Intelligenza artificiale, Usa e Cina corrono. L’Europa rischia di perdere il treno

Tra capitali, chip, cloud e Gigafactory, Bruxelles deve stabilire quali asset strategici controllare davvero e quali dipendenze accettare

LA NOTIZIA IN BREVE – La sfida globale sull’intelligenza artificiale si gioca ormai lungo l’intera filiera: capitali, semiconduttori, cloud, data center, energia e capacità di calcolo. In questo scenario l’Europa dispone di ricerca, mercato e competenze, ma resta molto più debole sul piano industriale. Il caso Mistral AI mostra bene il paradosso: un campione europeo può crescere solo grazie a capitali internazionali, processori americani e partnership con grandi piattaforme globali. Bruxelles prova a colmare il divario con le future AI Gigafactories e con nuovi investimenti pubblici e privati, ma la questione centrale resta aperta: quali tecnologie devono essere controllate direttamente dall’Unione e quali dipendenze possono essere considerate accettabili? La vera sovranità digitale, più che nell’autosufficienza, potrebbe misurarsi nella capacità di scegliere partner, sostituire fornitori e mantenere il controllo sugli asset strategici.

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L’APPROFONDIMENTO – La corsa all’IA è ormai iniziata da tempo. A sfidarsi, con investimenti multimiliardari e strategie che coinvolgono economia, sicurezza e potenza militare, sono soprattutto Stati Uniti e Cina. L’Europa vorrebbe sedersi allo stesso tavolo, ma deve ancora decidere quali tecnologie controllare direttamente, quali dipendenze accettare e quanto investire per recuperare terreno. Intanto il treno dell’intelligenza artificiale corre sempre più veloce, e Bruxelles rischia di vederlo allontanarsi.

Il segnale più evidente arriva proprio dai due grandi concorrenti. Washington e Pechino continuano a scontrarsi sull’accesso ai semiconduttori avanzati, sulle restrizioni commerciali, sulla sicurezza nazionale e sulle applicazioni militari dell’AI. Eppure hanno contemporaneamente aperto un confronto sui rischi della tecnologia. A settembre il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng hanno concordato di proseguire un dialogo specifico sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale e sulla possibilità di creare un canale per comunicare incidenti e minacce. Un nuovo incontro è previsto a Shenzhen entro due mesi.

Le due potenze stanno trattando l’intelligenza artificiale come una tecnologia strategica da sviluppare rapidamente e, nello stesso tempo, come un possibile fattore di instabilità da gestire. La competizione resta durissima, ma ormai comprende anche la definizione delle regole minime necessarie a evitare che un incidente tecnologico, un sistema autonomo fuori controllo o un impiego militare dell’AI producano conseguenze difficili da contenere. L’Europa si muove da una posizione diversa. Ha creato un quadro normativo, finanzia ricerca e supercalcolo, prepara nuove infrastrutture e dispone di università di primo livello. Il ritardo appare però evidente quando si passa dalle regole alla capacità industriale.

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Il divario Ue si misura in capitale e potenza di calcolo

Nel 2025 le imprese di intelligenza artificiale hanno attirato 258,7 miliardi di dollari di venture capital, il 61% di tutti gli investimenti mondiali di questo tipo. Le società con sede negli Stati Uniti hanno raccolto circa 194 miliardi, pari al 75% del valore globale dei deal AI. L’Unione europea si è fermata a 15,8 miliardi, il 6%, mentre la Cina ha raccolto 13,9 miliardi, circa il 5%.

Il confronto richiede una precisazione: il venture capital rappresenta soltanto una parte delle risorse destinate all’intelligenza artificiale. In particolare, il sistema cinese mobilita capitali pubblici e industriali che quel dato non misura. La sproporzione americana resta comunque enorme e mostra quanto sia più facile, negli Stati Uniti, finanziare aziende capaci di spendere miliardi prima ancora di raggiungere una redditività stabile.

Ancora più netto è il divario nella capacità di calcolo. La Banca centrale europea, richiamando le stime disponibili, ha indicato che gli Stati Uniti ospitano circa tre quarti della capacità mondiale di calcolo destinata all’AI, mentre l’Europa si ferma intorno al 5%. Nello stesso intervento la BCE ricorda che nell’anno precedente gli Stati Uniti avevano prodotto 59 modelli classificati come notable, contro 35 della Cina e uno ciascuno per Francia e Regno Unito.

I numeri spiegano perché parlare di algoritmi rischi di nascondere il vero problema. I modelli più avanzati richiedono migliaia di processori, data center, collegamenti ad altissima velocità, enormi quantità di energia, sistemi di raffreddamento e capitali capaci di sostenere investimenti con ritorni ancora incerti. Una parte consistente della partita dell’AI si gioca quindi prima ancora che il modello venga addestrato.

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Mistral mostra il paradosso della sovranità europea

Il caso più interessante è quello di Mistral AI, nata a Parigi nel 2023 e diventata in tre anni il simbolo più visibile delle ambizioni europee. L’8 settembre 2026 la società ha annunciato una raccolta da 3 miliardi di euro, con una valutazione successiva all’investimento superiore a 21 miliardi. Nel round compaiono Samsung Electronics, Scaleup Europe Fund gestito da EQT e PSG Equity. Mistral opera ormai in 20 Paesi e serve più di 125 grandi imprese.

Sulla carta è una delle dimostrazioni più convincenti che l’Europa possa ancora creare un campione dell’AI. Guardando l’intera filiera, però, emerge il punto centrale di questa storia.

Mistral cresce grazie a capitali internazionali, utilizza processori prodotti da aziende extraeuropee e ha stretto una partnership sempre più profonda con Microsoft. A luglio le due società hanno annunciato un accordo multimiliardario: Mistral aumenterà la propria capacità di calcolo in Europa utilizzando migliaia delle nuove GPU Nvidia Vera Rubin, mentre Microsoft utilizzerà parte di quell’infrastruttura e distribuirà i modelli della società francese attraverso Microsoft Foundry, Copilot Studio e Azure.

La relazione funziona in entrambe le direzioni. Microsoft offre a Mistral una distribuzione globale e una grande infrastruttura commerciale; Mistral mette a disposizione anche capacità di calcolo localizzata in Europa. Nvidia fornisce però uno degli elementi più difficili da sostituire: i processori.

Qui emerge il paradosso. Per aumentare la propria autonomia, l’Europa deve ancora acquistare una parte essenziale della tecnologia da cui vorrebbe dipendere meno.

La contraddizione appare soltanto se si identifica la sovranità con l’autosufficienza. Una filiera dell’AI completamente europea richiederebbe oggi di replicare tecnologie, industrie e catene di approvvigionamento sviluppate durante decenni tra Stati Uniti, Taiwan, Corea del Sud, Giappone e Paesi Bassi.

Sette Gigafactory per recuperare terreno

L’Unione dispone oggi di 19 AI Factories, affiancate da 13 strutture territoriali collegate, costruite attorno alla rete europea di supercomputer. L’obiettivo consiste nel dare a startup, imprese, università e centri di ricerca accesso a risorse di calcolo che difficilmente potrebbero acquistare autonomamente.

Il salto di scala dovrebbe arrivare con le AI Gigafactories. Il 30 luglio 2026 l’Unione ha aperto la gara per realizzarne fino a sette. Il progetto prevede fino a 10 miliardi di euro di finanziamento pubblico europeo e nazionale e punta a mobilitare almeno altri 20 miliardi di capitale privato. Ogni struttura dovrà riunire un numero molto elevato di processori avanzati, software, cloud, reti ad alta velocità e data center ad alta efficienza energetica.

Le candidature chiudono il 12 novembre 2026. La selezione arriverà all’inizio del 2027 e i progetti scelti dovrebbero iniziare a operare entro 18 mesi.

Sono investimenti importanti, ma i numeri aiutano anche a capire la distanza da colmare. Le future Gigafactory europee potranno ospitare oltre 100 mila processori avanzati ciascuna, ma la disponibilità di quei chip continuerà almeno nel breve periodo a dipendere in larga misura da società e filiere esterne all’Unione.

Avere i data center sul proprio territorio rappresenta comunque un vantaggio. Riduce la necessità di spostare dati e carichi di lavoro all’estero, aumenta la capacità disponibile per imprese e ricerca e offre all’Europa una maggiore leva industriale. Non elimina, da sola, la dipendenza tecnologica.

Quali dipendenze può permettersi l’Europa?

La Commissione usa ormai apertamente il termine sovranità tecnologica e ha costruito una strategia articolata su infrastrutture, dati, competenze, diffusione dell’AI e semplificazione normativa. Eppure manca ancora una risposta condivisa su quali componenti della filiera debbano necessariamente restare sotto controllo europeo.

I processori più avanzati devono essere prodotti nell’Unione oppure basta assicurarsi forniture da Paesi alleati? Quanta capacità di calcolo deve poter continuare a funzionare anche durante una crisi geopolitica? I dati più sensibili di governi, ospedali e imprese strategiche possono dipendere da piattaforme cloud controllate fuori dall’Europa? Quanti fornitori servono perché una relazione commerciale non diventi un vincolo politico?

La sovranità tecnologica si misura meglio attraverso domande di questo tipo che attraverso la nazionalità di una singola azienda. Un sistema diventa vulnerabile quando perdere un fornitore significa perdere l’accesso a una tecnologia indispensabile. Una partnership può invece aumentare l’autonomia quando consente di acquisire infrastrutture, competenze, proprietà intellettuale e alternative.

Da questo punto di vista Mistral rappresenta un laboratorio. Utilizza tecnologia americana e capitale internazionale, ma costruisce modelli, competenze e capacità di calcolo in Europa. Il bilancio strategico dipenderà da ciò che resterà effettivamente controllabile dalla società e dall’ecosistema europeo.

L’AI Act racconta soltanto una parte del ritardo

L’altra grande differenza riguarda le regole. L’Europa ha scelto di costruire con l’AI Act un sistema organico basato sul livello di rischio. Gli Stati Uniti mantengono un quadro federale più frammentato e l’attuale amministrazione privilegia lo sviluppo dell’industria e l’applicazione delle norme esistenti contro gli eventuali abusi. La Cina combina invece politica industriale, investimenti e un controllo statale molto più esteso sui servizi e sui contenuti generati dai sistemi di intelligenza artificiale.

Da qui nasce una critica frequente: Bruxelles avrebbe dedicato più energie a regolare l’AI che a costruirla. Va anche detto che una parte del problema esiste. Gli obblighi normativi generano costi, e una startup dispone di meno personale e capitale di un gruppo globale per assorbirli. Ma i dati non consentono di attribuire all’AI Act l’intero ritardo europeo. Il divario negli investimenti, nel cloud, nei semiconduttori e nella capacità di calcolo nasce molto prima dell’entrata in vigore delle nuove norme.

La stessa BCE individua problemi più profondi: mercati dei capitali meno sviluppati, difficoltà nel portare le imprese innovative a dimensioni globali, dipendenze tecnologiche e minore capacità di trasformare ricerca e innovazione in grandi aziende.

La partita si decide sulla filiera, non soltanto sui modelli

Stati Uniti e Cina partono da condizioni molto diverse. Washington concentra capitale privato, grandi piattaforme cloud, produttori di chip, università, data center e alcune delle principali aziende mondiali di AI. Pechino dispone di un enorme mercato interno, una base industriale estesa e uno Stato capace di indirizzare risorse verso obiettivi considerati strategici.

L’Europa possiede altri punti di forza: un mercato da centinaia di milioni di consumatori, ricerca scientifica, industria avanzata, competenze nella produzione di macchinari per semiconduttori, supercalcolo e aziende capaci di emergere anche nell’AI generativa. Il problema consiste nel trasformare questi elementi in una filiera abbastanza robusta da lasciare all’Unione un reale margine di scelta.

L’autonomia europea difficilmente nascerà dalla chiusura verso l’esterno. Potrebbe invece passare da partnership selezionate, fornitori alternativi, infrastrutture localizzate nel continente e controllo diretto degli asset che Bruxelles considera essenziali.

Questo significa anche scegliere. Collaborare con gli Stati Uniti non comporta gli stessi rischi di una dipendenza totale da poche Big Tech americane; acquistare tecnologia cinese non equivale automaticamente a consegnare a Pechino il controllo dell’infrastruttura europea. Ogni accordo va giudicato per accesso ai dati, proprietà intellettuale, giurisdizione, possibilità di sostituire il fornitore e continuità del servizio in caso di crisi. È questa la parte della strategia europea che appare ancora incompleta.

Le due maggiori potenze dell’AI hanno già iniziato a discutere tra loro anche dei rischi della tecnologia che stanno costruendo. L’Europa prepara le proprie Gigafactory, finanzia nuovi supercomputer e prova a far crescere Mistral e altri operatori. Il treno dell’AI nel frattempo continua a correre. La questione è capire se l’Europa riuscirà a salirci conservando la possibilità di scegliere la propria destinazione.

Note per i lettori

L’immagine usata per questo articolo è stata creata grazie all’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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