Mare asfissiato dalla plastica monouso, lo studio globale accusa cibo e bevande

Oltre 5.300 rilevamenti in 112 Paesi mostrano il peso di bottiglie, tappi, coperchi e imballaggi nella contaminazione delle spiagge

La plastica usa e getta, quella strettamente legata a cibo e bevande, è la principale firma dell’inquinamento da plastica visibile sulle spiagge di tutto il mondo. Bottiglie, tappi, coperchi, contenitori, involucri e imballaggi monouso risultano essere infatti tra gli oggetti più ricorrenti nella spazzatura costiera. Accompagnano consumi brevi, spesso fuori casa, e proprio questa combinazione tra uso rapido, leggerezza e diffusione li rende più esposti alla dispersione.

Lo indica uno studio pubblicato su One Earth e guidato dall’Università di Plymouth, con la partecipazione di Brunel University London, Plymouth Marine Laboratory e BRIN, l’agenzia nazionale indonesiana per la ricerca e l’innovazione, basato su oltre 5.300 rilevamenti effettuati in 112 Paesi, lungo tutti i continenti, nove sistemi oceanici e tredici mari regionali.

Nel 93% dei Paesi analizzati, le plastiche collegate ad alimenti e bevande rientrano tra le prime tre categorie di rifiuti più abbondanti. Il dato mostra quanto il problema sia trasversale e riguardi aree del mondo molto diverse per economia, popolazione e sistemi di raccolta.

Che cosa dice lo studio sulla plastica in mare?

Il lavoro guidato da Richard Thompson, Max Kelly e Susan Jobling ha permesso di identificare con precisione gli oggetti che compaiono più spesso nei rilevamenti costieri. Una parte rilevante riguarda i prodotti legati al consumo alimentare quotidiano (non solo i rifiuti industriali, della pesca o derivanti dalla cattiva gestione locale.

Perché tanta plastica finisce in mare?

La plastica raggiunge gli oceani attraverso percorsi diversi: può essere abbandonata direttamente sulle spiagge, nei porti e nelle aree turistiche, oppure dall’entroterra attraverso tombini, canali, fiumi, scarichi e discariche mal gestite. Vento e piogge intense possono poi facilitare il trasporto degli oggetti più leggeri. Il problema nasce anche dalla durata dei materiali. Molti imballaggi vengono usati per pochi minuti, ma resistono nell’ambiente per decenni: si consumano, si spezzano e diventano difficili da recuperare.

Che cosa sono le microplastiche?

Le microplastiche sono particelle di plastica inferiori a 5 millimetri. Possono essere prodotte già in dimensioni molto piccole oppure derivare dalla frammentazione di oggetti più grandi esposti a sole, onde, abrasione e agenti atmosferici. Il problema riguarda mare, fiumi, laghi, suolo e persino l’aria. Le microplastiche sono state rilevate persino all’interno del corpo umano, con conseguenze per la salute ancora ignote.

La plastica fa male anche all’uomo?

L’esposizione a plastica e microplastiche è documentata, ma la misura esatta del rischio sanitario è ancora oggetto di studio. Le persone possono entrare in contatto con particelle plastiche attraverso alimenti, acqua, aria e polveri domestiche. A preoccupare sono anche alcune sostanze usate nella produzione, nella colorazione o nella stabilizzazione dei materiali.

Quali danni provoca la plastica agli animali?

Per gli animali marini la plastica rappresenta un pericolo sia fisico che biologico. Tartarughe, uccelli, pesci e mammiferi possono ingerire frammenti scambiandoli per cibo, con rischio di ostruzioni, lesioni interne, falsa sazietà e riduzione della capacità di alimentarsi. Altri animali restano intrappolati in reti, lenze, anelli, sacchetti o imballaggi. La plastica dispersa modifica anche gli habitat, si accumula su spiagge e fondali, trasporta organismi su lunghe distanze e può favorire l’arrivo di specie invasive.

Perché il riciclo da solo è insufficiente?

Il riciclo resta fondamentale, ma allo stato attuale non sembra in grado di intercettare tutta la plastica prodotta. L’OCSE ha stimato che nel 2019 circa 22 milioni di tonnellate di plastica siano finite nell’ambiente. La stima dell’UNEP è impressionante: 19-23 milioni di tonnellate di rifiuti plastici raggiungono ogni anno gli ecosistemi acquatici. Per questo gli scienziati insistono sulla riduzione a monte. La raccolta differenziata agisce dopo il consumo, mentre la prevenzione interviene prima che l’oggetto venga prodotto, distribuito, acquistato e potenzialmente disperso.

Quali oggetti di plastica sono più problematici?

Gli oggetti più problematici sono quelli leggeri, economici, molto diffusi e usati per poco tempo. Hanno un rischio maggiore di dispersione perché accompagnano consumi rapidi. In Europa la direttiva sulle plastiche monouso ha già preso di mira alcuni prodotti specifici, tra cui posate, piatti, cannucce, bastoncini cotonati, contenitori e tazze in polistirene espanso. Sono previste misure anche per contenitori per bevande, pacchetti, involucri, filtri di sigaretta e salviette. Intervenire sugli oggetti più presenti nell’ambiente riduce una delle fonti più visibili dell’inquinamento marino.

Che cosa possono fare i cittadini contro l’inquinamento da plastica?

Le scelte individuali possono ridurre una parte del problema e orientare il mercato. Usare borracce, preferire contenitori riutilizzabili, evitare confezioni inutili, scegliere prodotti con meno imballaggio e riportare a casa i rifiuti prodotti fuori casa sono azioni semplici, soprattutto nei luoghi costieri e durante viaggi, escursioni, picnic ed eventi. La misura più efficace è ridurre il monouso.

Che cosa devono fare aziende e istituzioni?

La responsabilità maggiore riguarda aziende, filiere produttive e decisori pubblici. Gli imballaggi devono essere progettati per usare meno materiale, ridurre la dispersione e semplificare il recupero. I sistemi di vendita possono favorire riuso, ricarica, formati concentrati, cauzione e raccolta efficace.

Le amministrazioni locali possono migliorare cestini, pulizia urbana, controlli, gestione degli eventi, educazione ambientale e intercettazione dei rifiuti prima che raggiungano fiumi e mare. A livello internazionale resta centrale il negoziato ONU per un trattato globale sulla plastica, ancora segnato da un confronto difficile tra riduzione della produzione, controllo delle sostanze chimiche, progettazione dei prodotti, riciclo e gestione dei rifiuti.

Una notizia che riguarda tutti

Lo studio su One Earth evidenzia una crisi raccontata spesso con immagini inquietanti, come quella di isole di rifiuti, o di animali intrappolati. Ridurre gli imballaggi monouso per alimenti e bevande significa colpire una delle fonti più ricorrenti della spazzatura costiera. Per cambiare questa traiettoria servono meno oggetti usa e getta e più sistemi pensati per restare in uso per tempi più lunghi, nonché più semplici da intercettare prima di arrivare nell’ambiente.

Link utili:
Food and beverage plastics dominate global shorelines: A harmonized rank-based assessment of usage types to guide interventions: One Earth

Note per i lettori

L’immagine usata per questo articolo è stata creata grazie all’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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