Indice
- 1 Sotto accusa il sorbitolo, usato nelle gomme “senza zucchero” e nei cibi light
- 2 Dal sorbitolo al fruttosio: un passaggio più facile del previsto
- 3 Quando il microbiota decide il destino del sorbitolo
- 4 L’equivoco del “senza zucchero”: la realtà è più complicata
- 5 Nessun dolcificante è davvero “privo di rischi”
Sotto accusa il sorbitolo, usato nelle gomme “senza zucchero” e nei cibi light
Per anni è stato il rifugio dei salutisti, di chi voleva tagliare lo zucchero senza rinunciare al gusto. Il sorbitolo, dolcificante onnipresente nelle caramelle “light”, nelle gomme da masticare e in molti snack definiti “a basso contenuto calorico”, ha costruito una reputazione rassicurante. Una di quelle etichette comode: senza zucchero, quindi innocuo. Ma una nuova ricerca pubblicata su Science Signaling invita a riconsiderare tutto. Secondo il gruppo del biochimico Gary Patti, della Washington University di St. Louis, il sorbitolo potrebbe seguire percorsi metabolici molto più simili al fruttosio di quanto si pensasse. Ed è proprio questo parallelismo a preoccupare gli scienziati, perché il fruttosio è da anni associato allo sviluppo della steatosi epatica, una condizione che colpisce circa il 30% degli adulti nel mondo.
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Dal sorbitolo al fruttosio: un passaggio più facile del previsto
Il team di Patti ha scoperto che il sorbitolo è “a un passo di reazione” dal trasformarsi in fruttosio. Una distanza talmente breve da rendere possibili effetti biologici quasi sovrapponibili. Gli esperimenti, condotti in parte su zebrafish, hanno mostrato che il sorbitolo non solo entra nell’organismo tramite la dieta, ma può essere anche prodotto direttamente nell’intestino a partire dal glucosio.
Questo processo avviene ogni volta che, dopo un pasto ricco di carboidrati, i livelli di glucosio nel lume intestinale si alzano. Patti spiega che «può essere prodotto nel corpo a livelli significativi», anche in persone non diabetiche. A quel punto entra in gioco il microbiota: alcune specie di Aeromonas sono in grado di degradarlo rapidamente, rendendolo innocuo. Se però queste popolazioni batteriche non sono presenti, la storia cambia. Il sorbitolo viene assorbito e raggiunge il fegato, dove prende la stessa strada metabolica del fruttosio, contribuendo a processi che nel tempo possono favorire la steatosi.
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Quando il microbiota decide il destino del sorbitolo
La parte più affascinante (e inquietante) dello studio riguarda il ruolo dei batteri intestinali.
Finora si pensava che il sorbitolo diventasse un problema solo nei contesti di diabete, dove i livelli di glucosio sono cronicamente elevati. Ma gli esperimenti hanno dimostrato che anche una persona sana produce abbastanza sorbitolo, subito dopo un pasto, da mettere alla prova la capacità del microbiota di smaltirlo.
Patti chiarisce che la presenza di batteri degradanti può cambiare radicalmente la situazione: «Se hai i batteri giusti, non importa». Il problema è quando il sistema non regge. Se il sorbitolo non viene processato nei tempi giusti, arriva al fegato e imbocca la strada del metabolismo del fruttosio. È uno scenario che spiega perché due persone con abitudini alimentari simili possano avere reazioni metaboliche e rischi epatici molto diversi.
L’equivoco del “senza zucchero”: la realtà è più complicata
Il sorbitolo contenuto naturalmente nella frutta non rappresenta un rischio: le quantità sono modeste e il microbiota riesce facilmente a gestirle. Il problema nasce nella dieta moderna, dove zuccheri e dolcificanti coesistono in grandi quantità e spesso si sovrappongono. Il risultato è una saturazione del sistema di smaltimento.
Se si consuma molto glucosio, l’organismo produce più sorbitolo. Se si consumano alimenti “light”, il sorbitolo arriva dall’esterno. E quando entrambe le fonti si sommano, anche un microbiota ben equipaggiato può andare in difficoltà.
Lo stesso Patti ha scoperto con sorpresa che una delle sue barrette proteiche preferite conteneva ingenti quantità di sorbitolo. Un paradosso: chi cerca di evitare lo zucchero potrebbe, senza saperlo, aumentare la produzione interna di una sostanza che percorre le stesse vie del fruttosio. I ricercatori hanno già osservato che il sorbitolo somministrato agli animali “finisce nei tessuti di tutto il corpo”. Il messaggio è chiaro: l’idea che i polioli vengano espulsi senza impatto metabolico non è più sostenibile.
Nessun dolcificante è davvero “privo di rischi”
La ricerca suggerisce che la caccia alla sostituzione perfetta dello zucchero resta una promessa irrealizzata. Il sorbitolo, come altri polioli, continua a essere percepito come un compromesso vantaggioso. Ma la biochimica racconta una storia diversa: quando entra nel metabolismo, quasi tutte le strade conducono al fegato. E il fegato, alla lunga, presenta il conto.
Lo studio scientifico:
Science Signaling
