Sindone di Torino, un nuovo dossier mette in discussione le certezze

Dalle analisi di laboratorio alle lacune documentarie, il lavoro dell’ingegner Simone Scotto di Carlo rilegge i dati disponibili e richiama l’attenzione su diversi nodi ancora aperti nello studio del telo

La Sindone di Torino è davvero un falso medievale oppure stiamo ancora cercando di spiegare un fenomeno che non abbiamo completamente compreso? È la domanda, scomoda e tutt’altro che chiusa, che attraversa il documento firmato dall’ingegner Simone Scotto di Carlo (autore in precedenza di uno studio sulle competenze tecnico scientifiche necessarie al falsario medievale per realizzare la Sindone), un testo articolato in dieci passaggi logici che prova a rimettere ordine in uno dei dossier più controversi della ricerca contemporanea. L’obiettivo dichiarato è affrontare il telo torinese con un approccio neutro, concentrandosi sull’oggetto fisico e sulle evidenze sperimentali più che sulle implicazioni religiose. Ne emerge una ricostruzione ampia, a tratti molto tecnica, che richiama studi storici, analisi di laboratorio e tentativi di replica sperimentale. Il lavoro si inserisce in un filone di ricerca indipendente che, negli ultimi anni, ha provato a rimettere in discussione alcune certezze considerate acquisite. Il tono resta generalmente argomentativo, con passaggi polemici verso parte della divulgazione scientifica. Il punto centrale, però, rimane uno: capire se il quadro complessivo delle evidenze sia davvero chiuso oppure se esistano ancora margini di indagine.

Ne emerge un lavoro che riporta in primo piano nodi mai del tutto sciolti: dall’interpretazione dei dati STURP alla discussa datazione al radiocarbonio, fino al confronto – esplicito – tra l’ipotesi del falsario medievale e quella di un processo fisico ancora non identificato. Un terreno scivoloso, dove un orientamento accademico prevalente esiste, ma il confronto scientifico, a oltre un secolo dalle prime analisi moderne, continua a generare attrito.

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Le cinque proprietà chiave dell’immagine

Il perno dell’argomentazione costruita da Scotto di Carlo ruota attorno alle cinque caratteristiche fisiche attribuite all’immagine sindonica, già emerse negli studi dello STURP del 1978 e spesso richiamate nel dibattito specialistico.

L’autore le riprende con ordine:

  • superficialità estrema dell’immagine sulle fibrille
  • assenza di pigmenti pittorici rilevabili
  • presenza di informazione tridimensionale
  • comportamento assimilabile a un negativo fotografico
  • assenza di fluorescenza UV

Secondo il dossier, nessun esperimento moderno avrebbe riprodotto contemporaneamente tutte queste proprietà. È una tesi che nel lavoro assume un peso rilevante, perché sostiene l’idea di un meccanismo di formazione non ancora pienamente chiarito.

La sintesi proposta risulta efficace e accessibile anche a un pubblico non specialistico. Allo stesso tempo, nella letteratura scientifica internazionale il grado di unicità assoluta di alcune di queste caratteristiche resta oggetto di discussione, elemento che contribuisce a mantenere aperto il confronto.

STURP 1978: il peso delle analisi scientifiche

Una parte consistente del lavoro è dedicata allo Shroud of Turin Research Project (STURP), il programma di indagini condotto nel 1978 da un team multidisciplinare statunitense. Scotto di Carlo ne ricostruisce con precisione il contesto operativo, la durata delle analisi e le principali conclusioni pubblicate nei primi anni Ottanta.

Il dossier richiama in particolare la frase più citata del rapporto finale: «L’immagine non è il prodotto di un artista». L’autore evidenzia come gli esami spettroscopici, microscopici e fotografici non abbiano individuato pigmenti responsabili dell’immagine corporea e come l’alterazione delle fibrille risulti estremamente superficiale.

Il richiamo allo STURP rappresenta uno dei pilastri dell’intero impianto del dossier e contribuisce a inquadrare la Sindone come un oggetto che continua a stimolare l’interesse della ricerca multidisciplinare.

Datazione al C14: il nodo più sensibile

Il capitolo sulla datazione al radiocarbonio del 1988 rappresenta uno dei passaggi più delicati dell’intero lavoro. L’ingegner Scotto di Carlo ricostruisce correttamente la procedura: prelievo del campione, analisi nei tre laboratori (Oxford, Zurigo, Arizona) e pubblicazione su Nature con datazione compresa tra il 1260 e il 1390.

Il risultato rimane per molti un punto fermo, pur essendo oggetto di discussione. L’autore richiama in particolare le critiche successive sulla possibile non rappresentatività del campione. Qui l’analisi si muove su un terreno reale di dibattito scientifico. Tuttavia, in chiave laica, è utile ricordare che il consenso prevalente nella comunità accademica continua a considerare affidabile la datazione medievale, pur in presenza di studi critici.

Il documento di Scotto di Carlo insiste molto sull’importanza di un approccio multidisciplinare moderno. Un richiamo (condivisibile) sul piano metodologico, anche se non modifica automaticamente il peso delle evidenze già pubblicate.

Il nodo storico dei tredici secoli

Un passaggio particolarmente articolato del dossier riguarda la ricostruzione storica del telo. Scotto di Carlo evidenzia con chiarezza l’esistenza di oltre tredici secoli senza documentazione continua tra il I secolo e la prima ostensione certa a Lirey nel XIV secolo.

Il lavoro affronta questo vuoto documentario passando in rassegna le principali ipotesi formulate in ambito storico, incluse quelle che collegano la Sindone al Mandylion di Edessa. L’analisi mette in luce la complessità della ricostruzione e la stratificazione delle fonti disponibili.

Questa sezione aiuta a comprendere perché la questione sindonica continui a suscitare interesse trasversale: non si tratta soltanto di un problema di laboratorio, ma di un intreccio tra storia, tradizione iconografica e scienza dei materiali che resta particolarmente articolato.

La critica dell’autore

Il passaggio più polemico del documento: Scotto di Carlo sostiene che parte della divulgazione contemporanea avrebbe trascurato alcuni risultati tecnici favorevoli alla complessità del reperto.

Nel testo si cita, tra gli altri, il divulgatore Massimo Polidoro, rimproverato di non aver citato gli studi dello STURP nella breve trattazione online che ha fatto su youtube. L’autore scrive che nel video citato Polidoro chiude la questione definendo la Sindone “certamente” un falso medievale sminuendo 100 anni di studi scientifici internazionali con un finale ironico, senza fare cenno all’evento scientifico internazionale più importante per la Sindone, ovvero le analisi dello STURP del 1978.

Dal punto di vista giornalistico, questo è il tratto meno neutro del documento. Il richiamo a un confronto multidisciplinare ha senso. Il tono, però, a tratti si fa più assertivo del necessario, nel tentativo di richiamare l’attenzione sull’importanza della completezza delle informazioni che devono accompagnare la divulgazione scientifica.
In un’analisi laica infatti conviene tenere separati due livelli:

• il diritto di porre nuove domande scientifiche
• il peso del consenso accumulato nella ricerca storica e fisica

Il ragionamento “per assurdo”

La parte più originale del lavoro è il confronto tra due scenari che l’autore chiama Percorso A e Percorso B. Il primo riguarda la riproduzione medievale dell’immagine; il secondo ipotizza un fenomeno fisico ancora ignoto.

Scotto di Carlo propone di valutare le ipotesi attraverso il metodo logico per assurdo: se entrambe le spiegazioni presentano difficoltà, la questione resta aperta. Dal punto di vista epistemologico, il metodo è legittimo. Tuttavia, la comunità scientifica tende a pesare le ipotesi in base alla probabilità cumulativa delle prove disponibili. E oggi, nel mainstream accademico, l’origine medievale resta la spiegazione più parsimoniosa.

Il documento, in ogni caso, ha il merito di riportare l’attenzione sulla necessità di repliche sperimentali complete, tema che continua a interessare diversi gruppi di ricerca.

Cosa resta aperto

Nel complesso, il dossier riporta in superficie un quadro più sfumato di quello che circola nel dibattito pubblico.

Elementi relativamente consolidati:

  • esistenza e conservazione del telo
  • risultati principali del team STURP
  • datazione C14 coerente tra laboratori
  • prima attestazione storica nel XIV secolo

Questioni ancora discusse:

  • meccanismo fisico preciso dell’immagine
  • rappresentatività del campione datato
  • interpretazione di pollini e particolati
  • ricostruzione completa del percorso antico

Il contributo di Simone Scotto di Carlo si colloca con decisione dentro uno dei terreni più complessi della ricerca sindonica contemporanea. Il valore principale del documento non sta tanto nell’offrire una soluzione definitiva – obiettivo che oggi nessuno studio può realisticamente rivendicare – quanto nel tentativo ordinato e metodico di rimettere in fila dati sperimentali, criticità storiche e nodi tecnici che spesso, nel dibattito pubblico, vengono trattati in modo frammentario.

Il lavoro mostra una solida familiarità con la letteratura sindonologica, una buona capacità di sintesi dei risultati STURP e, soprattutto, la volontà esplicita di riportare la discussione su un terreno multidisciplinare. È qui che il dossier trova la sua utilità più concreta: nel richiamare l’attenzione su questioni fisiche ancora oggetto di studio e sulla necessità di repliche sperimentali sempre più raffinate.

Per chi segue da anni il caso Sindone, il testo rappresenta quindi un contributo che merita lettura e verifica critica. Non perché chiuda il dossier, che resta inevitabilmente aperto su più fronti, ma perché prova, con strumenti argomentativi strutturati, a rimettere al centro la domanda scientifica prima ancora della conclusione.

A cura di Roberto Zonca

Link utili:
Radiocarbon dating of the Shroud of Turin | Nature

STURP

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