Prelievi di sangue, arriva il robot che fa tutto da solo: trova la vena, stringe il laccio emostatico e inserisce l’ago

A gestire il macchinario, chiamato Aletta, ci sarà comunque un professionista che potrà controllare in contemporanea fino a tre dispositivi. Nei test il sistema ha centrato il prelievo al primo tentativo nel 94,5% dei casi in cui aveva trovato una vena adatta

A cura di Roberto Zonca

LA NOTIZIA IN BREVE – Un robot capace di trovare la vena, inserire l’ago e completare un prelievo di sangue quasi senza intervento umano. La FDA statunitense ha autorizzato Aletta, sviluppato dall’olandese Vitestro, come primo dispositivo autonomo standalone di questo tipo. Il sistema usa luce nel vicino infrarosso, ultrasuoni e Doppler per scegliere il vaso più adatto, poi applica il laccio, disinfetta la pelle, esegue la puntura, riempie le provette e applica il cerotto.

Il professionista, però, resta indispensabile: avvia la procedura, controlla il risultato e può supervisionare fino a tre macchine insieme. Nei test Aletta ha completato il prelievo al primo tentativo nel 94,5% dei casi in cui aveva individuato una vena adatta. Considerando anche i pazienti nei quali il robot ha deciso di non procedere, il successo complessivo scende a circa l’88,5%. Gli eventi avversi sono risultati rari e lievi. In Europa Aletta possiede già il marchio CE, ma al momento non risultano installazioni annunciate in Italia.

Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento

L’APPROFONDIMENTO – Un braccio all’interno di una macchina, luce nel vicino infrarosso e ultrasuoni per individuare la vena, poi il robot fa quasi tutto da solo: stringe il laccio emostatico, disinfetta la pelle, inserisce l’ago, riempie le provette e alla fine applica anche il cerotto. La Food and Drug Administration statunitense ha autorizzato Aletta, che l’olandese Vitestro ha sviluppato come primo dispositivo robotico autonomo standalone capace di effettuare un prelievo di sangue dal braccio senza l’intervento manuale dell’operatore durante la procedura. L’autorizzazione riguarda pazienti adulti in ambulatorio e arriva attraverso il percorso regolatorio De Novo, che gli Stati Uniti riservano ai dispositivi innovativi a rischio basso o moderato per i quali ancora non esiste una categoria equivalente sul mercato.

Il prelievo cambia, ma il professionista resta accanto al paziente

La scena potrebbe far pensare a una macchina completamente indipendente, pronta a sostituire chi oggi esegue i prelievi. Aletta funziona in modo diverso. Il robot prende in carico la parte manuale della procedura, mentre un professionista formato in flebotomia mantiene il controllo della sessione.

L’operatore prepara il sistema, avvia il prelievo e resta disponibile se qualcosa non procede come previsto. Alla fine controlla anche che Aletta abbia riempito le provette nella sequenza corretta e che ciascuna contenga sangue a sufficienza. La FDA consente a un singolo professionista di supervisionare fino a tre dispositivi contemporaneamente.

Ed è proprio questo il punto sul quale Vitestro costruisce buona parte della proposta commerciale. Non serve immaginare tre robot al posto di tre persone. Il modello punta piuttosto a mettere un operatore nelle condizioni di seguire più postazioni e di intervenire soprattutto quando il paziente presenta difficoltà o quando la macchina decide di fermarsi.

Per i grandi centri di prelievo la differenza potrebbe pesare parecchio. La FDA richiama infatti la carenza di flebotomisti negli Stati Uniti e le attese che il problema può provocare. Aletta prova a intervenire proprio sul collo di bottiglia più evidente: una procedura semplicissima dal punto di vista concettuale, ma ancora legata quasi interamente alla disponibilità e alla manualità del personale.

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Infrarossi, ecografia e Doppler guidano il robot

Aletta non cerca la vena soltanto “guardando” il braccio. Il sistema combina più tecnologie.

La luce nel vicino infrarosso gli indica una prima area sulla quale concentrarsi. A quel punto la sonda ecografica esplora la zona del gomito e ricostruisce posizione e caratteristiche dei vasi. Il Doppler aggiunge un controllo fondamentale: aiuta il sistema a distinguere una vena da un’arteria.

Il software valuta poi parametri come dimensione, profondità e orientamento del vaso. Solo quando trova una vena che rispetta i criteri previsti, il robot passa alla puntura. Lo studio clinico descrive anche un angolo di inserimento dell’ago compreso tra 10 e 30 gradi.

Prima della puntura Aletta spruzza sulla pelle una soluzione alcolica al 70%, applica il laccio emostatico e prepara ago e cerotto. Dopo l’inserimento gestisce le provette, le riempie, le capovolge secondo una sequenza prestabilita e, terminata la raccolta, estrae l’ago e comprime il punto della puntura con il cerotto.

Il paziente, insomma, non infila semplicemente il braccio in uno scanner che segnala al professionista dove pungere. La macchina decide dove inserire l’ago e compie materialmente il gesto. È questa autonomia operativa che distingue Aletta dai dispositivi che aiutano soltanto a visualizzare meglio le vene. E la macchina sa anche quando rinunciare. Se non trova un vaso con caratteristiche adeguate, interrompe la procedura prima della puntura. Se il paziente muove troppo il braccio durante il prelievo, il sistema arresta l’operazione e sgancia l’ago. Altri sensori possono bloccare il dispositivo e richiamare il supervisore.

Un prelievo completo richiede in media meno di tre minuti

Il tempo offre un’altra misura concreta della tecnologia. Nel principale studio multicentrico su Aletta, la procedura ha richiesto una mediana di 2 minuti e 37 secondi dal momento dell’avvio fino all’applicazione del cerotto.

La metà centrale dei prelievi si è collocata tra 1 minuto e 55 secondi e 3 minuti e 25 secondi. Sono tempi interessanti, ma da soli non dicono quanto un centro possa realmente guadagnare in termini di produttività: bisogna aggiungere l’accoglienza del paziente, la preparazione delle provette, l’eventuale intervento dell’operatore, il recupero dei campioni e la pulizia della postazione tra una persona e l’altra.

Proprio qui inizierà la prova più importante per Vitestro. Una tecnologia sanitaria può funzionare bene in uno studio e incontrare poi ostacoli molto diversi nel lavoro quotidiano. Per ospedali e laboratori conteranno soprattutto il numero di pazienti gestibili ogni ora, l’affidabilità su turni lunghi, i costi di acquisto e manutenzione e la quantità di procedure che richiederanno comunque una mano umana.

Domande e risposte Le risposte essenziali sul robot Aletta e sui prelievi di sangue automatizzati.
  • In breve

    Aletta esegue davvero il prelievo senza che un operatore inserisca l’ago?

    Sì. Aletta individua autonomamente una vena adatta, inserisce l’ago, raccoglie il sangue nelle provette e applica il cerotto. Un professionista formato resta comunque presente per avviare la procedura, controllarla e intervenire quando necessario.

  • Come funziona

    Come fa il robot a trovare la vena?

    Il dispositivo combina luce nel vicino infrarosso, ultrasuoni ed ecografia Doppler. Il sistema ricostruisce posizione, profondità e caratteristiche dei vasi e utilizza il Doppler anche per distinguere le vene dalle arterie. Se non trova una vena considerata adatta, non effettua la puntura.

  • Affidabilità

    Quanto è preciso Aletta nei prelievi di sangue?

    Nello studio clinico il robot ha completato il prelievo al primo inserimento dell’ago nel 94,5% dei casi in cui aveva individuato una vena idonea. Considerando anche i pazienti nei quali Aletta ha deciso di non procedere, il successo complessivo scende a circa l’88,5%.

  • Sicurezza

    Il robot può fare male al paziente?

    Nei test gli eventi avversi legati alla procedura hanno riguardato circa lo 0,6% dei prelievi e sono risultati lievi. Il sistema integra inoltre diversi controlli di sicurezza: può fermarsi se il paziente muove troppo il braccio e rinuncia alla puntura quando non individua condizioni considerate adeguate.

  • Italia

    Aletta può essere utilizzato anche in Italia?

    Il dispositivo possiede già il marchio CE, ottenuto nel 2024, e può quindi entrare nel mercato europeo nel rispetto delle regole sui dispositivi medici. Al momento, però, Vitestro concentra le installazioni soprattutto nei Paesi Bassi e nel Nord Europa e non risultano centri italiani annunciati dal produttore.

Risposte elaborate e verificate dalla redazione di GiornaleTecnologico.net sulla base delle fonti indicate nell’articolo.

Quel 94,5% racconta solo una parte del risultato

Lo studio pubblicato nel 2026 su Clinical Chemistry ha seguito il dispositivo in tre strutture olandesi: Amsterdam University Medical Center, St. Antonius Hospital e OLVG Lab. Tra maggio e settembre 2025 i ricercatori hanno sottoposto 1.743 persone allo screening con Aletta. Il robot non ha trovato una vena adatta in 110 pazienti, circa il 6% del totale. In quei casi si è fermato e non ha inserito l’ago. Aletta ha quindi tentato il prelievo su 1.633 persone. Ha centrato la vena al primo inserimento in 1.543 casi, pari al 94,5%.

94,5% misura pertanto la capacità di completare il prelievo dopo che la macchina ha già stabilito di poter procedere. Se prendiamo invece tutti i 1.743 pazienti che il sistema ha esaminato all’inizio, Aletta ha concluso con successo al primo tentativo 1.543 procedure: circa l’88,5% del totale.

Il robot ha funzionato anche nei pazienti con “vene difficili”

Tra i 411 partecipanti che dichiaravano difficoltà di accesso venoso, Aletta ha centrato il prelievo al primo tentativo nel 92,7% dei casi nei quali aveva scelto di procedere. Nei 695 partecipanti con almeno 65 anni la percentuale ha raggiunto il 93,4%. Ancora più alto il dato tra le persone con obesità: su 308 partecipanti con indice di massa corporea pari o superiore a 30, il robot ha raggiunto il 97,4%.

Quest’ultimo numero può sorprendere, perché il tessuto adiposo spesso rende meno evidente la vena alla vista e alla palpazione. Aletta parte però da un approccio diverso: non deve necessariamente “vedere” il vaso dalla superficie, perché combina infrarossi ed ecografia. Lo studio non permette comunque di concludere che il robot abbia un vantaggio specifico nei pazienti con obesità rispetto a un flebotomista esperto; descrive soltanto le prestazioni che il dispositivo ha ottenuto nel gruppo esaminato.

Pochi eventi avversi e nessun problema grave nello studio

Sul fronte della sicurezza i ricercatori hanno registrato 10 eventi avversi su 1.633 procedure, lo 0,6%. Tutti hanno avuto carattere lieve e si sono risolti spontaneamente. Cinque pazienti hanno avuto una reazione vasovagale, due una sincope vasovagale, due un ematoma e uno una parestesia transitoria. Lo studio non ha registrato eventi avversi moderati o gravi.

Gli autori hanno controllato anche l’emolisi, cioè la rottura dei globuli rossi che può compromettere alcuni esami e costringere il laboratorio a ripetere il prelievo. Tra i 1.484 campioni per i quali gli strumenti di laboratorio fornivano questo dato, cinque hanno mostrato emolisi: lo 0,3%.

Qui il quadro richiede cautela. Uno dei tre centri ha registrato un tasso del 5,2%, mentre gli altri due non hanno rilevato campioni emolizzati. Gli stessi ricercatori hanno confrontato il dato con i prelievi manuali eseguiti in due strutture e hanno trovato differenze importanti anche tra quelle. Il risultato suggerisce che le procedure locali di gestione dei campioni possano incidere parecchio.

Molti pazienti non hanno rimpianto la mano umana

Non tutte le persone amano sottoporsi ai normali prelievi di sangue. Tanti temono di incappare in un professionista poco delicato. Ma con le macchine come andrà a finire? Un robot è freddo, non ascolta le eventuali richieste di un paziente, fa semplicemente quello che deve fare: i minuti necessari oggi a mettere a proprio agio un umano sono banalmente tempi morti da tagliare. Una persona sarà in grado di accettare tutto ciò?

Lo studio offre una prima risposta. Tra le persone che hanno compilato il questionario dopo il prelievo, il 19% ha giudicato Aletta molto meno doloroso rispetto alle esperienze precedenti con il prelievo manuale e il 32% meno doloroso. Un altro 39% ha avvertito un dolore simile. In totale, quindi, nove pazienti su dieci hanno descritto un dolore uguale o inferiore rispetto a quello ricordato con un prelievo tradizionale. Il 9% ha avvertito più dolore e poco più dell’1% molto più dolore.

Anche le preferenze raccontano un quadro piuttosto favorevole: il 16% sceglierebbe con decisione il robot per un futuro prelievo, il 31% lo preferirebbe alla procedura manuale e il 35% non mostra una preferenza. Circa il 18% sceglierebbe invece la mano di un professionista.

Difficile trasformare queste percentuali in una sentenza definitiva sull’accettazione dei robot in ambulatorio. Chi partecipa a uno studio su una nuova tecnologia può avere una predisposizione diversa rispetto alla popolazione generale. Però i numeri smontano almeno l’idea che la vista di una macchina pronta a inserire un ago provochi automaticamente il rifiuto dei pazienti.

Lo studio porta anche la firma economica di Vitestro

Vitestro ha finanziato lo studio. Quattro autori lavorano per l’azienda e possiedono stock option o quote societarie; altri ricercatori dichiarano partecipazioni o rapporti economici legati al settore. La società ha inoltre partecipato alla progettazione della ricerca, alla scelta dei pazienti, alla revisione e all’interpretazione dei dati e alla preparazione del manoscritto. La rivista specifica che Vitestro non ha controllato l’approvazione finale del lavoro.

È una precisazione necessaria, non una ragione per cestinare i risultati. Lo studio ha coinvolto strutture cliniche reali e Clinical Chemistry lo ha sottoposto a revisione scientifica. Ma il legame economico con il produttore impone di leggere con particolare attenzione le conclusioni più favorevoli.

C’è poi un limite metodologico che gli stessi autori riconoscono. Per la coorte principale, quella che misura il successo del prelievo, lo studio non ha affiancato ad Aletta un gruppo di controllo sottoposto nello stesso momento al prelievo manuale. I ricercatori hanno confrontato le prestazioni del robot con dati già pubblicati in letteratura, che possono riguardare popolazioni e condizioni differenti.

Per questo la frase secondo cui Aletta raggiunge risultati “comparabili o migliori” rispetto ai professionisti va interpretata per ciò che è: una valutazione sostenuta dai dati disponibili, non la prova definitiva di una superiorità del robot sulla mano umana.

L’Europa aveva già aperto la porta ad Aletta

Negli Stati Uniti la svolta arriva adesso, ma Aletta aveva già superato un importante passaggio regolatorio dall’altra parte dell’Atlantico. Vitestro ha ottenuto il marchio CE nell’agosto 2024 e può quindi utilizzare il dispositivo in ambito clinico nell’Unione europea nel rispetto delle condizioni previste dal regolamento europeo sui dispositivi medici.

L’azienda lavora già con diversi centri nei Paesi Bassi. Sul proprio sito indica OLVG Lab come primo utilizzatore e cita tra i partner St. Antonius Hospital, Result Laboratorium e Amsterdam UMC. L’Odense University Hospital, in Danimarca, aveva inoltre prenotato tre dispositivi già nel 2024.

La FDA aggiunge però un tassello molto più pesante dal punto di vista commerciale. Il via libera De Novo non riguarda soltanto Aletta: crea negli Stati Uniti una nuova classificazione per questo tipo di dispositivo e stabilisce controlli specifici su prestazioni, sperimentazione clinica ed etichettatura. Da questo momento altri produttori potranno confrontarsi con un percorso regolatorio che prima non esisteva.

In Italia la questione è ancora aperta

Il marchio CE rende il tema europeo e quindi interessa anche l’Italia, ma tra la possibilità regolatoria e l’arrivo di Aletta nei normali centri prelievi italiani c’è ancora parecchia strada organizzativa.

Vitestro, almeno nelle informazioni pubbliche oggi disponibili, concentra i propri partner clinici soprattutto nei Paesi Bassi e nel Nord Europa. Il produttore non elenca centri italiani tra quelli che mostra sul sito dedicato ad Aletta. Un eventuale ingresso nel Servizio sanitario nazionale aprirebbe inoltre questioni delicate e non secondario: costo delle macchine, manutenzione, formazione degli operatori, responsabilità in caso di problemi, integrazione con i software di laboratorio e convenienza rispetto a un’organizzazione tradizionale. La tecnologia, in altre parole, sembra funzionare egregiamente, ma deve dimostrare di esser conveniente prima di poter essere usata ogni giorno, su migliaia di persone.

Link e fonti

Documenti ufficiali, studio scientifico e informazioni tecniche per approfondire l’autorizzazione e il funzionamento del robot Aletta per i prelievi di sangue.

  • Fonte ufficiale

    FDA – Autorizzazione del dispositivo robotico Aletta

    Ente: U.S. Food and Drug Administration · Pubblicazione:

    Il comunicato ufficiale della FDA descrive l’autorizzazione De Novo concessa ad Aletta, le condizioni d’impiego, il ruolo del flebotomista e i principali sistemi di sicurezza.

    Consulta la FDA
  • Studio scientifico

    Performance, Safety, and Patient Experience of an Autonomous Robotic Phlebotomy Device

    Rivista: Clinical Chemistry – Oxford Academic · Pubblicazione:

    Lo studio multicentrico ADOPT analizza prestazioni, sicurezza ed esperienza dei pazienti. Riporta, tra gli altri dati, un successo al primo inserimento del 94,5% nei casi in cui il dispositivo decide di procedere.

    Consulta lo studio
  • Scheda tecnica

    Aletta – Autonomous Robotic Phlebotomy Device

    Fonte: Vitestro · Consultazione:

    La pagina del produttore illustra il funzionamento di Aletta: imaging nel vicino infrarosso, ultrasuoni e Doppler, individuazione della vena, inserimento dell’ago, gestione delle provette e applicazione del cerotto.

    Scopri come funziona
  • Documentazione europea

    Marchio CE per il dispositivo autonomo di prelievo

    Fonte: Vitestro · Pubblicazione:

    Il documento ricostruisce il passaggio regolatorio europeo e conferma il conseguimento del marchio CE secondo il Medical Device Regulation dell’Unione europea.

    Consulta la documentazione
Fonti consultate e verificate dalla redazione di GiornaleTecnologico.net. Ultimo controllo: .

Note per i lettori

L’immagine usata per questo articolo è stata creata grazie all’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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