A Roma la contrazione supera il 30% nonostante il boom turistico, mentre nei piccoli centri si assottiglia una rete essenziale per la socialità quotidiana
LA NOTIZIA IN BREVE – In Italia stanno scomparendo i bar, ma dietro la crisi del settore c’è qualcosa che va oltre il dato economico. Tra il 2019 e il 2025 il comparto ha perso oltre 24mila imprese, circa 11 al giorno, secondo Confesercenti. A pesare sono l’aumento dei costi, la riduzione del potere d’acquisto, i nuovi modelli di consumo e, nelle città, anche il cambiamento dei flussi quotidiani legato allo smart working. Ma ogni serranda abbassata può significare anche un luogo di incontro in meno.
Nei piccoli centri il bar continua spesso a svolgere una funzione che altrove è distribuita tra molti spazi diversi: è punto di ritrovo, presidio sociale, luogo di conversazione e di relazione tra generazioni. La crisi colpisce anche le grandi città: Roma ha perso 2.827 bar rispetto al 2019, nonostante i record turistici. Un contrasto che mostra come il turismo possa sostenere alcune aree senza riuscire a salvare il commercio di prossimità.
Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento
L’APPROFONDIMENTO – Vecchi cari bar addio. In Italia stanno rapidamente scomparendo, e con loro rischia di restringersi anche una parte importante della vita sociale di paesi e quartieri. Tra il 2019 e il 2025 le imprese del comparto sono passate, secondo l’elaborazione di Confesercenti sui dati delle Camere di commercio, da 169.839 a 145.766: oltre 24mila attività in meno, circa 11 saracinesche abbassate ogni giorno.
Il dato racconta una profonda crisi economica con effetti immediati sull’intera società. Il bar resta uno dei pochi luoghi nei quali ci si può incontrare senza organizzare nulla, fermarsi per pochi minuti o trascorrere parte della giornata. È il posto del caffè prima del lavoro, della partita vista insieme, delle carte nel pomeriggio e delle discussioni sui fatti di interesse nazionale e internazionale.
Nei comuni con pochi abitanti può diventare persino una sorta di piazza coperta. Quando chiude, il servizio perso non coincide soltanto con la possibilità di bere un caffè. Viene meno un punto di riferimento quotidiano, soprattutto per gli anziani, persone sole e per chi ha meno occasioni di spostarsi verso i centri maggiori.
Quando chiude un bar si svuota anche una strada
Con la chiusura di un bar si attiva qualcosa di equiparabile alla “desertificazione”. La chiusura di un negozio o di un pubblico esercizio riduce il numero di persone che attraversano una strada, si fermano, incontrano qualcuno o semplicemente mantengono vivo uno spazio urbano. In una grande città la scomparsa di un locale può esser parzialmente compensata dalla presenza di altre attività ma in un paese di poche migliaia di abitanti un singolo bar può servire un intero quartiere o rappresentare uno dei pochissimi luoghi di aggregazione disponibili.
È anche per questo che Confesercenti lega il calo delle attività alla qualità della vita dei territori. «Un bar è un’impresa che crea lavoro e offre un servizio», osserva il presidente Nico Gronchi, ma è anche «uno dei luoghi più semplici e accessibili in cui le persone si incontrano». Entrare in un bar non richiede iscrizioni, appuntamenti o attività organizzate. La soglia economica è relativamente bassa e la frequentazione può essere quotidiana. Una caratteristica che rende questi esercizi diversi da molte altre forme di socialità.
Il bar come presidio sociale nei piccoli paesi
La funzione del bar cambia anche con la dimensione del territorio. Nelle città può essere uno dei tanti luoghi disponibili. Nei paesi può diventare il luogo dove si incontrano persone che difficilmente avrebbero altre occasioni per vedersi.
Il suo ruolo emerge prevalentemente nelle fasce orarie meno legate al consumo: il pensionato che incontra ogni mattina le stesse persone, il lavoratore che si ferma prima di rientrare a casa, gli anziani che trascorrono qualche ora insieme, i giovani che scelgono il locale come punto di ritrovo. La loro diffusione capillare ha storicamente garantito una forma di socialità spontanea, particolarmente importante dove biblioteche, centri culturali, cinema, circoli e altri spazi pubblici sono pochi o assenti.
La chiusura di queste attività può quindi accentuare un processo già visibile in molti piccoli comuni italiani: meno servizi portano a meno persone nelle strade, una minore frequentazione rende più difficile la sopravvivenza delle attività rimaste e il paese perde progressivamente occasioni di incontro.
Roma mostra l’altra faccia della crisi
La contrazione riguarda però anche le grandi città. Roma ha perso 2.827 bar rispetto al 2019, oltre il 30%, nonostante i flussi turistici abbiano raggiunto livelli record. Una apparente contraddizione, che aiuta però a capire che turismo e commercio di prossimità non coincidono. Milioni di visitatori possono alimentare ristorazione e consumi in alcune zone centrali senza garantire la sopravvivenza del bar frequentato ogni giorno dai residenti di una periferia o di un quartiere lontano dai grandi itinerari turistici.
Link utili e fonti
Dati e documenti per approfondire la crisi dei bar italiani, il loro ruolo sociale e il caso di Roma.
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Fonte primaria
Confesercenti – La scomparsa dei bar sotto casa
L’elaborazione sui dati delle Camere di commercio che indica oltre 24mila bar in meno tra il 2019 e il 2025, circa 11 al giorno.
Vai alla fonte -
Settore
FIPE – Il futuro del bar italiano
L’analisi FIPE documenta oltre 21mila chiusure in dieci anni e descrive il bar come presidio di socialità, prossimità e identità urbana.
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Roma
Roma Capitale – Turismo 2025 da record
I dati ufficiali registrano 22,9 milioni di arrivi e 52,92 milioni di presenze, utili per leggere il contrasto tra boom turistico e riduzione dei bar nella Capitale.
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Approfondimento
FIPE – Numeri e sostenibilità economica dei bar
Informazioni su imprese, occupazione, consumi e difficoltà economiche di un settore che resta strettamente legato alla vita quotidiana dei territori.
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Note per i lettori
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