Segnali alieni, il SETI cambia frequenza: ALMA apre una nuova zona di ricerca

Quattro osservazioni e 28 stelle esaminate senza candidati: il passo avanti nasce dal riuso di archivi creati per studiare gas e formazione stellare

LA NOTIZIA IN BREVE – La caccia ai segnali extraterrestri esce dai confini abituali. Un gruppo dell’Università di Manchester ha usato per la prima volta i dati di ALMA per cercare possibili tecnofirme nelle frequenze millimetriche, molto più alte rispetto al tradizionale water hole su cui il SETI si concentra da decenni. L’analisi di quattro campi e 28 stelle non ha individuato emissioni artificiali, ma ha dimostrato che gli archivi dell’osservatorio cileno possono diventare una nuova risorsa per esplorare zone dello spettro radio finora quasi ignorate.

Il lavoro ha inoltre rivisto il numero di stelle comprese nei precedenti sondaggi SETI. Affiancando ai dati di Gaia il modello galattico di Besançon, la stima è salita da circa 288 mila a oltre 6,1 milioni di stelle. Il dato non indica nuove scoperte, ma una copertura molto più ampia della Via Lattea. Il limite resta la sensibilità: ALMA avrebbe riconosciuto soltanto trasmettitori eccezionalmente potenti. La vera novità, quindi, non è un messaggio alieno, ma la prova che la ricerca può ascoltare molti più canali di quanto fatto finora.

Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento

L’APPROFONDIMENTO – Per decenni abbiamo cercato segnali extraterrestri scrutando e ascoltando il cielo, ma lo abbiamo fatto concentrandoci su un limitato e preciso numero di frequenze. Ora un gruppo guidato dall’Università di Manchester ha provato a guardare altrove, usando i dati raccolti da ALMA nelle onde radio millimetriche. Non è emerso alcun segnale artificiale, sia chiaro, ma l’esperimento ha mostra che il SETI può estendere la ricerca a una regione dello spettro ancora poco esplorata.

Che cosa hanno cercato gli astronomi?

La ricerca è stata presentata da Louisa Mason, del Jodrell Bank Centre for Astrophysics, durante il National Astronomy Meeting 2026, organizzato dalla Royal Astronomical Society a Birmingham dal 20 al 24 luglio. Il gruppo ha esaminato quattro osservazioni conservate nell’archivio di ALMA, l’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array. L’osservatorio si trova sull’altopiano di Chajnantor, nel deserto cileno di Atacama, ed è formato da 66 antenne che lavorano insieme.

Quei dati non erano stati raccolti per cercare forme di vita intelligente. Servivano a studiare gas, molecole e zone in cui nascono le stelle. I ricercatori li hanno voluti però analizzare per una seconda volta, cercando emissioni radio che potessero essere state prodotte da un trasmettitore artificiale. L’indagine si è concentrata su due piccoli intervalli di frequenza, centrati a 90,642 e 93,151 gigahertz. Nel campo osservato si trovavano 28 stelle riconosciute dal catalogo Gaia.

Nessun segnale ha superato i controlli previsti dal gruppo, ma va detto che è comunque il primo tentativo di utilizzare direttamente ALMA per un’indagine SETI.

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Perché finora si è cercato nel «water hole»?

Molte ricerche SETI hanno ascoltato soprattutto una fascia compresa tra 1,42 e 1,66 gigahertz, chiamata water hole, cioè “buco dell’acqua”. La scelta deriva da due importanti segnali naturali. Il primo è prodotto dall’idrogeno neutro, l’elemento più abbondante dell’Universo. Il secondo è legato al radicale ossidrile, indicato con la sigla OH.

Idrogeno e ossidrile formano insieme l’acqua. Gli astronomi hanno quindi immaginato che anche una civiltà extraterrestre potesse riconoscere il valore di queste frequenze e sceglierle per inviare un messaggio.

Il nome water hole richiama una pozza d’acqua dove animali di specie diverse si incontrano per bere. Allo stesso modo, quella parte dello spettro radio potrebbe diventare un punto di incontro tra civiltà lontane.

L’idea è affascinante, ma nasce da un ragionamento umano che potrebbe essere comunque limitato e limitativo. Non abbiamo alcuna prova che un’intelligenza sviluppata su un altro pianeta sceglierebbe proprio quelle frequenze. Concentrarsi a lungo sul water hole ha inoltre lasciato poco esplorate molte altre bande radio. Il nuovo lavoro prova ad allargare l’area di ricerca.

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Come si riconosce un possibile segnale artificiale?

Gli astronomi hanno cercato segnali a banda stretta, chiamati anche narrowband. Significa che l’energia è concentrata in un intervallo di frequenza molto piccolo.

Molti fenomeni naturali producono invece emissioni distribuite su bande più larghe. Un trasmettitore costruito da una civiltà tecnologica potrebbe concentrare la propria potenza in un canale stretto, come avviene nelle comunicazioni radio sulla Terra.

Trovare una linea sottile, però, non basterebbe per annunciare la scoperta di intelligenze extraterrestri. Anche molecole, satelliti, strumenti elettronici e apparecchiature terrestri possono generare segnali insoliti.

Un possibile candidato dovrebbe superare diversi controlli. Dovrebbe provenire da un punto preciso del cielo, comparire di nuovo in osservazioni successive e risultare incompatibile con le sorgenti naturali conosciute. Sarebbe inoltre necessaria una conferma ottenuta con altri telescopi.

Perché le alte frequenze sono più difficili da analizzare?

I dati di ALMA erano divisi in canali larghi circa 30,5 kilohertz. Per cercare segnali artificiali molto sottili servirebbero canali molto più stretti, anche di pochi hertz.

Un altro problema è l’effetto Doppler. La rotazione e il movimento della Terra cambiano leggermente la frequenza di un segnale ricevuto. Accadrebbe lo stesso a causa del movimento del pianeta dal quale partisse un’eventuale trasmissione.

Alle frequenze osservate da ALMA questo spostamento può essere molto rapido. Secondo i ricercatori, potrebbe raggiungere circa 400 hertz al secondo. Per limitare il problema, i dati sono stati divisi in segmenti di durata inferiore a 75 secondi.

Un sistema costruito appositamente per il SETI dovrebbe seguire automaticamente questi cambiamenti e analizzare i segnali con una precisione molto maggiore.

ALMA non è stato progettato per questo compito. Il lavoro dimostra però che i suoi dati possono essere adattati anche alla ricerca di tecnofirme.

Quali segnali avrebbe potuto rilevare ALMA?

Questa prima indagine poteva individuare soltanto trasmettitori estremamente potenti.

Per la stella più vicina del campione, il segnale avrebbe dovuto avere una potenza apparente circa 70 mila volte superiore a quella del radar planetario di Arecibo, uno dei più potenti sistemi radio mai costruiti sulla Terra.

Un’antenna capace di concentrare il segnale in un fascio molto stretto potrebbe usare meno energia. La trasmissione dovrebbe però essere diretta verso il nostro pianeta proprio nel momento dell’osservazione.

Normali comunicazioni simili a quelle terrestri sarebbero state troppo deboli. Anche segnali brevi, irregolari o trasmessi soltanto in alcuni momenti sarebbero potuti sfuggire.

L’assenza di candidati significa quindi soltanto che, nelle frequenze e nei campi esaminati, non è comparso un segnale abbastanza forte da essere riconosciuto.

Perché le stelle osservate erano molte più del previsto?

Il gruppo ha studiato anche la cosiddetta stellar bycatch, cioè la “cattura accidentale” di stelle. Quando un telescopio viene puntato verso un oggetto, il suo campo visivo comprende anche molti altri sistemi stellari. Queste stelle non erano il bersaglio principale, ma un loro eventuale segnale sarebbe comunque entrato negli strumenti.

Per contarle, gli astronomi usano spesso Gaia, la missione dell’Agenzia spaziale europea che ha costruito una grande mappa tridimensionale della Via Lattea. Gaia è molto preciso, ma non riesce a vedere tutte le stelle. Gli oggetti più deboli, lontani o nascosti nelle zone affollate della Galassia possono mancare dal catalogo.

I ricercatori hanno quindi utilizzato anche il modello galattico di Besançon, che stima quante stelle dovrebbero trovarsi in una determinata direzione. Applicando il modello a un precedente sondaggio di Breakthrough Listen, la stima è passata da circa 288 mila a oltre 6,1 milioni di stelle.

Il numero più alto non indica milioni di nuove stelle scoperte e osservate singolarmente, ma una stima statistica che comprende anche oggetti troppo lontani o deboli per essere registrati con precisione da Gaia.

Perché è importante sapere quante stelle sono state ascoltate?

Il valore di una ricerca SETI dipende anche dal numero di sistemi stellari coperti dal telescopio.

Se le stelle presenti nel campo erano molte più di quanto stimato, significa che il sondaggio ha esplorato una parte più ampia della Galassia. Diventa così possibile stabilire limiti più precisi sulla diffusione di trasmettitori molto potenti.

Nella nuova analisi, il gruppo ha calcolato che meno dello 0,000995% dei sistemi stellari entro 2,5 kiloparsec potrebbe ospitare un trasmettitore sempre acceso e abbastanza potente da essere rilevato nelle frequenze esaminate. La percentuale non indica quante civiltà esistono nella Via Lattea, ma riguarda soltanto trasmettitori molto forti, continui e rivolti nella nostra direzione. Una civiltà che usasse segnali più deboli, intermittenti o trasmessi su altre frequenze non rientrerebbe nel calcolo.

Come potrebbero continuare le ricerche?

Una prima possibilità consiste nel riesaminare gli archivi degli osservatori. ALMA ha raccolto anni di dati su molte frequenze. Parte di questo materiale potrebbe essere analizzata senza chiedere nuove ore di osservazione.

La soluzione più efficace sarebbe però costruire un sistema dedicato al SETI. Mentre ALMA continua a studiare stelle, gas e galassie, un secondo apparato potrebbe controllare gli stessi segnali alla ricerca di emissioni artificiali.

Questo metodo viene chiamato osservazione commensale: gli stessi dati vengono utilizzati nello stesso momento per più ricerche.

Strumenti simili sono stati sviluppati per altri radiotelescopi, tra cui MeerKAT e il Very Large Array. Nel caso di ALMA, però, si tratta ancora di una possibilità tecnica e non di un progetto approvato.

Servirebbero nuove apparecchiature, una grande capacità di calcolo e programmi capaci di separare rapidamente i segnali naturali dalle interferenze.

Quale ruolo potrebbe avere l’Italia?

L’Italia partecipa ad ALMA attraverso l’European Southern Observatory, del quale è membro fin dal lontano 1982. A Bologna opera inoltre il nodo dell’ALMA Regional Centre, ospitato dall’Istituto di Radioastronomia dell’INAF. Il centro aiuta gli astronomi a preparare le osservazioni e ad analizzare i dati raccolti dall’osservatorio cileno.

I gruppi italiani potrebbero quindi contribuire allo studio delle tecnofirme, soprattutto nello sviluppo dei programmi di analisi, nella gestione dei grandi archivi e nella ricostruzione delle popolazioni stellari. Non sarebbe necessario costruire subito un nuovo telescopio. Il primo passo consiste nel leggere in modo diverso le informazioni già raccolte.

Stavamo cercando nel posto sbagliato?

Il water hole rimane una regione sensata nella quale cercare segnali artificiali. Il problema nasce quando una scelta ragionevole diventa quasi l’unica strada seguita. L’esperimento con ALMA non ha trovato tecnofirme e poteva riconoscere soltanto trasmettitori di potenza eccezionale. Ha però mostrato che esistono intere regioni dello spettro radio nelle quali la ricerca è appena cominciata.

Link utili:
Conducting high-frequency radio SETI searches using ALMA – Monthly Notices of the Royal Astronomical Society
Simulating the stellar bycatch – Monthly Notices of the Royal Astronomical Society

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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