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Una molecola umanizzata manda in tilt il carburante segreto del TNBC e riaccende le difese immunitarie
Un anticorpo umanizzato capace di bloccare la crescita del carcinoma mammario triplo negativo, ridurre le metastasi e riattivare il sistema immunitario. È il risultato di uno studio preclinico del MUSC Hollings Cancer Center, pubblicato su Breast Cancer Research, che punta a uno dei tumori al seno più insidiosi, refrattario alle terapie mirate e noto per la sua aggressività. La ricerca si concentra su SFRP2, una proteina chiave che aiuta il tumore a proliferare e a sottrarsi ai farmaci. L’anticorpo creato dai ricercatori agisce come un interruttore di emergenza: spegne i segnali di crescita, limita la formazione di nuovi vasi sanguigni e induce una forte morte cellulare anche quando la chemioterapia tradizionale smette di funzionare. Nei modelli sperimentali, l’effetto è apparso evidente: meno metastasi polmonari, una progressione più lenta e un microambiente tumorale profondamente trasformato.
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La proteina SFRP2 e il suo ruolo nel tumore
La difficoltà nel trattare il TNBC nasce dall’assenza dei recettori ormonali che rendono efficaci le terapie più diffuse. Per questo lo studio ha puntato dritto su SFRP2, una proteina che agisce come vero acceleratore del tumore. Il team l’ha definita un elemento “abilitante”, capace di sostenere la crescita incontrollata, favorire l’angiogenesi e rendere le cellule tumorali più resistenti ai farmaci.
Il nuovo anticorpo, mirato proprio contro SFRP2, interviene su più fronti contemporaneamente. Blocca i segnali pro-cancerogeni, riduce la capacità delle cellule di formare vasi sanguigni e impedisce la loro sopravvivenza in condizioni in cui dovrebbero andare incontro ad apoptosi. È un attacco multiplo che, nei modelli avanzati di TNBC, ha mostrato la capacità di tagliare quasi alla radice lo sviluppo delle metastasi polmonari.
Il microambiente tumorale cambia direzione
Uno degli aspetti più sorprendenti dello studio riguarda il modo in cui l’anticorpo riesce a rieducare le cellule immunitarie. SFRP2 non è presente solo nel tumore: compare anche nei macrofagi associati al tumore e nei linfociti T infiltranti, due popolazioni cruciali nel determinare se il sistema immunitario agisce o resta paralizzato. Nel TNBC i macrofagi tendono verso lo stato M2, protettivo per il tumore e altamente immunosoppressivo.
Trattandoli con l’anticorpo anti-SFRP2, gli scienziati hanno osservato un rilascio elevato di interferone-gamma, segnale che li spinge verso lo stato M1, molto più combattivo. Contemporaneamente, l’anticorpo ha riattivato linfociti T ormai “esausti”, ristabilendo una risposta immunitaria efficace. Questo meccanismo apre alla possibilità di combinare l’anticorpo con le immunoterapie esistenti, aumentando la loro efficacia nei pazienti che oggi rispondono poco o non rispondono affatto.
Il bersaglio giusto e la strada verso i test clinici
La precisione dell’anticorpo ha confermato la solidità del bersaglio scelto: la molecola si concentra nel tessuto tumorale senza accumularsi negli organi sani o nelle cellule normali. Questa selettività riduce il rischio di effetti collaterali, un vantaggio enorme rispetto alle chemioterapie tradizionali. Il fatto che SFRP2 si trovi all’incrocio tra crescita tumorale, resistenza ai trattamenti e soppressione immunitaria rende la proteina un bersaglio di grande interesse per lo sviluppo di terapie di nuova generazione.
L’anticorpo è già stato concesso in licenza a Innova Therapeutics, che ora punta al finanziamento necessario per avviare il primo studio clinico sull’uomo. I risultati preclinici non garantiscono un successo certo, ma delineano un percorso: se replicati nei pazienti, potrebbero inaugurare una nuova strategia terapeutica per uno dei tumori più difficili da affrontare.
A cura di Roberto Zonca
