Dalla lettura delle etichette al ruolo di fibre, microbiota e stile di vita, l’intervista alla ricercatrice AIRC
Merendine, snack confezionati, bibite zuccherate, piatti pronti, cereali da colazione molto lavorati e prodotti industriali ricchi di additivi fanno ormai parte della spesa quotidiana di molte famiglie italiane. Ma che cosa sono davvero gli alimenti ultraprocessati? Come si riconoscono leggendo l’etichetta? Il loro consumo può incidere sul rischio di tumori, in particolare del colon-retto, oppure il problema riguarda soprattutto l’eccesso calorico, l’obesità e la perdita progressiva della dieta mediterranea? Ne abbiamo parlato con la dottoressa Irene Caffa, biologa e ricercatrice dell’Università di Genova, responsabile di un progetto AIRC dedicato al rapporto tra interventi dietetici, metabolismo tumorale e terapie oncologiche. L’obiettivo è capire, senza allarmismi e senza false certezze, quali abitudini pesano sulla salute e quali scelte quotidiane possono aiutare a prevenire.
Dottoressa Caffa prima di entrare nel dettaglio, ci racconta di lei, dove lavora e quali progetti di ricerca o attività cliniche segue?
Sono una biologa con un dottorato in Oncologia ed Ematologia clinico-sperimentale e lavoro presso il Dipartimento di Medicina Interna dell’Università di Genova. Da oltre dieci anni mi occupo di studiare come alcuni regimi dietetici, che “mimano” le stesse condizioni indotte dal digiuno, possano influenzare il metabolismo tumorale e potenziare l’efficacia delle terapie oncologiche, contribuendo anche a ridurne gli effetti collaterali.
La mia attività di ricerca è iniziata in laboratorio, con studi in vitro e modelli preclinici, ma negli ultimi anni si è ampliata anche verso la clinica. In collaborazione con il Policlinico San Martino abbiamo infatti attivo un trial clinico dedicato a pazienti oncologici che 5 giorni al mese seguono questa dieta mima-digiuno. Attualmente guido un progetto di ricerca AIRC che si basa sullo studio del ruolo fondamentale di interventi dietetici, come il digiuno, per potenziare terapie già in uso clinico e come mezzo per scoprire nuove applicazioni in campo oncologico di farmaci impiegati attualmente in altri ambiti. Da poco più di due anni sono diventata ricercatrice in Scienza dell’alimentazione e delle tecniche dietetiche applicate e, dopo un master in Nutrizione, seguo io stessa le visite nutrizionali dei pazienti arruolati nel trial. Per me questo rappresenta la parte più emozionante del lavoro, vedere che intuizioni e risultati nati anni prima sotto una cappa da laboratorio possano tradursi in qualcosa di concreto, credo sia uno dei momenti più “realizzanti” per chi fa ricerca. Assistere alla trasformazione di una scoperta sperimentale in un possibile beneficio per il paziente significa, in qualche modo, “chiudere il cerchio” tra ricerca e vita reale.
Quando parliamo di cibi ultraprocessati, quali prodotti finiscono davvero in questa categoria?
Quando parliamo di alimenti ultraprocessati facciamo riferimento soprattutto alla classificazione NOVA, che, in base al grado di trasformazione industriale, divide gli alimenti in quattro gruppi: alimenti freschi o minimamente processati, ingredienti culinari, alimenti trasformati e, infine, ultraprocessati. Parliamo di prodotti industriali molto trasformati, che hanno tra gli ingredienti cose che difficilmente troveremmo nella nostra cucina: additivi, emulsionanti, aromi artificiali, coloranti, esaltatori di sapidità o zuccheri aggiunti in quantità elevate. Sono prodotti in cui la formulazione industriale è pensata per massimizzare palatabilità e la durata, spesso a discapito del valore nutrizionale. Quindi rientrano in questa categoria molte merendine confezionate, snack confezionati sia dolci che salati, bibite zuccherate, piatti pronti, alcuni cereali da colazione, wurstel e prodotti ricostituiti industrialmente.
Come può una persona riconoscere un alimento ultraprocessato leggendo l’etichetta al supermercato?
La prima cosa da controllare è la lunghezza e la complessità della lista degli ingredienti. In generale, più lunga è la lista degli ingredienti e più sono le sigle e gli ingredienti con cui non siamo familiari (come ad esempio sciroppo di glucosio-fruttosio, lecitina di soia o conservanti come il BHA o BHT), più il prodotto è lavorato. È importante guardare anche l’ordine degli ingredienti, perché sono elencati in base alla quantità presente nel prodotto: se compro una merendina al cioccolato che come primo ingrediente ha farina raffinata, poi zucchero e olio vegetale idrogenato, e il cacao lo troviamo al quinto posto, questo ci dice molto.
Gli alimenti ultraprocessati aumentano davvero il rischio di cancro o il problema riguarda soprattutto obesità e cattiva alimentazione?
Le recenti evidenze scientifiche effettivamente mostrano un’associazione tra elevato consumo di alimenti ultraprocessati e aumento del rischio di diverse malattie croniche, compresi alcuni tumori, in particolare il colon-retto. Perché però il rischio aumenta? Tra le possibili ragioni potrebbero esserci l’impatto negativo di questi alimenti sul nostro microbiota intestinale, la presenza di sostanze chimiche derivanti dagli imballaggi o dai processi industriali e l’infiammazione cronica di basso grado favorita da certi additivi.
Dobbiamo però essere obiettivi: non possiamo dire che un singolo alimento ultraprocessato “causi” direttamente il cancro. Gli alimenti ultraprocessati spesso si inseriscono in una dieta già poco sana, “sostituendo” alimenti protettivi come frutta, verdura, legumi e cereali integrali. Il rischio deriva quindi più da un insieme di fattori come eccesso calorico, obesità, sedentarietà, scarsa qualità della dieta, che possono creare un ambiente metabolico favorevole allo sviluppo della malattia.
Perché il tumore del colon-retto è quello più spesso associato al consumo di questi prodotti?
Il colon è ovviamente tra gli organi che entra più in contatto con ciò che mangiamo e con i composti prodotti durante la digestione, motivo per cui il tumore del colon-retto è tra quelli più frequentemente associati a un elevato consumo di alimenti ultraprocessati. Oltre al fatto che questi prodotti sono spesso ricchi di zuccheri raffinati e grassi saturi, favorendo sovrappeso e obesità, che rappresentano fattori di rischio ben documentati per questo tumore, i meccanismi coinvolti sono probabilmente molteplici. Come già accennato, gli additivi, gli emulsionanti e i dolcificanti artificiali presenti negli alimenti ultraprocessati possono alterare il microbiota intestinale, cioè l’insieme dei batteri che vivono nel nostro intestino, causando una condizione chiamata disbiosi, che può favorire uno stato di infiammazione cronica, un terreno favorevole per lo sviluppo tumorale. In determinate condizioni, alcuni composti contenuti negli ultraprocessati possono anche trasformarsi in composti potenzialmente tossici e cancerogeni per la mucosa intestinale (ad esempio quando esposti ad alte temperature o ad ambienti acidi). Anche il fatto che gli alimenti ultraprocessati siano generalmente poveri di fibre, rallenta il transito intestinale, aumentando il tempo di contatto tra eventuali sostanze nocive e la parete del colon. Detto questo, è importante ribadire che il rischio non dipende dal singolo alimento consumato occasionalmente, ma dal quadro complessivo delle abitudini alimentari e dello stile di vita nel lungo periodo.
Il dato sul rischio più alto di polipi intestinali nelle donne sotto i 50 anni deve preoccupare anche chi si sente giovane e sano?
Più che generare paura, questi dati devono farci riflettere. L’aumento di tumori anche nelle fasce più giovani della popolazione è lo specchio dei cambiamenti nello stile di vita e nelle abitudini alimentari. La soluzione non è certo vivere con l’ansia, ma cercare di intervenire prima possibile correggendo la nostra alimentazione rendendola più equilibrata, praticando abitualmente attività fisica, mantenendo il peso corporeo nella norma ed eseguendo controlli periodici che sono molto importanti, soprattutto per chi ha familiarità con questa patologia.
Mangiare ogni tanto snack, merendine, bibite o cibi pronti è pericoloso oppure il rischio nasce dal consumo abituale?
Nessun alimento da solo determina una malattia. Mangiare occasionalmente uno snack o bere una bibita, in un contesto di dieta complessivamente equilibrata non costituisce un pericolo. Come sottolineato anche dalla SINU (Società Italiana di Nutrizione Umana), il problema non è l'alimento singolo ma il consumo abituale nel tempo e la qualità complessiva dello stile di vita. Il rischio è dose-dipendente e aumenta quando gli alimenti ultraprocessati diventano la base dell’alimentazione e sostituiscono sistematicamente cibi freschi e nutrienti. La parola chiave è moderazione.
Dopo una diagnosi di tumore, cambiare alimentazione può davvero incidere sulla sopravvivenza e sulla salute generale?
Le evidenze in questo senso sono in crescita e sempre più solide. Naturalmente la nutrizione non sostituisce le cure oncologiche, ma può diventare uno strumento complementare importante, soprattutto visto che la malnutrizione e una dieta infiammatoria possono peggiorare gli esiti clinici. Questo è anche il fulcro della mia ricerca: studiare come interventi nutrizionali mirati – come le diete mima-digiuno – possano agire in sinergia con le terapie. È però fondamentale evitare il “fai da te”. Ogni paziente oncologico ha esigenze specifiche e qualunque intervento nutrizionale deve essere personalizzato e seguito da professionisti qualificati.
Perché questi alimenti sono così difficili da limitare, anche quando sappiamo che fanno male?
I cibi ultraprocessati contengono zuccheri, grassi, sale e hanno consistenze studiate per essere molto appetibili, pratici e immediatamente gratificanti. Vari studi scientifici hanno osservato come il loro consumo possa attivare i circuiti della ricompensa nel cervello, creando una sorta di dipendenza definita “eating addiction”. Inoltre spesso nelle nostre vite molto frenetiche abbiamo poco tempo da dedicare alla preparazione e al consumo dei pasti, ed ecco che entrano in gioco i cibi ultraprocessati che richiedono poco tempo, costano relativamente poco e sono disponibili ovunque. Questa accessibilità determina quindi un’ulteriore sfida nel ridurne il consumo, ed evidenzia non solo la necessità di diffondere una buona educazione alimentare, ma anche di avere una regolamentazione diversa sul marketing e sull’etichettatura di questi prodotti.
In Italia stiamo perdendo la dieta mediterranea o la stiamo solo modificando senza accorgercene?
La popolazione italiana conosce bene la dieta mediterranea, motivo d’orgoglio per la nostra nazione. Il problema è che purtroppo c’è una bella differenza tra il conoscerla e metterla effettivamente in pratica. Negli ultimi decenni c’è stato un graduale cambiamento nell’alimentazione e spesso “predichiamo bene, ma razzoliamo male”! Rispetto ai nostri nonni e bisnonni mangiamo molto più spesso fuori casa, mangiamo meno legumi, meno cereali integrali, consumiamo più zuccheri e cibi ultraprocessati. E questo trend è ben visibile e preoccupante soprattutto nelle nuove generazioni. Stiamo sostituendo la dieta mediterranea, patrimonio UNESCO con comprovati effetti benefici sulla salute, con modelli alimentari più occidentali e industrializzati. Dobbiamo impegnarci a contrastare questa deriva graduale con una buona educazione alimentare e nuove politiche di sistema.
Quali sono le tre sostituzioni più semplici che una famiglia può fare subito per ridurre i cibi ultraprocessati nella dieta quotidiana?
Sicuramente il primo intervento da consigliare è sostituire le bibite zuccherate con acqua, tisane o bevande non zuccherate. La seconda è cercare di avere sempre a disposizione frutta fresca, yogurt naturale o frutta secca così da poter fare uno spuntino semplice e più salutare, invece che ricorrere a cibi ultraprocessati. Come ultimo consiglio, anche alla luce di quanto appena detto sulla dieta mediterranea, direi di cercare di recuperare pasti semplici tipici della tradizione mediterranea: pasta e legumi, pane e olio, verdure di stagione, piatti cucinati in casa anche con pochi ingredienti Sono cambiamenti piccoli, ma se diventano abitudini possono fare una grande differenza.
Quale consiglio darebbe ai lettori per proteggere la propria salute senza cadere negli allarmismi, nelle mode alimentari o nelle false certezze?
Per proteggere la nostra salute dobbiamo cercare di intervenire sul nostro stile di vita: seguire un modello alimentare ispirato alla dieta mediterranea, mantenerci attivi, dormire bene e non fumare. AIRC ricorda che circa un tumore su tre potrebbe essere prevenuto proprio attraverso l’adozione di stili di vita corretti. Dobbiamo poi stare attenti alle fake-news, ricordandoci che nella nutrizione raramente esistono alimenti “miracolosi” o “veleni assoluti”. La prevenzione si costruisce nel tempo con equilibrio, varietà e moderazione, non certo con diete che promettono il “tutto e subito” o con restrizioni rigide che, al contrario, potrebbero mettere a rischio la nostra salute.
Un ringraziamento alla dottoressa Irene Caffa per la disponibilità e per averci aiutato a leggere con equilibrio un tema complesso, spesso esposto ad allarmismi e semplificazioni, riportando l’attenzione su evidenze scientifiche, prevenzione e scelte quotidiane.
Link utili:
I cibi ultraprocessati e i rischi per la salute
Dieta mediterranea: Cos’è, alimenti e benefici | AIRC
Note per i lettori
Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e divulgativo. Non costituiscono in alcun modo parere medico o prescrizione. Prima di intraprendere qualsiasi terapia o integrazione, è necessario consultare il proprio medico curante.
