Un farmaco comune collegato all’aumento del rischio ictus

Una ricerca su oltre 165 mila pazienti analizza l’impatto del risperidone, un antipsicotico largamente usato nella gestione dell’agitazione e dei disturbi comportamentali

Nella farmacologia geriatrica, il controllo dei disturbi comportamentali nella demenza rappresenta uno dei nodi più delicati della medicina contemporanea. Agitazione, aggressività e stati di forte irrequietezza colpiscono circa la metà delle persone con demenza e spesso rendono difficile la gestione quotidiana della malattia. In questi casi i medici ricorrono talvolta agli antipsicotici, farmaci capaci di ridurre i sintomi più gravi quando gli interventi non farmacologici risultano insufficienti.

Una nuova analisi scientifica pubblicata sulle pagine del British Journal of Psychiatry riporta però al centro dell’attenzione il profilo di sicurezza di uno dei farmaci più prescritti in questo contesto: il risperidone. Lo studio, condotto su oltre 165.000 pazienti con demenza nel Regno Unito, suggerisce un’associazione significativa tra l’uso di questo medicinale e un aumento del rischio di ictus.

Il dato più rilevante riguarda la distribuzione del rischio. I ricercatori hanno osservato che l’incremento degli eventi cerebrovascolari interessa diversi sottogruppi di pazienti e non appare confinato a categorie specifiche considerate più fragili. Una conclusione che riaccende il confronto tra clinici, ricercatori e decisori sanitari sul modo in cui gestire i sintomi più complessi della demenza.

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Come agisce il risperidone nei pazienti con demenza

Il risperidone appartiene alla famiglia degli antipsicotici atipici. Il farmaco agisce soprattutto bloccando i recettori dopaminergici D2 e i recettori serotoninergici 5-HT2A, due sistemi chiave nella regolazione del comportamento e delle emozioni. Grazie a questo meccanismo, il medicinale può attenuare episodi di agitazione intensa o comportamenti aggressivi che spesso accompagnano le fasi avanzate della demenza.

Nel Regno Unito questo farmaco rappresenta attualmente l’unica molecola della sua classe autorizzata in modo specifico per il trattamento dei disturbi comportamentali associati alla demenza. Per molti medici diventa quindi una scelta quasi obbligata quando la situazione clinica si fa complessa e le strategie non farmacologiche non bastano più.

La realtà clinica appare spesso più articolata di quanto suggeriscano i protocolli. Nelle strutture residenziali e nelle cure domiciliari i sintomi comportamentali possono compromettere seriamente la sicurezza del paziente e dei caregiver. In queste circostanze l’intervento farmacologico diventa uno strumento utile per stabilizzare la situazione e ridurre lo stress che grava su familiari e operatori sanitari.

Analisi del NHS: dati raccolti in vent’anni

Per comprendere meglio il legame tra farmaco e rischio cerebrovascolare, i ricercatori hanno esaminato cartelle cliniche anonimizzate del Servizio Sanitario Nazionale britannico (NHS) raccolte tra il 2004 e il 2023.

Il lavoro ha messo a confronto due gruppi di pazienti con demenza: da una parte chi aveva ricevuto una prescrizione di risperidone, dall’altra chi non era stato trattato con questo medicinale. Gli scienziati hanno bilanciato i gruppi per età, condizioni cliniche e fattori di rischio cardiovascolare, così da isolare il più possibile l’effetto del farmaco.

Questo approccio ha permesso di analizzare un enorme volume di dati clinici reali, provenienti dalla pratica medica quotidiana. L’analisi longitudinale ha offerto una fotografia molto ampia del fenomeno, con oltre 165 mila persone coinvolte e quasi due decenni di osservazione sanitaria.

I numeri dello studio: quanto cresce il rischio

I risultati dell’analisi mostrano differenze chiare tra i gruppi esaminati. Tra i pazienti che avevano già sofferto di ictus, il tasso annuale di nuovi eventi cerebrovascolari ha raggiunto 22,2 casi ogni 1.000 anni-persona nel gruppo trattato con risperidone, contro 17,7 casi nel gruppo di controllo. Il dato assume particolare rilevanza anche nei pazienti senza precedenti episodi di ictus. In questo gruppo il tasso di eventi cerebrovascolari ha raggiunto il 2,9% nei pazienti che assumevano il farmaco, rispetto al 2,2% tra chi non lo assumeva.

I ricercatori hanno osservato inoltre che il rischio appare più marcato nei periodi iniziali della terapia, con una concentrazione degli eventi intorno alle prime dodici settimane di trattamento. Una dinamica che potrebbe riflettere meccanismi fisiologici ancora poco compresi.

Le parole dei ricercatori sul risultato inatteso

Uno degli autori dello studio, Dr. Byron Creese della Brunel University of London, ha spiegato la logica iniziale del progetto e il risultato emerso dall’analisi.

“Sapevamo che il risperidone causa ictus, ma non sapevamo se alcuni gruppi di pazienti potessero essere più a rischio di altri. Pensavamo che, identificando le caratteristiche che rendono alcune persone più vulnerabili, i medici avrebbero potuto evitare di prescrivere il farmaco a quei pazienti.”

L’analisi ha però mostrato uno scenario diverso da quello ipotizzato all’inizio dello studio. Il rischio cerebrovascolare appare distribuito tra i diversi sottogruppi di pazienti analizzati. La presenza o meno di fattori di rischio cardiovascolare non modifica in modo sostanziale il quadro complessivo.

Linee guida e pratica clinica: una questione aperta

Le attuali linee guida del NHS raccomandano di limitare la terapia con risperidone a un massimo di sei settimane, riservando il farmaco ai casi in cui i sintomi risultano particolarmente gravi. Nella pratica quotidiana la situazione risulta spesso più complessa. In molte strutture sanitarie i pazienti restano in trattamento per periodi più lunghi e il monitoraggio clinico varia sensibilmente tra le diverse regioni del Paese.

Il problema centrale riguarda la scarsità di alternative farmacologiche approvate. L’assenza di molecole autorizzate per la stessa indicazione lascia ai medici un margine terapeutico limitato. Questo scenario genera un equilibrio delicato tra la necessità di controllare i sintomi comportamentali e l’attenzione verso i potenziali effetti avversi.

Verso una medicina più personalizzata

Gli autori dello studio sottolineano che i risultati non eliminano il ruolo del risperidone nella gestione della demenza. Il farmaco continua a rappresentare uno strumento utile nei casi più difficili. La ricerca invita però a sviluppare un approccio più personalizzato alla prescrizione. I dati raccolti permettono ai medici di discutere in modo più consapevole rischi e benefici con pazienti e familiari.

Come osserva lo stesso Creese: “Questi dati offrono informazioni più precise su chi sia maggiormente a rischio, aiutando tutti i soggetti coinvolti a compiere scelte più consapevoli, attraverso conversazioni oneste tra medici, pazienti e famiglie.”

Ricerca futura e nuovi farmaci

La comunità scientifica guarda ora a due fronti di ricerca. Da una parte serve comprendere meglio i meccanismi biologici attraverso cui il risperidone potrebbe influenzare il rischio cerebrovascolare nei pazienti con demenza.

Dall’altra emerge l’urgenza di sviluppare nuovi farmaci specificamente indicati per l’agitazione grave nella demenza. Molecole più mirate potrebbero offrire un equilibrio migliore tra efficacia clinica e sicurezza cardiovascolare. Una prospettiva che interessa milioni di persone nel mondo e che riguarda direttamente la qualità della vita dei pazienti, delle famiglie e dei sistemi sanitari.

A cura della Redazione GTNews

Link utili:
Risk of stroke associated with risperidone in dementia with and without comorbid cardiovascular disease: population-based matched cohort study | The British Journal of Psychiatry | Cambridge Core

165,000 dementia patients reveal hidden stroke risk from common drug | ScienceDaily

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