Consumer Reports analizza 48 alimenti venduti negli Stati Uniti: i metalli pesanti calano rispetto ai test precedenti, mentre plastificanti e frammenti di plastica aprono un fronte sul quale mancano ancora soglie sanitarie condivise
LA NOTIZIA IN BREVE – Un test commissionato da Consumer Reports su 48 alimenti per bambini venduti negli Stati Uniti riaccende l’attenzione sui contaminanti presenti nel baby food. Le analisi hanno rilevato ftalati nell’81% dei prodotti e microplastiche in tutte le 15 puree sottoposte allo specifico esame. Piombo, cadmio e arsenico restano molto diffusi, ma nel 96% dei campioni i singoli metalli non hanno superato i livelli di attenzione adottati dall’organizzazione, segnando un miglioramento rispetto ai test precedenti. Le microplastiche, invece, aprono un fronte ancora poco definito: mancano soglie sanitarie condivise che permettano di tradurre il numero di particelle in un rischio concreto per i bambini. Per i consumatori italiani serve inoltre cautela: molte delle referenze analizzate sono esclusive del mercato USA oppure appartengono a marchi che in Europa vendono prodotti differenti. I risultati, quindi, non possono essere trasferiti automaticamente ai baby food presenti nei supermercati italiani.

Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento
L’APPROFONDIMENTO – Lasciano l’amaro in bocca, e preoccupano, i risultati dei test condotti da Consumer Reports su 48 alimenti per bambini disponibili sul mercato statunitense: le microplastiche sono state trovate in tutte le puree analizzate e gli ftalati nell’81% dei prodotti. Più rassicurante, invece, il fronte dei metalli pesanti, che mostrano livelli complessivamente inferiori rispetto alle precedenti indagini dell’organizzazione. Il test, pubblicato il 17 settembre, ha riguardato cereali, puree, snack, biscotti per la dentizione, barrette e succhi appartenenti a 11 marchi, alcuni dei quali operanti anche sul mercato europeo.
Consumer Reports ha cercato piombo, cadmio, mercurio, arsenico, bisfenoli e ftalati; soltanto alcuni alimenti sono stati sottoposti anche alle analisi per Pfas e microplastiche. Il dato che colpisce di più riguarda proprio queste ultime: il laboratorio le ha rilevate in tutte le 15 puree sottoposte allo specifico esame. Il sedicesimo prodotto analizzato, un succo di mela Gerber, non mostrava particelle rilevabili con il metodo impiegato.
È però necessario chiarire subito un punto, soprattutto per la serenità dei genitori italiani. Consumer Reports ha acquistato e analizzato prodotti statunitensi. Marchio, confezione o proprietà aziendale possono coincidere con quelli conosciuti in Europa, ma questo non significa che ingredienti, fornitori, stabilimenti e ricette coincidano.
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Che cosa è stato trovato nei 48 alimenti
Consumer Reports ha acquistato da due a quattro lotti per prodotto, affidandoli a un laboratorio esterno accreditato. L’arsenico totale, quando rilevato, è stato ulteriormente analizzato per distinguere la componente organica da quella inorganica, considerata quella di maggiore interesse tossicologico. I metalli sono comparsi con grande frequenza: piombo nell’85% dei prodotti, cadmio nell’80% e arsenico inorganico nel 77%. Il mercurio è stato rilevato soltanto nel 4%. La frequenza, da sola, non sembra però sufficiente a far suonare un vero e proprio allarme. Nel 96% dei prodotti i singoli metalli non hanno superato i livelli di attenzione elaborati dagli esperti di Consumer Reports. Rispetto ai test condotti dall’organizzazione nel 2018 e nel 2023, il quadro appare migliorato.
Due prodotti hanno attirato maggiormente l’attenzione per l’arsenico inorganico. Il Gerber Rice Cereal ha raggiunto in media 63 parti per miliardo, mentre la purea Good & Gather Baby Banana, Peach & Apricot venduta da Target ne conteneva 5,7 ppb. Il primo valore resta comunque inferiore all’action level FDA di 100 ppb previsto per i cereali di riso destinati all’infanzia: Consumer Reports utilizza per le proprie valutazioni un criterio più prudente.
Il nuovo problema sono ftalati e microplastiche
Il risultato che segna maggiormente la differenza rispetto alle vecchie indagini riguarda le sostanze associate alle plastiche. Consumer Reports ha trovato almeno uno ftalato in 39 alimenti su 48, l’81% del campione. In qualche prodotto ne erano presenti fino a sei. Tra quelli rilevati più frequentemente figurano DBP, DiBP, DMP e DEHP. Gli ftalati sono utilizzati in numerosi materiali e alcuni componenti del gruppo sono studiati da anni per la loro attività di interferenti endocrini.
Anche in questo caso, presenza non significa “pericolo per la salute”. Nella maggioranza dei prodotti le concentrazioni risultavano inferiori alle soglie adottate da Consumer Reports. L’organizzazione segnala però che 19 alimenti su 48 contenevano DEHP a livelli superiori alle quantità associate in alcune ricerche recenti a effetti sfavorevoli sulla salute. Il confronto con i test precedenti mostra inoltre che le concentrazioni possono cambiare sensibilmente. Nel Gerber Infant Rice Cereal, per esempio, gli ftalati totali sono passati dai 1.599 nanogrammi per porzione del 2023 ai 288 nanogrammi del 2026. Consumer Reports ricorda però che nel frattempo possono cambiare ricette, materie prime e processi produttivi.

Fino a 814 mila particelle in una sola confezione
Per le microplastiche il test è stato più limitato: 15 puree e un succo. Le particelle misurabili sono comparse in tutte le puree. Il numero più elevato è stato rilevato nella Parent’s Choice Stage 1 Carrot Purée, marchio Walmart: in media 814.589 particelle per porzione. Seguivano la Gerber Organic Plant Protein Banana Berry and Veggie Smash Purée with Oats, con 728.294, e la Beech-Nut Turkey, Butternut Squash, Corn, Spinach, con 680.295.
Le particelle individuate misuravano tra 15 e 500 micrometri e la maggior parte ricadeva nella fascia compresa fra 15 e 25 micrometri. Sotto i 15 micrometri il metodo impiegato dal laboratorio non riusciva a misurarle. Il numero complessivo presente nei campioni potrebbe quindi essere superiore, ma il test non consente di sapere di quanto. Sono stati identificati diversi polimeri, fra cui poliammide, poliuretano, politetrafluoroetilene, polietilene e polipropilene.
Consumer Reports non ha però analizzato parallelamente la composizione delle confezioni. Non può quindi dimostrare che le particelle provengano dagli imballaggi. Una parte potrebbe essere rilasciata dalle buste o dai contenitori; un’altra potrebbe entrare nell’alimento durante produzione, trasformazione e confezionamento attraverso tubazioni, macchinari o utensili.
Il vetro non ha azzerato la contaminazione
La plastica delle confezioni non offre quindi, almeno per ora, una spiegazione completa. Alcune puree conservate nel vetro contenevano infatti quantità considerevoli di particelle. Nel Beech-Nut Classics Stage 1 Chicken & Chicken Broth, confezionato in vasetto di vetro, Consumer Reports ha calcolato una media di 330.079 particelle per confezione. La quantità resta inferiore alle 814.589 della purea Parent’s Choice in vaschetta, ma dimostra che passare al vetro non basta per eliminare il problema.
Una possibile fonte potrebbe trovarsi nel rivestimento dei coperchi. Un’altra, ancora una volta, nel processo industriale precedente al confezionamento. Senza analisi lungo l’intera catena produttiva, hanno ammesso i ricercatori, non è possibile stabilire quanta parte della contaminazione derivi dal contenitore finale.
Oggi non esiste una soglia sanitaria che consenta di affermare che 50 mila, 300 mila o 800 mila particelle in una porzione corrispondano a un determinato livello di rischio. La FDA afferma che le conoscenze scientifiche disponibili non dimostrano attualmente che le concentrazioni di micro e nanoplastiche rilevate negli alimenti costituiscano un rischio per la salute umana. L’agenzia sottolinea anche l’assenza di metodi pienamente standardizzati per rilevare e quantificare queste particelle, fattore che rende difficile confrontare studi realizzati con tecniche diverse.
L’EFSA arriva a una conclusione altrettanto prudente: le informazioni sull’esposizione alimentare e sui possibili effetti sull’uomo sono ancora limitate. L’Autorità europea sta preparando una nuova valutazione scientifica, richiesta dal Parlamento europeo, la cui conclusione è prevista entro il 2027.
Quei prodotti si trovano anche in Italia?
Due delle referenze citate da Consumer Reports appartengono innanzitutto a catene statunitensi. Parent’s Choice è un marchio esclusivo Walmart, mentre Good & Gather è una private label di Target. Le stesse catene presentano i prodotti all’interno dei propri assortimenti statunitensi.
Diverso è il caso Gerber, perché il marchio appartiene a Nestlé dal 2007. Questo potrebbe indurre a pensare che una purea Gerber statunitense abbia un corrispondente italiano semplicemente con un nome diverso. La verifica delle gamme ufficiali non consente però di fare questo passaggio. Nestlé Italia indica attualmente tra i propri marchi per l’alimentazione dei più piccoli MIO, NAN e Nidina; Gerber viene citata dal gruppo come la società americana acquisita nel 2007, ma non compare fra i marchi presentati nel portafoglio italiano destinato ai bambini.
I prodotti Gerber sottoposti da Consumer Reports – dal Rice Cereal alla purea Organic Plant Protein Banana Berry and Veggie Smash – sono dunque referenze formulate e commercializzate per il mercato statunitense. Lo stesso Gerber descrive le proprie gamme facendo riferimento alle linee guida alimentari e alle indicazioni FDA statunitensi.
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E Beech-Nut e gli altri marchi? Attenzione alle importazioni
Il confine diventa meno netto con il commercio online. Beech-Nut, per esempio, indica ufficialmente Walmart, Target, Amazon e altre catene americane tra i propri distributori, ma specifica che chi vive fuori dagli Stati Uniti può acquistare alcuni prodotti attraverso iHerb. In questo caso può dunque capitare che un consumatore italiano compri una confezione Beech-Nut. Si tratterebbe però di un prodotto importato, non di una specifica versione realizzata per il mercato italiano. Lo stesso vale per altri marchi statunitensi reperibili occasionalmente attraverso piattaforme internazionali.
In Europa le regole sui metalli sono diverse
Gli alimenti per l’infanzia commercializzati legalmente nell’Unione europea devono rispettare la normativa UE sui contaminanti. Il Regolamento europeo 2023/915 prevede tenori massimi vincolanti per diversi contaminanti e contempla specificamente categorie destinate a lattanti e bambini nella prima infanzia. Per esempio, fissa valori per piombo, cadmio e arsenico inorganico e stabilisce un massimo di 0,10 mg/kg di arsenico inorganico per il riso destinato alla produzione di alimenti per lattanti e bambini piccoli.
I risultati di Consumer Reports e le soglie europee non possono però essere sovrapposti meccanicamente: cambiano le categorie di prodotto, il modo con cui alcuni valori vengono espressi e soprattutto la natura delle soglie, perché Consumer Reports utilizza anche propri livelli di attenzione che non equivalgono ai limiti legali.
Per microplastiche e nanoplastiche il sistema è molto meno maturo. L’Unione europea disciplina i materiali destinati al contatto con gli alimenti, imponendo che non trasferiscano sostanze in quantità tali da mettere in pericolo la salute, ma manca ancora un limite alimentare espresso in numero di particelle di microplastica per grammo o per porzione.
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Che cosa può fare un genitore
I risultati non indicano la necessità di eliminare le puree industriali o gli alimenti confezionati dalla dieta dei bambini. La stessa Consumer Reports non invita i genitori statunitensi a evitare in blocco i 48 prodotti analizzati. Sul fronte dei metalli, la misura più concreta resta variare l’alimentazione. Affidarsi ogni giorno allo stesso cereale o allo stesso ingrediente può aumentare l’esposizione ripetuta a un contaminante caratteristico di quella materia prima. Il riso merita particolare attenzione perché tende ad accumulare arsenico più facilmente di altri cereali.
Neppure preparare tutte le pappe in casa garantisce automaticamente l’assenza di piombo, cadmio o arsenico: questi elementi possono trovarsi già nel suolo, nell’acqua e negli ingredienti.
Per le microplastiche la situazione cambia. Limitare quando possibile il contatto inutile del cibo con materiali plastici, soprattutto durante il riscaldamento, può ridurre una delle potenziali fonti di esposizione. Ma i risultati di Consumer Reports mostrano che il semplice passaggio dal contenitore di plastica al vasetto di vetro non offre una garanzia di assenza.
Il dato più importante del test americano, allora, è forse proprio il divario fra ciò che oggi sappiamo misurare e ciò che sappiamo interpretare. Per piombo, cadmio e arsenico esistono limiti, serie storiche e interventi capaci di produrre riduzioni verificabili. Per le microplastiche siamo ancora un passo indietro: le troviamo negli alimenti, possiamo contarne una parte, ma non disponiamo ancora degli strumenti per trasformare quel numero in una misura affidabile del rischio per un bambino. La valutazione che EFSA dovrà completare entro il 2027 sarà uno dei passaggi decisivi per capire se e come quei numeri potranno tradursi in soglie, controlli e nuove regole europee.
Link utili
Studi, documenti e fonti ufficiali per approfondire
-
Test
Consumer Reports – Baby food
Il test su 48 alimenti per bambini che ha analizzato metalli pesanti, ftalati, bisfenoli, Pfas e microplastiche.
Consulta il test -
Microplastiche
FDA – Microplastics and Nanoplastics in Foods
La posizione della Food and Drug Administration sulle conoscenze attuali e sui possibili rischi delle micro e nanoplastiche negli alimenti.
Vai alla FDA -
Europa
EFSA – Micro e nanoplastiche negli alimenti
Il quadro scientifico dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, con le principali lacune ancora presenti nella valutazione del rischio.
Consulta EFSA -
Normativa UE
Regolamento UE 2023/915
Il regolamento europeo sui tenori massimi di contaminanti negli alimenti, con limiti specifici anche per prodotti destinati a lattanti e bambini.
Leggi il regolamento -
Metalli pesanti
FDA – Closer to Zero
Il programma statunitense per ridurre l’esposizione dei bambini ad arsenico, piombo, cadmio e mercurio attraverso gli alimenti.
Approfondisci -
Indagine
Greenpeace – Plastic pouches e baby food
L’indagine del 2026 sulla presenza di particelle plastiche negli alimenti per bambini confezionati in buste flessibili.
Consulta l’indagine
Note per i lettori
Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e divulgativo. Non costituiscono in alcun modo parere medico o prescrizione. Prima di intraprendere qualsiasi terapia o integrazione, è necessario consultare il proprio medico curante.
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