Il segreto dei centenari è nell’intestino: cosa unisce Sardegna, Cina e Giappone

Batteri, virus e alimenti fermentati possono sostenere difese immunitarie, metabolismo e barriera intestinale durante l’invecchiamento

LA NOTIZIA IN BREVEDalla Cina alla Sardegna, fino al Giappone, i centenari mostrano un microbiota intestinale più stabile, equilibrato e ricco di batteri e virus associati a un invecchiamento sano. Due studi pubblicati su Nature Aging e Nature Microbiology indicano che questo ecosistema aiuta a proteggere la mucosa, sostenere le difese immunitarie e regolare l’infiammazione. La ricerca cinese ha analizzato 1.575 persone, tra cui 297 centenari; quella guidata dal Broad Institute e dall’Università di Copenaghen ha studiato il viroma di 195 individui di Giappone e Sardegna.

Nell’isola, Università di Cagliari, CRS4 e Gaslini hanno individuato nei grandi anziani batteri legati alla salute della barriera intestinale e alla dieta mediterranea. Le Zone Blu sarde mostrano così una combinazione ricorrente: legumi, cereali, verdure, pane a lievitazione naturale, prodotti ovini e fermentati come il gioddu, insieme a movimento quotidiano e forti relazioni sociali.

Yogurt, kefir e verdure fermentate possono favorire la diversità microbica, mentre le fibre nutrono i batteri già presenti. La longevità nasce dall’equilibrio tra genetica, alimentazione, stile di vita e comunità.

Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento:

L’APPROFONDIMENTODalla Cina alla Sardegna, fino al Giappone, i centenari sembrano custodire nell’intestino una delle tracce biologiche della loro longevità. Nei più anziani il microbiota mantiene infatti caratteristiche associate a un organismo più giovane, mentre nelle grandi aree della longevità la tavola segue spesso lo stesso principio: vegetali, fibre, legumi, alimenti tradizionali e preparazioni semplici. Due distinte ricerche, pubblicate su Nature Aging e Nature Microbiology, rafforzano così una pista seguita da tempo dagli studiosi. Batteri e virus intestinali partecipano alla protezione della mucosa, sostengono le difese immunitarie e aiutano l’organismo a controllare l’infiammazione. Dieta, movimento, riposo e relazioni sociali contribuiscono ogni giorno a modellare questo delicato ecosistema.

Lo studio apparso su Nature Aging porta la firma di un gruppo coordinato da Weifei Luo e Shuai Wang, ricercatori della Guangxi Academy of Sciences, con Shifu Pang e Xiaodong Chen come primi autori. Luo collabora anche con la società AIage Life Science. Il team ha esaminato 1.575 abitanti della provincia cinese del Guangxi, tra i 20 e i 117 anni, compresi 297 centenari. Alla ricerca hanno partecipato anche la Lanzhou University, la Guangxi University e il First Affiliated Hospital della Guangxi Medical University. Nei partecipanti più longevi gli scienziati hanno trovato una comunità batterica più stabile, equilibrata e ricca di microrganismi associati a condizioni di salute favorevoli.

Un secondo gruppo, guidato dal Broad Institute del MIT e di Harvard e dall’Università di Copenaghen, ha rivolto lo sguardo al viroma intestinale, l’universo di virus che vive accanto ai batteri e ne influenza l’attività. Lo studio, pubblicato su Nature Microbiology, ha analizzato metagenomi già raccolti da 195 persone provenienti dal Giappone e dalla Sardegna. Nei centenari è emersa una maggiore varietà virale, accompagnata da funzioni capaci di intervenire sul metabolismo intestinale.

La Sardegna entra così nel cuore di una ricerca internazionale sulla longevità. Le sue aree montuose, comprese tra le celebri Zone Blu, offrono da decenni agli studiosi un laboratorio naturale fatto di alimentazione tradizionale, attività quotidiana e forti legami comunitari. Il segreto dei centenari prende forma proprio dall’incontro tra ciò che accade nell’intestino e il modo in cui si vive fuori da esso.

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Un intestino che conserva i segni della giovinezza

Il microbiota intestinale comprende migliaia di miliardi di microrganismi. Questa popolazione trasforma componenti del cibo, produce molecole utilizzate dall’organismo e dialoga con il sistema immunitario. La sua composizione cambia durante la vita, proprio come cambiano il metabolismo, gli ormoni e le difese.

Nei centenari cinesi, però, il tempo sembrava aver seguito una strada particolare. I ricercatori hanno rilevato una maggiore uniformità nella distribuzione delle specie e una presenza più consistente di alcuni batteri potenzialmente favorevoli. Tra i tratti più evidenti figurava un profilo dominato dal genere Bacteroides, insieme a una minore presenza di microrganismi opportunisti associati agli squilibri intestinali.

Lo studio ha seguito anche 45 centenari per circa un anno e mezzo. Nel corso del monitoraggio, diversi partecipanti hanno conservato o rafforzato le caratteristiche considerate più vicine a quelle osservate nei gruppi giovani. La stabilità rappresenta un elemento prezioso: un ecosistema capace di assorbire i cambiamenti mantiene più facilmente le proprie funzioni anche durante periodi di stress, malattia o variazioni alimentari.

Questa scoperta sposta l’attenzione dalla semplice quantità di batteri alla struttura complessiva della comunità. Un microbiota favorevole vive di equilibrio, cooperazione e capacità di adattamento. Ogni specie svolge una funzione dentro una rete più ampia, proprio come accade in un bosco dove piante, funghi, insetti e animali partecipano alla stabilità dell’ambiente.

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Il mondo invisibile dei virus intestinali

Accanto ai batteri vive un’altra comunità, ancora più misteriosa: il viroma intestinale. Gran parte dei suoi componenti appartiene ai batteriofagi, virus specializzati nell’infettare i batteri. Attraverso questa attività, i fagi controllano la crescita di alcune popolazioni microbiche, trasferiscono geni e modificano le capacità metaboliche dell’intero ecosistema.

I ricercatori del Broad Institute e dell’Università di Copenaghen hanno trovato nei centenari un viroma più ricco rispetto a quello degli adulti giovani e degli anziani comuni. L’analisi ha portato alla luce anche generi virali ancora poco conosciuti e una maggiore attività litica, il processo attraverso il quale un virus entra in un batterio, si moltiplica e ne provoca la rottura.

Il dato più interessante riguarda alcuni geni trasportati dai fagi. Questi geni intervengono nei percorsi che trasformano metionina, taurina e solfati. Il risultato potrebbe favorire una maggiore produzione microbica di idrogeno solforato, una molecola che, alle concentrazioni generate nell’intestino, partecipa alla protezione della mucosa e alla resistenza verso microrganismi potenzialmente dannosi. Gli autori presentano questo meccanismo come una pista biologica da approfondire attraverso nuovi studi.

L’intestino dei centenari appare quindi come una comunità in movimento: i batteri producono metaboliti, i virus ne regolano le attività e l’organismo risponde a questo continuo scambio di segnali.

Anche l’Università di Cagliari ha studiato i centenari sardi

La relazione tra longevità, dieta e microbiota emerge anche da una ricerca condotta direttamente in Sardegna. Un gruppo dell’Università di Cagliari, con la partecipazione del CRS4 e dell’Istituto Giannina Gaslini di Genova, ha analizzato il microbiota di 17 centenari, 29 nonagenari e 46 adulti più giovani.

Lo studio ha individuato nei centenari una presenza significativa di Akkermansia muciniphila, un batterio legato all’equilibrio della barriera intestinale. Nei nonagenari comparivano invece quantità elevate di bifidobatteri, microrganismi spesso associati alla produzione di sostanze utili e al dialogo con il sistema immunitario.

Gli studiosi hanno osservato anche correlazioni tra alcuni gruppi batterici e l’aderenza alla dieta mediterranea. Nel microbiota dei centenari convivevano specie con attività diverse, capaci di creare una comunità complessivamente bilanciata. I microrganismi associati alla salute intestinale sembravano contenere l’espansione delle popolazioni potenzialmente sfavorevoli.

Un altro confronto ha coinvolto sette centenari e i rispettivi figli. I due gruppi mostravano profili intestinali molto simili. La scoperta suggerisce una collaborazione tra patrimonio genetico, ambiente familiare e abitudini alimentari condivise. I figli erano cresciuti con la stessa cucina dei genitori e avevano mantenuto per molti anni uno stile alimentare affine.

Il microbiota, dunque, riceve una parte della propria storia dalla nascita e continua a trasformarsi attraverso il cibo, i luoghi, gli animali, le persone e le esperienze quotidiane.

La prima Zona Blu nacque sulle montagne della Sardegna

L’espressione Zona Blu entrò nel linguaggio scientifico grazie agli studi demografici sulla Sardegna. Nel 2004 Michel Poulain, Giovanni Mario Pes e altri ricercatori individuarono nella parte montuosa centro-orientale dell’isola un’area con una concentrazione eccezionale di persone longeve.

Gli studiosi tracciarono sulla carta geografica il perimetro della zona usando un colore blu. Da quel segno nacque il nome destinato a diventare celebre in tutto il mondo. La particolarità sarda riguardava soprattutto gli uomini: il divario tra centenari maschi e femmine risultava molto più contenuto rispetto a quello registrato in altre popolazioni.

In seguito il concetto ha raggiunto altre regioni caratterizzate da elevata longevità, tra cui Okinawa in Giappone, la penisola di Nicoya in Costa Rica e l’isola greca di Ikaria. Ciascun territorio presenta una storia alimentare propria. La struttura generale mostra però alcuni elementi ricorrenti: alimenti locali, ampia presenza vegetale, attività fisica integrata nella giornata, relazioni familiari solide e un ruolo sociale che accompagna le persone anche in età avanzata.

La longevità sarda cresce dentro un paesaggio preciso. Salite, lavori agricoli, pastorizia, orti, distanze percorse a piedi e vita comunitaria hanno trasformato il movimento in una parte naturale dell’esistenza. Il corpo riceve così stimoli regolari, distribuiti durante l’intera giornata.

La vera dieta dei centenari sardi

L’immagine di una dieta sarda interamente vegetale racconta solo una parte della storia. La cucina tradizionale delle comunità montane nasceva da un’economia agricola e pastorale, da stagioni rigide e da periodi di disponibilità alimentare variabile.

Pane e cereali occupavano un posto quotidiano, insieme a legumi, patate, verdure dell’orto e frutta di stagione. I prodotti ovini e caprini offrivano proteine e grassi: latte, ricotta, formaggi freschi e stagionati entravano nella dieta con frequenze elevate. La carne compariva in quantità più contenute e acquistava spesso un valore legato alle feste, alle ricorrenze e ai momenti comunitari.

Uno studio coordinato da Giovanni Mario Pes ha ricostruito l’alimentazione di 150 persone tra i 90 e i 101 anni residenti nella Zona Blu sarda. I ricercatori hanno confrontato la dieta della giovinezza con quella seguita decenni dopo. Prima della transizione alimentare degli anni Sessanta, pane, cereali, legumi, verdure e patate ricorrevano con grande frequenza. Con il miglioramento delle condizioni economiche aumentarono carne, pasta, frutta fresca e latte, mentre diminuirono legumi, verdure, lardo e alcuni cereali tradizionali.

Il lavoro restituisce una cucina più complessa delle formule diventate popolari. La longevità sarda nasce da equilibrio, adattamento e continuità, più che da un singolo ingrediente. Anche le quantità, il lavoro fisico e il consumo energetico quotidiano contribuivano a definire gli effetti dei pasti.

Il “gioddu”, il fermentato antico della Sardegna

Tra gli alimenti tradizionali dell’isola spicca il gioddu, conosciuto in alcune località anche come miciuratu, mezzoraddu o latte ischidu. Si tratta di un latte fermentato preparato storicamente con latte ovino o caprino.

Un’analisi microbiologica condotta su campioni artigianali ha rilevato una comunità complessa, simile per alcuni aspetti a quella del kefir. Nel gioddu vivevano lattococchi, lattobacilli e diversi lieviti, con una presenza dominante di Lactobacillus delbrueckii e una frequente comparsa di Lactobacillus kefiri.

La fermentazione offriva alle comunità pastorali uno strumento per conservare e trasformare il latte. Allo stesso tempo produceva acidi organici, aromi e sostanze generate dall’attività microbica. Il gioddu rappresenta quindi l’incontro tra necessità alimentare, conoscenza tramandata e biodiversità invisibile.

Pane a lievitazione naturale, olive fermentate, formaggi e latticini acidificati completano un patrimonio nel quale i microrganismi partecipavano alla preparazione del cibo molto prima della nascita della microbiologia moderna.

Perché i cibi fermentati interessano la scienza

La fermentazione avviene quando batteri, lieviti o altri microrganismi trasformano zuccheri e componenti del cibo. Da questa attività nascono acidi, peptidi, vitamine, aromi e numerosi metaboliti.

Yogurt, kefir, gioddu, crauti, kimchi, miso, tempeh e natto appartengono alla stessa grande famiglia, pur offrendo comunità microbiche e caratteristiche nutrizionali molto diverse. Alcuni prodotti contengono colture vive al momento del consumo; altri conservano soprattutto le molecole create durante la fermentazione.

Uno studio clinico dell’Università di Stanford ha coinvolto 36 adulti sani, assegnati per dieci settimane a una dieta ricca di cibi fermentati oppure a una dieta ricca di fibre. Nel gruppo dei fermentati, l’aumento graduale di yogurt, kefir, verdure fermentate, kombucha e altri prodotti ha favorito una maggiore diversità del microbiota. I ricercatori hanno registrato anche una riduzione dell’attivazione di alcune cellule immunitarie e di 19 proteine infiammatorie presenti nel sangue.

Il trial mostra che la dieta può modificare in poche settimane alcuni parametri intestinali e immunitari. La durata della vita richiede invece osservazioni molto più lunghe. Gli studi sui centenari descrivono associazioni preziose; i futuri progetti dovranno chiarire quali caratteristiche favoriscano la longevità e quali rappresentino il risultato di una vita lunga e in buona salute.

Fibre e fermentati svolgono compiti diversi

I fermentati introducono microrganismi, composti bioattivi e prodotti della trasformazione microbica. Le fibre alimentano invece molti batteri già presenti nell’intestino.

Legumi, cereali integrali, verdure, frutta, semi e frutta secca forniscono carboidrati complessi che raggiungono il colon. Qui i batteri li trasformano in acidi grassi a catena corta, tra cui acetato, propionato e butirrato. Queste molecole forniscono energia alle cellule intestinali e partecipano alla regolazione del metabolismo e delle difese immunitarie.

Nello studio sui centenari sardi, diversi batteri correlati all’aderenza alla dieta mediterranea possedevano la capacità di fermentare carboidrati e produrre proprio questi composti. La varietà vegetale crea quindi il terreno sul quale l’ecosistema intestinale può crescere e rinnovarsi.

Una colazione con yogurt o kefir, avena, frutta e noci unisce colture vive e fibre. Un piatto di legumi con verdure e pane integrale fornisce substrati diversi ai microrganismi. Una piccola porzione di verdure fermentate aggiunge acidi organici e prodotti della fermentazione.

Come applicare la lezione dei centenari

La strada più concreta parte dalla varietà. Ogni vegetale porta fibre, polifenoli e nutrienti differenti. Alternare fagioli, ceci, lenticchie, piselli, verdure a foglia, ortaggi colorati, frutta, cereali integrali e frutta secca amplia il menù dei batteri intestinali.

I fermentati possono entrare nella giornata attraverso porzioni moderate. Lo yogurt bianco con colture vive si abbina alla frutta; il kefir accompagna la colazione; crauti e kimchi arricchiscono un pasto; miso e tempeh offrono nuove possibilità in cucina. In Sardegna, il gioddu racconta una versione locale della stessa antica alleanza tra uomo e microrganismi.

Le etichette aiutano a distinguere prodotti ricchi di zuccheri aggiunti da preparazioni più essenziali. Crauti, kimchi, olive e miso apportano quantità importanti di sale; chi segue terapie per ipertensione, insufficienza cardiaca o malattie renali può concordare porzioni e frequenza con il proprio medico o dietista.

La gradualità favorisce l’adattamento intestinale. Piccole quantità permettono di osservare la risposta dell’organismo e di inserire nuove abitudini con continuità. Il microbiota apprezza soprattutto la regolarità.

La longevità nasce da un sistema, più che da una ricetta

Il fascino dei centenari alimenta da sempre la ricerca di un alimento capace di allungare la vita. Gli studi raccontano una realtà più interessante: la longevità emerge dall’incontro tra molti fattori.

I geni costruiscono una parte delle fondamenta, mentre il cibo modella il metabolismo e il microbiota. L’ultimo, non meno importante, è il movimento, che mantiene muscoli, circolazione e autonomia. Il sonno regola ormoni e difese. Le relazioni proteggono il benessere emotivo e offrono un ruolo dentro la comunità.

Nelle montagne della Sardegna questi elementi hanno convissuto per generazioni. Lo stesso principio compare, con ingredienti e tradizioni differenti, in altre aree del pianeta caratterizzate da una forte presenza di centenari.

Link utili:
Microbiota dei centenari cinesi – Longevity of centenarians is reflected by the gut microbiome with youth-associated signatures – Nature Aging
Viroma intestinale dei centenari di Sardegna e Giappone – Centenarians have a diverse gut virome with the potential to modulate metabolism and promote healthy lifespan – Nature Microbiology
Microbiota, dieta mediterranea e longevità in Sardegna – Gut Microbiota Markers and Dietary Habits Associated with Extreme Longevity in Healthy Sardinian Centenarians – Nutrients
Effetti dei cibi fermentati sul microbiota e sull’infiammazione – Gut-microbiota-targeted diets modulate human immune status – Cell

Note per i lettori

L’immagine usata per questo articolo è stata creata grazie all’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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