 Piantati cinque milioni di alberi in un’ora. La nuova tecnica agricola rovescia le leggi del Sahel e trasforma la sabbia in foreste
- 2 Lo zaï, la tecnica che ha fermato il deserto
- 3 Rendere fertile l’impossibile: numeri e prove scientifiche
- 4 Dalla visione di Sankara al progetto nazionale di Traoré
- 5 Gli alberi che curano e la nuova sovranità climatica
- 6 Riforestare per rinascere: l’effetto sulla popolazione
Piantati cinque milioni di alberi in un’ora. La nuova tecnica agricola rovescia le leggi del Sahel e trasforma la sabbia in foreste
Laddove c’erano solo dune arse dal vento oggi si vede una linea di alberi, giovani ma già tenaci. L’immagine sembra un’illusione, e invece è ciò che sta accadendo in Burkina Faso, il Paese dell’Africa occidentale che ha lanciato una sfida senza precedenti al deserto. Il 21 giugno è diventato una data simbolo: migliaia di persone, dai ministri ai contadini, hanno piantato cinque milioni di alberi in soli sessanta minuti, un evento ribattezzato con orgoglio “l’ora patriottica per la riforestazione del Faso”. Un’azione collettiva, quasi rituale: buche scavate a mano, piantine distribuite come fossero semi di futuro, zolle pressate per trattenere l’acqua. A dare il via è stato il presidente Ibrahim Traoré, che poche settimane prima aveva piantato un tamarindo medicinale a Guiba, lanciando un obiettivo che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato utopico: venti milioni di alberi entro la fine dell’anno. Ma come si può riforestare un territorio che molti considerano “irrecuperabile”? La risposta arriva da una tecnica tradizionale, antica e rivoluzionaria allo stesso tempo: lo zaï.
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Lo zaï, la tecnica che ha fermato il deserto
Nel cuore degli anni Ottanta, quando la siccità aveva trasformato il nord del Burkina Faso in un cimitero agricolo, un contadino decise di non arrendersi. Si chiamava Yacouba Sawadogo e scelse una strada che agli occhi di molti sembrava follia: riparare la terra morta.
Sawadogo recuperò e perfezionò lo zaï, una tecnica tradizionale che consiste nello scavare piccole buche nella stagione secca, riempirle di compost o letame, e coprirle per proteggerle dal vento. Quando arrivano le piogge, le buche trattengono umidità a sufficienza per far germogliare piante anche nei terreni più degradati, quelli che in lingua locale chiamano “zipellé”.
Il risultato? Quaranta ettari di foresta dove prima c’era solo sabbia, con 96 specie di alberi e 66 piante tra alimentari e medicinali. Sawadogo, scomparso nel 2023, è oggi un simbolo nazionale: il governo ha istituito un premio in suo onore per chi combatte la desertificazione.
Rendere fertile l’impossibile: numeri e prove scientifiche
Lo zaï non è magia, è tecnica. Una tecnica che funziona. Le buche da 10-15 cm di profondità e 20-40 cm di lato creano micro-ecosistemi capaci di restituire vita alla terra. Su terreni considerati finiti si producono 1.500 kg di cereali per ettaro e 5.000 kg di paglia, con aumenti del 34% e del 40% rispetto ai metodi tradizionali. La versione meccanizzata riduce il lavoro da 300 a 40 ore per ettaro, rendendo tutto sostenibile su larga scala.
Uno studio italiano pubblicato nel 2024 ha confermato che il 62,92% degli agricoltori della regione di Korsimoro utilizza lo zaï, soprattutto chi ha accesso a formazione professionale e credito agricolo. Una prova scientifica che certifica ciò che Sawadogo aveva intuito quarant’anni fa: il deserto non è un destino, è un problema tecnico.
Dalla visione di Sankara al progetto nazionale di Traoré
La Giornata nazionale degli alberi 2025 porta un tema eloquente: “Piante medicinali: fonte di salute e resilienza climatica”. Traoré vuole creare in ogni provincia boschetti di piante officinali, come quello di Banguessom, cinque ettari dedicati a specie capaci di curare le persone e riparare il suolo. Il primo ministro Rimtalba Jean Emmanuel Ouédraogo ha parlato di un Burkina “più verde, più sano, più vivibile”, mentre il ministro dell’Ambiente Roger Baro ha richiamato l’eredità di Thomas Sankara, che nel 1986 aveva lanciato le celebri “tre lotte”: contro disboscamento, bracconaggio e incendi.
Il Burkina Faso non è solo: undici Paesi partecipano alla Grande Muraglia Verde, un progetto dell’Unione Africana per restaurare 100 milioni di ettari entro il 2030, creando 10 milioni di posti di lavoro e sequestrando 250 milioni di tonnellate di carbonio. Nel giugno scorso l’UNDP ha contribuito alla campagna nazionale con 30.000 nuove piantine.
Gli alberi che curano e la nuova sovranità climatica
Il gesto simbolico del presidente – piantare un tamarindo – racconta molto del progetto: il tamarindo cura malaria, disturbi digestivi, infiammazioni, e rafforza il sistema immunitario. In Sahel si scelgono le specie più resistenti: tamarindi, acacie, neem, moringa. Alberi che danno cibo, ombra, legname e medicine. Il boschetto di Banguessom diventa così un modello replicabile, un luogo in cui biodiversità e salute pubblica procedono insieme. È un modo per ridurre la dipendenza dagli aiuti esterni e aumentare la resilienza delle comunità.
Riforestare per rinascere: l’effetto sulla popolazione
In questa trasformazione la collettività non è spettatrice, ma protagonista. “I ministeri non possono restare ai margini di questa operazione”, ha detto Saidou Sankara, segretario generale del Ministero dell’Amministrazione territoriale, piantando alberi nell’area dell’aeroporto di Dani. L’obiettivo dei 20 milioni di alberi è ambizioso ma sostenuto da politiche coordinate, microcredito, formazione tecnica e organizzazioni di agricoltori che si muovono nella stessa direzione. I primi risultati sono visibili: nella foresta di Sawadogo è tornata la fauna selvatica, segnale inequivocabile di un ecosistema in salute.
Il metodo burkinabè mostra che tradizione e tecnologia non sono alternative, ma parti della stessa soluzione: droni, GPS e monitoraggi digitali convivono con tecniche manuali tramandate da generazioni. Un quarto dei terreni agricoli del Sahel resta degradato, ma il Burkina Faso dimostra che la riga del deserto non è definitiva. È solo un confine che può arretrare.
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