Italia nel Medioevo digitale: usiamo il “finto 5G” mentre il mondo guarda al 6G

Promesse, ritardi e una rete che non esiste: mentre Cina e USA preparano il 6G, noi celebriamo un 5G che è solo un 4G truccato

L’Italia continua a parlare di 5G come se fosse un traguardo raggiunto, anche se quel “5G” che compare sul display degli smartphone è solo un’etichetta furba: nella pratica, la rete resta un 4G accelerato. Il vero 5G, quello standalone, non esiste ancora. E non esisterà prima del 2026, quando WindTre, in collaborazione con Ericsson, accenderà la prima rete realmente autonoma del Paese. Intanto il resto del mondo – Cina, USA, India, Brasile, Singapore – ha già chiuso questo capitolo da anni e guarda al 6G, che secondo le stime inizierà a entrare in servizio dal 2030. Un salto che promette un’accelerazione massiccia nei processi industriali, nelle reti critiche e nella competitività globale. In Europa il quadro è più vario, ma sempre frammentato, e questo divide ancora di più il continente da chi sta guidando la trasformazione tecnologica. Un distacco che, come avverte Andrea Missori, Presidente e AD di Ericsson Italia, rischia di portarci «a vivere in un medioevo tecnologico». Una frase che sintetizza perfettamente il nostro immobilismo strutturale, mentre l’intelligenza artificiale diventa la bussola strategica di tutte le economie avanzate.

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Perché Cina e USA spingono sul 6G: la sfida dell’IA

Il motivo che spinge i colossi globali verso il 6G è semplice: competitività. Le imprese necessitano di reti più rapide, stabili, pervasive e progettate per sostenere applicazioni di nuova generazione, dall’automazione industriale ai sistemi di sicurezza avanzati. Il punto centrale riguarda però l’intelligenza artificiale, che senza un’infrastruttura di rete realmente 5G non può scalare.

Negli Stati Uniti e in Cina i modelli IA di nuova generazione emergono proprio perché esiste già quella base tecnologica che in Italia manca del tutto. Il nostro Paese resta dunque fermo in una fase ancora “pre-digitale” del 5G, mentre altrove si sperimentano reti intelligenti, edge computing distribuito e architetture pensate per ridurre al minimo latenza e consumo energetico.

L’Europa, pur avendo eccellenze ingegneristiche, resta dietro. Regno Unito, Germania, Grecia, Svezia, Francia e Spagna hanno già attivato reti 5G standalone, mentre l’Italia – che pure vanta un settore delle telecomunicazioni da 134 miliardi di euro pari al 6,1% del PIL – resta a guardare.

Perché l’Italia è ferma al 4G: gli errori strategici

Uno dei nodi principali riguarda il Pnrr, dove – spiega Missori – gli investimenti sono stati «troppo piccoli» e, soprattutto, «non destinati ai settori giusti». Gran parte delle risorse è andata alla fibra, relegando il 5G a un ruolo marginale. Le conseguenze sono evidenti: ritardi, poca copertura e un Paese che rischia di diventare l’ultimo vagone tecnologico dell’Europa. Ma i motivi sono almeno quattro, tutti intrecciati tra loro:

1) Nessuna strategia governativa
Il rinnovo delle frequenze nel 2029 è un esempio della visione miope. Invece di chiedere soldi agli operatori, il Governo dovrebbe imporre obblighi di copertura nazionale. Un ritorno economico più lento, certo, ma capace di generare crescita reale e attrarre investimenti in settori strategici, IA compresa.

2) Serve il consolidamento degli operatori
Secondo Missori, le aziende stesse chiedono un’unificazione del settore: negli ultimi quindici anni il comparto ha perso 14 miliardi di valore, mentre in Europa sopravvivono 150 operatori contro i tre americani e i tre cinesi. Regole Ue troppo rigide impediscono il consolidamento, bloccando competitività e investimenti.

3) Il settore è energivoro ma ignorato come tale
Le telecomunicazioni consumano enormi quantità di energia, ma non ricevono i benefici fiscali riservati agli altri settori classificati come “energivori”. Una distorsione che aumenta i costi e riduce i margini operativi.

4) Norme diverse per operatori e servizi digitali
App di messaggistica come WhatsApp godono di regole differenti rispetto agli operatori telefonici tradizionali. Un allineamento normativo, se fatto con intelligenza, «potrebbe portare nuove risorse» allo Stato.

R&S, crediti d’imposta e il rischio che l’Italia resti invisibile

Missori sottolinea infine un altro aspetto critico: in Italia non esiste un credito d’imposta per le imprese straniere che investono in ricerca e sviluppo. Un’anomalia che ci rende poco appetibili rispetto ad altri Paesi europei. Risultato: le aziende estere scelgono dove conviene di più. E raramente conviene scegliere l’Italia. Secondo l’AD di Ericsson, abbiamo però ancora una finestra di 24 mesi per recuperare il terreno perduto. A patto di cambiare strategia ora.

Link utili:

Ericsson Mobility Report: differentiated connectivity services gaining momentum

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