Indice
- 1 Il duo di Bristol rompe con la piattaforma di Daniel Ek, accusata di investire milioni in tecnologie belliche. La musica diventa atto di coscienza
- 2 Le accuse al CEO Daniel Ek
- 3 Catalogo in uscita e nuova etichetta
- 4 Spotify e le proteste degli artisti
- 5 Daniel Ek verso l’uscita (parziale)
- 6 Musica, etica e algoritmo
Il duo di Bristol rompe con la piattaforma di Daniel Ek, accusata di investire milioni in tecnologie belliche. La musica diventa atto di coscienza
I Massive Attack hanno deciso di chiudere la porta in faccia al colosso dello streaming. Con un post secco su Instagram, il duo britannico ha annunciato che Spotify non avrà più la loro musica. Il motivo? Il CEO Daniel Ek finanzia, attraverso la società Prima Materia, tecnologie per droni militari sviluppate dalla tedesca Helsing. “L’algoritmo che decide cosa ascoltiamo,” scrivono, “ha il rumore del metallo e non del vinile.” È un boicottaggio in piena regola, l’ennesima frattura tra artisti e piattaforme, ma stavolta l’eco va ben oltre lo streaming: mette in discussione l’anima stessa dell’industria musicale, sospesa tra etica e profitto. La notizia ha fatto il giro del mondo in poche ore, trasformando una scelta personale in un dibattito globale. Per molti fan, non è solo una decisione economica o ideologica, ma il segnale che anche la musica – quella con la “M” maiuscola – può ancora ribellarsi alle logiche dell’algoritmo.
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Le accuse al CEO Daniel Ek
Dietro la scelta dei Massive Attack si nasconde un intreccio tra tecnologia, guerra e business. Daniel Ek, fondatore di Spotify, è infatti uno dei principali investitori di Helsing AI, azienda che sviluppa sistemi di intelligenza artificiale per applicazioni militari, tra cui droni e piattaforme di sorveglianza autonoma.
Attraverso la holding Prima Materia, Ek avrebbe investito oltre 100 milioni di euro nel progetto, presentandolo come un’“iniziativa per la difesa dell’Europa”. Una giustificazione che però non ha convinto il duo di Bristol, da sempre vicino a battaglie ambientaliste e pacifiste.
Già nel 2022, Robert Del Naja – anima visiva e politica del gruppo – aveva criticato pubblicamente la deriva “corporate” della musica in streaming, denunciando la scarsa trasparenza sui compensi agli artisti. Oggi la questione si allarga: non solo quanto guadagna Spotify, ma da chi prende i soldi.
Catalogo in uscita e nuova etichetta
Il duo ha annunciato che dal prossimo anno pubblicherà una serie di lavori “creati nel recente passato”, disponibili su supporto fisico e digitale, ma “con un’eccezione per Spotify”. È la nascita di un nuovo progetto editoriale indipendente, che comprenderà ristampe, inediti e collaborazioni curate direttamente dalla band.
I Massive Attack intendono così recuperare un contatto più diretto con il pubblico, libero dalle intermediazioni algoritmiche. “Non vogliamo che la nostra musica viva dentro un calcolo di probabilità,” avrebbe dichiarato una fonte vicina al gruppo.
Il gesto si inserisce anche nel movimento No Music For Genocide, che chiede ai musicisti di rimuovere le proprie opere dalle piattaforme attive nei territori coinvolti in conflitti o violazioni dei diritti umani. Coerentemente, il gruppo ha chiesto alla propria etichetta – Universal Music Group – di eliminare il catalogo di Massive Attack da tutti i servizi di streaming in Israele.

Spotify e le proteste degli artisti
Non è la prima volta che Spotify finisce al centro di una polemica. Durante la pandemia, Neil Young lasciò la piattaforma accusandola di ospitare il podcast di Joe Rogan, reo di diffondere teorie complottiste su vaccini e COVID. Poco dopo, altri artisti come Joni Mitchell e David Crosby seguirono il suo esempio.
La questione, però, oggi è diversa: allora si trattava di disinformazione sanitaria, oggi di intelligenza artificiale applicata alla guerra. Spotify si ritrova ancora una volta costretta a giustificarsi, ma la linea ufficiale resta prudente. “Non commentiamo le attività personali dei nostri dirigenti,” ha fatto sapere l’ufficio stampa.
Eppure, la mossa dei Massive Attack tocca un nervo scoperto. La musica digitale è diventata un settore da miliardi, ma con margini sempre più stretti per gli artisti. Se le piattaforme vengono percepite come moralmente compromesse, la loro immagine potrebbe incrinarsi anche agli occhi del pubblico.
Daniel Ek verso l’uscita (parziale)
A rendere il quadro ancora più turbolento c’è la recente notizia che Daniel Ek lascerà il ruolo di CEO il 1° gennaio 2026. Al suo posto subentreranno Alex Norström e Gustav Söderström, in qualità di co-CEO. Ek non sparirà però dai radar: resterà presidente esecutivo, concentrandosi sulle strategie di lungo periodo.
Una mossa che molti analisti leggono come tentativo di allontanare l’immagine personale dalle polemiche. Tuttavia, il danno reputazionale resta: le scelte private del fondatore hanno messo Spotify in una posizione difficile, costretta a navigare tra libertà imprenditoriale e responsabilità etica.
Musica, etica e algoritmo
Il caso Massive Attack apre una riflessione più ampia: può la musica restare neutrale in un mondo dove ogni clic è un dato, ogni artista un brand e ogni nota una forma di profitto?
Nel 1998, quando usciva Mezzanine, il gruppo di Bristol cantava l’angoscia della società digitale nascente. Oggi, ventisei anni dopo, quello stesso disagio si materializza nelle piattaforme che promettono libertà ma costruiscono dipendenza. La decisione di abbandonare Spotify non è solo un atto politico, è un esperimento sociale: capire se la musica può ancora esistere fuori dagli algoritmi. Forse non cambierà il mondo, ma obbliga tutti – artisti, fan e piattaforme – a una domanda essenziale: quanto costa davvero la nostra musica, e chi la paga?
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