Indice
- 1 Ricostruito da antichi becchi fossili un enorme predatore marino lungo fino a 19 metri, capace di competere con mosasauri e altri grandi cacciatori del Cretaceo
- 2 Un predatore grande come un mito
- 3 I becchi che hanno cambiato la storia
- 4 Tentacoli, becco e caccia
- 5 Il commento degli studiosi
- 6 Un’intelligenza antica negli oceani
- 7 Una storia difficile da ricostruire
- 8 Un mare popolato da giganti
Ricostruito da antichi becchi fossili un enorme predatore marino lungo fino a 19 metri, capace di competere con mosasauri e altri grandi cacciatori del Cretaceo
Il mostro “mitologico” che i marinai chiamavano Kraken è esistito davvero, e nell’antico passato del nostro Pianeta dominava gli oceani. È la scoperta a cui sono approdati gli scienziati dell’Università di Hokkaido, in Giappone, dopo uno studio su fossili risalenti anche a 100 milioni di anni fa. Al centro della ricerca ci sono enormi polpi del Cretaceo, creature capaci di raggiungere dimensioni impressionanti e di occupare un ruolo da vertice nella catena alimentare marina. La specie più spettacolare è Nanaimoteuthis haggarti, un cefalopode che, secondo le stime degli studiosi, poteva arrivare fino a quasi 19 metri di lunghezza. La misura, evidenziano gli esperti, colloca l’antica creatura ormai estinta oltre quelle del calamaro gigante moderno.
Un predatore grande come un mito
Il team degli scienziati, coordinato dal professor Yasuhiro Iba, paleontologo dell’ateneo giapponese, ha ricostruito la presenza di giganteschi polpi nei mari del Cretaceo, l’ultimo periodo dell’era Mesozoica, compreso tra circa 145 e 66 milioni di anni fa. Era il tempo dei dinosauri sulla terraferma e dei grandi rettili marini negli oceani. In quello scenario, secondo lo studio, anche enormi cefalopodi potevano recitare un ruolo da protagonisti.
«Il nostro studio dimostra che non si trattava semplicemente di versioni ingrandite dei polpi moderni – ha spiegato Iba -. Si trattava di predatori giganti che si collocavano al vertice della catena alimentare marina del Cretaceo. Questo cambia la visione secondo cui i mari in quel periodo fossero dominati solo da grandi predatori vertebrati».
La scoperta è di quelle particolarmente importanti perché diversamente dai rettili marini, dai pesci predatori e dagli squali, i polpi hanno corpi molli e delicati, tanto dall’esser destinati a non lasciar traccia della loro antica esistenza. Nel caso specifico gli scienziati hanno teorizzato l’esistenza dell’enorme creatura grazie al rinvenimento dei becchi, le parti dure usate per afferrare, tagliare e smembrare la preda.
I becchi che hanno cambiato la storia
La ricerca si è basata sull’analisi dettagliata di 15 becchi fossili che in precedenza erano stati attribuiti a esemplari di calamaro. Gli scienziati li hanno riesaminati con maggiore attenzione, confrontandoli con quelli dei cefalopodi moderni e studiandone proporzioni, forma e usura. Il risultato ha portato a una nuova interpretazione: quei resti appartenevano a giganteschi polpi antichi.
Il lavoro ha poi fatto emergere altri 12 becchi di polpo rimasti nascosti all’interno di rocce del Cretaceo. Grazie a tecniche di imaging digitale, i ricercatori hanno potuto individuare strutture fossili non riconoscibili con una semplice osservazione esterna. I reperti coprono un intervallo temporale compreso tra circa 72 e 100 milioni di anni fa, un arco sufficiente per immaginare una presenza stabile di questi grandi predatori negli oceani antichi.
Il caso più clamoroso riguarda proprio Nanaimoteuthis haggarti. Il suo becco risulta più grande di quello del calamaro gigante moderno, animale che può raggiungere circa 12 metri e che finora veniva considerato uno degli invertebrati più imponenti del mare. Usando come riferimento le proporzioni dei polpi attuali, gli studiosi hanno stimato per Nanaimoteuthis haggarti una lunghezza compresa tra 7 e 19 metri.

Tentacoli, becco e caccia
Il Kraken del Cretaceo doveva cacciare con una strategia simile a quella dei polpi moderni, ma su scala gigantesca. I polpi attuali usano le braccia per bloccare la preda, portarla verso la bocca e lavorarla con il becco. Non ingoiano grandi animali interi. Li trattengono, li mordono, li spezzano. Nei fossili studiati, i becchi appaiono arrotondati, consumati o scheggiati, segni compatibili con un utilizzo intenso e ripetuto.
Secondo gli studiosi, questi animali usavano probabilmente i lunghi tentacoli per afferrare le prede e il becco per frantumare strutture dure come conchiglie, carapaci o ossa. La forte usura osservata sui reperti indica una vita da cacciatori attivi, abituati a confrontarsi con prede resistenti. Nel loro menu potevano entrare pesci, animali con guscio e forse anche giovani o esemplari vulnerabili di grandi rettili marini.
L’ipotesi più suggestiva riguarda i mosasauri, enormi rettili acquatici che popolavano i mari del Cretaceo. Alcuni avevano dimensioni paragonabili a quelle stimate per i polpi giganti. Questi cefalopodi erano abbastanza grandi e potenti da stare nello stesso ecosistema dei massimi predatori marini dell’epoca.
Il commento degli studiosi
La sorpresa suscitata dai reperti emerge anche dalle parole del professor Thomas Clements, paleobiologo dell’Università di Reading, citato dal Guardian. «Vedere un becco di queste dimensioni è davvero sorprendente. Era un animale enorme. Di certo non avrei voluto nuotare negli antichi oceani con queste creature nei paraggi».
Iba aggiunge un elemento ancora più interessante. I becchi analizzati mostrano in alcuni casi un consumo più marcato da un lato rispetto all’altro. Questo dettaglio potrebbe indicare una sorta di preferenza funzionale, simile all’uso prevalente di un braccio per compiti specifici nei polpi moderni. «Questo significa che questi animali non erano solo potenti, ma anche predatori comportamentalmente sofisticati», ha osservato il ricercatore.
Un’intelligenza antica negli oceani
L’idea di un predatore sofisticato non riguarda soltanto la forza. I polpi moderni sono animali dotati di notevoli capacità di esplorazione, manipolazione e adattamento. Aprono conchiglie, si infilano in spazi stretti, usano le braccia in modo coordinato, rispondono rapidamente agli stimoli dell’ambiente. Ritrovare nei fossili un indizio di uso asimmetrico del becco offre una piccola finestra su comportamenti molto antichi.
Da un becco consumato non si può tuttavia ricostruire l’intera mente di un animale vissuto decine di milioni di anni fa. Si può però dedurre che il Kraken del Cretaceo non fosse soltanto enorme. Sapeva anche usare il proprio corpo con precisione, sfruttando i lunghi tentacoli e il becco in modo coordinato, scegliendo come bloccare e rompere ciò che catturava.
Una storia difficile da ricostruire
Lo studio mostra che i grandi invertebrati avevano un ruolo più importante di quanto si pensasse negli oceani del Cretaceo. Il mare antico diventa più affollato, con molteplici categorie di predatori. Accanto ai vertebrati marini c’erano cefalopodi capaci di raggiungere dimensioni colossali e di competere per le stesse risorse. Il richiamo al Kraken consente di comprendere le dimensioni di una creatura diventata leggenda e mito.
Un mare popolato da giganti
Il Kraken del Cretaceo non va immaginato come una copia perfetta dei polpi moderni ingrandita a dismisura. Vi erano probabilmente delle differenze importanti, ma resta il fatto che gli scienziati hanno scoperto un “mostro dei mari” capace di competere con rettili marini, pesci predatori e altre creature di dimensioni ragguardevoli.
A cura di Roberto Zonca
Link dello studio:
Earliest octopuses were giant top predators in Cretaceous oceans | Science
