La NOAA assegna oltre il 90% di probabilità a un episodio molto forte, con possibili effetti su piogge, siccità e fenomeni estremi fino ai primi mesi del 2027
LA NOTIZIA IN BREVE – L’autunno europeo parte con il segno del caldo, mentre nel Pacifico prende forma un El Niño che potrebbe entrare tra i più forti degli ultimi decenni. È questo il doppio segnale che emerge dalle ultime proiezioni climatiche: da una parte un continente ancora esposto a temperature elevate, dall’altra un’anomalia oceanica capace di spostare piogge, siccità e ondate di calore su scala globale.
La NOAA assegna oltre il 90% di probabilità a un El Niño very strong e la WMO prevede effetti fino ai primi mesi del 2027. In Europa, però, l’inverno resta legato soprattutto a ciò che accadrà sull’Atlantico e nelle regioni polari. Le proiezioni di Copernicus favoriscono per ora una stagione complessivamente mite. Per l’Italia il rischio più vicino riguarda invece il Mediterraneo ancora molto caldo: tanta energia disponibile, più umidità e la possibilità di fasi di maltempo anche violento.

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L’APPROFONDIMENTO – L’Europa va verso un autunno tra i più caldi degli ultimi decenni e, secondo le prime proiezioni stagionali, anche l’inverno potrebbe chiudersi sopra la media. L’estate appena trascorsa è stata la terza più calda mai registrata nel continente e la più calda in assoluto nell’Europa occidentale. Su questo scenario si inserisce ora El Niño, che nel Pacifico tropicale sta crescendo rapidamente. Il fenomeno si sviluppa quando una vasta fascia del Pacifico equatoriale si scalda molto più del normale. L’acqua trasferisce parte di quel calore all’atmosfera e cambia la distribuzione di piogge, venti e temperature su grandi distanze. Quest’anno il riscaldamento è particolarmente marcato e la WMO, l’Organizzazione meteorologica mondiale, prevede un ulteriore rafforzamento nei prossimi mesi.
L’Europa sentirà gli effetti in modo meno diretto rispetto ad altre aree del pianeta. Qui il comportamento dell’atmosfera dipende molto dall’Atlantico, dalla corrente a getto e dalle masse d’aria che si muovono attorno all’Artico. È il motivo per cui un El Niño molto forte nel Pacifico non permette, da solo, di anticipare gelo o neve sull’Italia.
Nel Pacifico c’è una quantità enorme di calore
Ad agosto, nella grande fascia centrale del Pacifico utilizzata per seguire El Niño, la temperatura superficiale del mare era di circa 1,8 °C sopra la media. Avvicinandosi al Sud America, in alcuni settori l’anomalia ha superato i 3 °C. Un paio di gradi in più possono sembrare poca cosa se si pensa alla temperatura dell’aria di una singola giornata. Qui stiamo parlando invece di un’area oceanica immensa, estesa per migliaia di chilometri. Sotto la superficie la NOAA ha trovato anche zone con anomalie superiori ai 10 °C, segno della grande quantità di energia accumulata nell’oceano.
La stessa agenzia americana assegna oltre il 90% di probabilità a un El Niño very strong, molto forte, durante l’autunno e l’inverno dell’emisfero settentrionale. La WMO ritiene molto probabile che il fenomeno prosegua almeno fino a febbraio 2027. Il dato va letto dentro un contesto già eccezionale. Agosto 2026 è stato il più caldo mai registrato a livello globale per quel mese, con una temperatura media mondiale stimata a 1,65 °C sopra i livelli preindustriali. El Niño si sta quindi sviluppando mentre oceani e atmosfera partono già da valori molto elevati.
Le conseguenze possono essere pesanti. In alcune regioni gli anni di El Niño sono associati a piogge molto abbondanti e alluvioni, in altre a siccità prolungate, perdita dei raccolti e maggiore rischio di incendi. Cambia la geografia delle precipitazioni perché il riscaldamento del Pacifico sposta le grandi aree temporalesche tropicali e, insieme a loro, una parte della circolazione atmosferica mondiale. Per questo la WMO ha chiesto ai servizi meteorologici nazionali di prepararsi con largo anticipo. Gli effetti, però, cambiano sensibilmente da un Paese all’altro e dipendono anche da ciò che accade negli altri oceani.
Domande e risposte Che cos’è El Niño, quanto dura, perché si chiama così e quale fenomeno rappresenta il suo opposto.
Che cos’è El Niño?
È un riscaldamento anomalo di una vasta area del Pacifico equatoriale. Si verifica quando le acque superficiali del Pacifico centrale e orientale diventano più calde del normale per diversi mesi. Il fenomeno modifica gli scambi tra oceano e atmosfera e può influenzare piogge, siccità e temperature anche molto lontano dal Pacifico.
Esiste un fenomeno opposto a El Niño?
Sì, si chiama La Niña. Durante La Niña le acque superficiali della stessa fascia del Pacifico diventano più fredde della media. Anche questo fenomeno modifica la circolazione atmosferica mondiale, ma spesso produce effetti diversi da quelli associati a El Niño. Tra i due può esserci anche una fase neutra.
Perché si chiama El Niño?
Il nome viene dai pescatori delle coste del Perù e dell’Ecuador, che da secoli osservavano l’arrivo periodico di acque insolitamente calde vicino a Natale. In spagnolo El Niño significa “il bambino” e il riferimento originario era al Bambino Gesù.
Quanto dura El Niño?
In genere dura diversi mesi e può protrarsi per circa un anno. Gli episodi iniziano spesso a svilupparsi durante l’anno, raggiungono la massima intensità tra l’autunno e l’inverno dell’emisfero settentrionale e poi tendono a indebolirsi. La durata cambia comunque da un episodio all’altro.
Ogni quanto si verifica El Niño?
El Niño ritorna in modo irregolare, mediamente ogni due-sette anni. Non segue un calendario preciso: possono trascorrere pochi anni tra due episodi oppure intervalli più lunghi. Anche l’intensità cambia molto e solo alcuni eventi diventano particolarmente forti.
El Niño decide che inverno avremo in Italia?
No, da solo non permette di prevedere l’inverno italiano. Può influenzare la circolazione atmosferica mondiale, ma sull’Europa pesano molto anche l’Atlantico settentrionale, la corrente a getto, le aree di alta e bassa pressione e il vortice polare. Per questo uno stesso El Niño può essere accompagnato da inverni europei molto diversi.
In Europa pesano soprattutto Atlantico e Artico
Sul nostro continente il passaggio è più complicato. L’Atlantico settentrionale dirige buona parte delle perturbazioni che raggiungono l’Europa, mentre la corrente a getto, una fascia di venti molto forti in alta quota, può spostare verso nord o verso sud il percorso delle depressioni. Durante l’inverno entra in gioco anche il vortice polare, la grande circolazione che contiene le masse d’aria più fredde attorno all’Artico. Se rimane compatto, il gelo tende a restare alle alte latitudini; quando viene disturbato, aumentano le possibilità che parte dell’aria artica scenda più a sud. Da queste configurazioni dipenderanno le eventuali ondate fredde dell’inverno europeo. A settembre non è possibile sapere come saranno disposti questi grandi sistemi a gennaio o febbraio.
Le proiezioni stagionali di Copernicus aggiornate il 10 settembre indicano intanto una maggiore probabilità di temperature superiori alla media su gran parte dell’Europa durante l’inverno. Questo dato descrive la stagione nel suo insieme. Una settimana di gelo o una nevicata importante possono comunque verificarsi all’interno di tre mesi che, nel complesso, risultano più caldi del normale. Prevedere oggi una nevicata a Milano, Roma o Bologna sarebbe invece privo di significato. Per arrivare a quel livello di dettaglio servono informazioni sulla posizione delle perturbazioni, sull’umidità e sulle temperature nei diversi strati dell’atmosfera, disponibili soltanto molto più vicino all’evento.
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Il Mediterraneo resta molto caldo
Prima dell’inverno bisognerà attraversare un autunno che parte da condizioni già fuori dall’ordinario. Nell’Europa occidentale l’estate 2026 ha stabilito un nuovo record, con una temperatura media di 21,69 °C, pari a 2,54 °C sopra la media 1991-2020. Il precedente primato risaliva al 2003. Anche le previsioni per settembre, ottobre e novembre mantengono un segnale caldo. Le elaborazioni di Arpa Piemonte, basate sui nove modelli stagionali del sistema Copernicus, indicano temperature superiori alla media su buona parte dell’Europa centro-meridionale. Il segnale rimane presente anche avanzando verso ottobre e novembre.
Per l’Italia conta anche ciò che sta accadendo in mare. Il Mediterraneo conserva una grande quantità di calore dopo l’estate e continua a fornire umidità all’atmosfera. Quando arriva una perturbazione ben organizzata, quell’umidità può alimentare precipitazioni molto intense. Un autunno caldo può quindi alternare periodi asciutti e miti a fasi di maltempo violento.
Il gelo resta possibile, ma oggi non è lo scenario dominante
Le irruzioni artiche fanno parte dell’inverno europeo e continueranno a verificarsi anche in un clima più caldo. Perché una di queste raggiunga l’Italia devono però incastrarsi diverse condizioni: un blocco di alta pressione nelle zone giuste, una corrente a getto favorevole e una traiettoria capace di trascinare verso sud le masse d’aria fredde. Oggi i modelli stagionali non mostrano un inverno dominato dal gelo. Mostrano piuttosto una maggiore probabilità di temperature superiori alla norma, con la possibilità che all’interno della stagione compaiano episodi freddi anche importanti.
Per l’Italia, quindi, il rischio più vicino riguarda un autunno ancora molto caldo e un Mediterraneo carico di energia, capace di alimentare perturbazioni intense quando la circolazione atmosferica lo permette. Più avanti l’attenzione si sposterà sull’Atlantico e sull’Artico. Gli aggiornamenti di ottobre e novembre daranno indicazioni più affidabili sull’inverno.
Copernicus Climate Change Service
Le mappe e gli aggiornamenti del servizio europeo sulle tendenze stagionali di temperature e precipitazioni.
Vai alla fonteNOAA Climate Prediction Center
Il bollettino ufficiale statunitense sull’evoluzione di El Niño, con osservazioni del Pacifico e probabilità per i mesi successivi.
Vai alla fonteOrganizzazione meteorologica mondiale
Gli aggiornamenti della WMO sugli effetti di El Niño e sui possibili rischi climatici nelle diverse regioni del mondo.
Vai alla fonteArpa Piemonte – Previsioni stagionali
Un’analisi italiana dei modelli Copernicus per l’autunno 2026, con indicazioni su temperature e precipitazioni.
Vai alla fonteNote per i lettori
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