L’Oceano Atlantico è la discarica dimenticata d’Europa: nelle profondità oltre 200mila fusti radioattivi

La missione NODSSUM documenta involucri corrosi e materiali fuoriusciti, mentre gli archivi rivelano i nomi degli otto Paesi coinvolti

A cura di Roberto Zonca

LA NOTIZIA IN BREVE – Per oltre trent’anni alcuni governi europei hanno trasformato l’Atlantico in un deposito nucleare, scaricandovi più di 200mila fusti di rifiuti radioattivi. Quel lascito è ancora là, a migliaia di metri sotto la superficie, e ora mostra le prime crepe: la missione NODSSUM ha osservato contenitori fortemente corrosi, alcuni dei quali hanno già riversato parte del contenuto sul fondale. Le misurazioni indicano radionuclidi superiori ai valori attesi nell’area, sebbene a concentrazioni ancora contenute. Regno Unito, Belgio, Francia, Paesi Bassi, Svizzera, Svezia, Germania e Italia parteciparono agli scarichi. Londra concentrò oltre tre quarti dell’attività dichiarata; il contributo italiano fu di cento fusti, gettati nel 1969. Intorno agli involucri vivono pesci, crostacei, anemoni e spugne. Le analisi chiariranno se le sostanze siano rimaste circoscritte oppure abbiano già iniziato a muoversi nella catena alimentare abissale.

Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento

L’APPROFONDIMENTO – A quasi cinquemila metri sotto la superficie dell’Atlantico giace una delle eredità meno conosciute dell’era nucleare. Sono più di 200.000 i fusti equivalenti di rifiuti radioattivi scaricati nell’Atlantico nord-orientale durante la seconda metà del Novecento, quando le pianure abissali venivano considerate un luogo adatto a far sparire materiali difficili da gestire sulla terraferma. Di quei contenitori si conoscevano l’esistenza, le principali zone di immersione e, almeno in parte, la provenienza. Mancavano una mappa sufficientemente precisa e osservazioni ravvicinate capaci di mostrarne le condizioni dopo decenni trascorsi sul fondo dell’oceano.

Ora le prime risposte sono arrivate dalla missione NODSSUM, coordinata dal Centro nazionale francese per la ricerca scientifica, il CNRS. Le immagini raccolte dal sommergibile Nautile mostrano fusti in condizioni molto diverse. Alcuni conservano una forma riconoscibile, altri sono pesantemente corrosi. In diversi casi il materiale usato per inglobare i rifiuti è fuoriuscito e si è riversato sul fango.

Gli strumenti impiegati durante la spedizione hanno rilevato anche radionuclidi caratteristici dei materiali scaricati, con attività superiori a quelle attese in quell’area oceanica. I livelli misurati sul posto sono rimasti abbastanza bassi da permettere la manipolazione dei campioni senza particolari misure di radioprotezione.

Restano da stabilire la quantità effettivamente dispersa, la distanza raggiunta e l’eventuale assorbimento da parte degli organismi che popolano le profondità. Acqua, sedimenti, microrganismi, pesci e crostacei raccolti accanto ai contenitori sono adesso sottoposti alle analisi di laboratorio.

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Il fondo dell’oceano sembrava il posto giusto

Lo smaltimento in mare dei rifiuti radioattivi iniziò nel secondo dopoguerra. Le conoscenze sugli ambienti abissali erano ancora limitate. Il fondo oceanico appariva remoto, stabile, scarsamente abitato e abbastanza lontano dalle attività umane da poter accogliere ciò che nessuno voleva conservare sulla terraferma. I materiali provenivano da centrali nucleari, impianti del ciclo del combustibile, laboratori, ospedali, industrie e operazioni di smantellamento o decontaminazione. Si trattava soprattutto di rifiuti a bassa e media attività: attrezzature contaminate, filtri, resine, fanghi, tessuti, parti metalliche e residui delle lavorazioni nucleari.

Prima dell’immersione venivano generalmente mescolati con cemento, bitume o resine e collocati in contenitori metallici. I fusti dovevano resistere all’impatto con l’acqua, raggiungere integri il fondale e trattenere il contenuto abbastanza a lungo da permettere il decadimento dei radionuclidi con vita più breve.

La tenuta eterna non era il presupposto di quel sistema. L’eventuale liberazione graduale delle sostanze residue, seguita dalla loro dispersione nell’immensa massa d’acqua, rientrava nella logica dello smaltimento oceanico. Si confidava, insomma, nella capacità del mare di diluire la contaminazione.

Secondo la commissione OSPAR per la protezione dell’Atlantico nord-orientale, tra il 1949 e il 1982 furono scaricate nella regione più di 150.000 tonnellate di materiali radioattivi, con un’attività complessiva stimata in 42,4 petabecquerel. Le operazioni aumentarono soprattutto negli anni Settanta e proseguirono fino al 1982, in acque internazionali profonde fra 3.000 e 5.000 metri.

Nel 1983 arrivò una moratoria volontaria. Il divieto regionale OSPAR fu adottato nel 1992; l’anno successivo la proibizione venne estesa a livello internazionale attraverso la Convenzione di Londra. Alcune ricostruzioni indicano il 1994, anno in cui il nuovo quadro normativo divenne operativo. Nei principali siti del Nord Atlantico, tuttavia, gli scarichi erano già cessati da circa un decennio.

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I Paesi responsabili hanno un nome

Gli scarichi furono autorizzati dai governi e, soprattutto dagli anni Settanta, organizzati nell’ambito di campagne coordinate dall’Agenzia per l’energia nucleare dell’Ocse. Le responsabilità storiche, perciò, non sono avvolte nel mistero. L’inventario dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica identifica otto Paesi europei: Regno Unito, Belgio, Francia, Paesi Bassi, Svizzera, Svezia, Germania e Italia.

PaeseFusti o contenitori registratiPeriodo degli scarichiPeso dichiarato
Regno Unitodato complessivo non disponibile1949-198274.052 tonnellate
Belgio55.3241960-1982circa 29.731 tonnellate
Francia46.3961967-1969circa 14.199 tonnellate
Paesi Bassi28.4281967-1982circa 19.162 tonnellate
Svizzeracirca 7.4001969-19825.321 tonnellate
Svezia2.89519691.080 tonnellate
Germania4801967circa 185 tonnellate
Italia100196944,74 tonnellate

Belgio, Francia e Paesi Bassi dichiararono insieme più di 130.000 contenitori. Per il Belgio esiste anche una ricostruzione dettagliata dell’Agenzia federale per il controllo nucleare: quindici operazioni, 55.324 contenitori e quasi 29.731 tonnellate distribuite in sei siti del Nord Atlantico.

Il vuoto più rilevante riguarda il Regno Unito. L’inventario internazionale ricostruisce 34 anni di operazioni, almeno 15 siti e 74.052 tonnellate, ma non fornisce il totale dei contenitori. Nei documenti dell’IAEA, alla voce corrispondente, compare un punto interrogativo. Parte dei carichi britannici era composta da recipienti di dimensioni differenti e da grandi componenti industriali, difficili da ricondurre al classico fusto da 200 litri.

Il numero dei fusti racconta soltanto metà della storia

Un contenitore poteva racchiudere materiali molto più radioattivi di un altro. Per questo il conteggio dei barili va affiancato all’attività dichiarata al momento dell’immersione.

Il divario tra i Paesi diventa ancora più evidente. Il Regno Unito risulta responsabile di circa 35.087,5 terabecquerel, oltre tre quarti dell’attività registrata nei siti atlantici. La Svizzera segue a notevole distanza con 4.419,3 TBq, quindi il Belgio con 2.120,3 TBq.

PaeseAttività al momento dello scaricoQuota approssimativa del totale atlantico
Regno Unito35.087,5 TBq77,5%
Svizzera4.419,3 TBq9,8%
Belgio2.120,3 TBq4,7%
Francia353,5 TBq0,8%
Paesi Bassi336,1 TBq0,7%
Svezia3,2 TBqmeno dello 0,01%
Germania0,203 TBqmeno dello 0,001%
Italia0,185 TBqcirca lo 0,0004%

Queste cifre fotografano il momento dello scarico. Da allora gli isotopi con emivita più breve hanno perso gran parte della loro attività; quelli longevi possono invece trovarsi ancora nei contenitori, nei materiali riversati sul fondale o nei sedimenti circostanti.

Anche cento fusti italiani sul fondo dell’Atlantico

La partecipazione italiana è documentata in modo puntuale. Nel 1969 vennero scaricati cento fusti metallici rivestiti internamente di cemento, per un peso totale di 44,74 tonnellate e un’attività iniziale di 185 gigabecquerel, pari a 0,185 terabecquerel. Il sito indicato dall’IAEA si trova approssimativamente alle coordinate 49°05′ nord e 17°05′ ovest, a una profondità compresa fra 4.000 e 4.600 metri. L’Italia trasmise i dati all’Agenzia internazionale il 18 maggio 1990.

Il coinvolgimento italiano è dunque provato. Le proporzioni aiutano però a valutarne il peso reale: cento contenitori equivalgono a circa lo 0,05% degli oltre 200.000 fusti stimati dal CNRS. La quota italiana dell’attività radioattiva dichiarata per l’Atlantico si ferma intorno allo 0,0004%. L’Italia fece parte del sistema di smaltimento, ma con un contributo lontanissimo da quello britannico, belga o francese.

Domande e risposte

Cinque aspetti ancora aperti sui rifiuti radioattivi scaricati nell’Atlantico

  • Inventari

    La stima di 200mila fusti potrebbe essere molto lontana dal numero reale?

    Sì, il margine di incertezza è significativo. La cifra riunisce registri compilati in epoche diverse e converte contenitori di dimensioni differenti in barili equivalenti da 200 litri. Per sette Paesi si possono sommare circa 141mila unità; il Regno Unito dichiarò 74.052 tonnellate, ma non il numero complessivo dei recipienti.

    Possono inoltre mancare carichi registrati in modo incompleto o grandi componenti industriali non classificabili come fusti. La mappatura diretta potrà affinare la stima, ma censire l’intera area richiederà numerose campagne.

  • Radioattività

    La dispersione in una massa d’acqua enorme rende innocue le sostanze rilasciate?

    La diluizione può abbassare le concentrazioni medie, ma non cancella la radioattività. Vicino a un contenitore aperto possono formarsi accumuli locali nei sedimenti, soprattutto per gli elementi che si legano alle particelle invece di restare disciolti nell’acqua.

    Il rischio dipende dal radionuclide, dalla quantità, dal tempo di decadimento e dalla capacità degli organismi di assorbirlo. Per questo una media calcolata su grandi volumi d’acqua direbbe poco sull’esposizione di una spugna, un crostaceo o un microrganismo che vive a pochi centimetri dalla sorgente.

  • Fondale

    Correnti profonde, terremoti o frane sottomarine potrebbero spostare i contaminanti?

    È uno degli scenari che il monitoraggio dovrà valutare. Le pianure abissali furono scelte anche per la loro relativa stabilità, ma il fondale non è immobile. Correnti vicine al fondo, piccoli smottamenti e fenomeni di risospensione possono sollevare particelle contaminate e trasportarle altrove.

    Al momento non esiste la prova di una propagazione su vasta scala dal sito studiato. Carotaggi, misure delle correnti e future mappe tridimensionali serviranno a distinguere le contaminazioni circoscritte dai segnali capaci di muoversi oltre l’area dei fusti.

  • Microrganismi

    I batteri del fondale possono modificare il comportamento dei radionuclidi?

    È possibile, e rappresenta una parte importante dell’indagine. I microrganismi modificano le condizioni chimiche dei sedimenti e possono favorire il legame di alcuni elementi alle particelle oppure renderli più mobili. Anche le sostanze organiche prodotte dalla vita abissale possono influenzarne il trasporto.

    Il processo varia da un radionuclide all’altro e dipende da ossigeno, acidità e composizione del fondale. Le analisi microbiologiche raccolte da NODSSUM dovranno chiarire se, attorno ai contenitori, siano già attivi meccanismi capaci di trattenere o ridistribuire la contaminazione.

  • Responsabilità

    Gli Stati che effettuarono gli scarichi possono essere obbligati a finanziare controlli e bonifica?

    Non esiste oggi un meccanismo automatico che imponga agli otto Paesi di recuperare i materiali. Molte operazioni erano autorizzate dalle norme dell’epoca e avvennero in acque internazionali; i divieti introdotti successivamente hanno fermato nuovi scarichi, senza creare da soli un fondo retroattivo per la bonifica.

    Eventuali obblighi economici richiederebbero accordi fra gli Stati, decisioni delle organizzazioni competenti o la dimostrazione di un danno attribuibile a uno specifico responsabile. Proprio l’impossibilità di assegnare i fusti corrosi a un singolo Paese rende il percorso giuridico particolarmente complesso.

Da 141.000 contenitori registrati a oltre 200.000 fusti stimati

La somma dei contenitori attribuiti a Belgio, Francia, Paesi Bassi, Svizzera, Svezia, Germania e Italia arriva a circa 141.000 unità. Il resto va cercato soprattutto nei carichi britannici, dei quali è noto il peso complessivo ma non il numero preciso. L’espressione “oltre 200.000 fusti”, adottata dal CNRS, indica una stima in barili equivalenti da 200 litri. Sui fondali non si trovano necessariamente 200.000 recipienti tutti uguali. Le campagne utilizzarono confezioni diverse per capacità, peso e materiale; la conversione permette di riunirle in un’unica misura comprensibile.

Persino gli inventari più accurati conservano qualche discrepanza. Per la Svizzera, ad esempio, la scheda riepilogativa dell’IAEA indica 7.420 contenitori, mentre la somma della tabella analitica sembra arrivare a 7.470. “Circa 7.400” rimane quindi il dato più prudente.

Una mappa costruita fusto dopo fusto

Conoscere il numero e la provenienza dei carichi non equivale a sapere dove si trovi ogni contenitore. Le coordinate annotate durante le operazioni descrivevano aree generali. Una volta gettati dalla nave, i fusti potevano spostarsi durante la discesa e distribuirsi sul fondale per chilometri.

Il progetto NODSSUM, acronimo di Nuclear Ocean Dump Site Survey and Monitoring, è nato per ricostruire quella geografia sommersa. La prima campagna si è svolta dal 15 giugno all’11 luglio 2025 a bordo della nave oceanografica L’Atalante. Il veicolo autonomo UlyX ha percorso il fondale con sonar ad alta risoluzione e sistemi fotografici. In circa 160 chilometri quadrati sono stati individuati e cartografati 3.355 fusti.

Una porzione ancora piccola. Le due principali aree interessate dagli scarichi occupano complessivamente migliaia di chilometri quadrati. La squadra ha raccolto circa 5.000 litri d’acqua, effettuato 345 carotaggi del sedimento e prelevato 34 esemplari tra pesci e crostacei. Durante questa fase i ricercatori sono rimasti a circa cento metri dai contenitori. La mappa così ottenuta ha indicato i punti nei quali tornare l’anno successivo, questa volta avvicinandosi direttamente ai fusti.

Il Nautile scende a 4.700 metri

La seconda campagna si è svolta dal 27 maggio al 28 giugno 2026 a bordo della Pourquoi Pas?. Erano presenti una trentina di ricercatori provenienti da istituzioni francesi, tedesche, norvegesi, spagnole e canadesi. Il Nautile, sommergibile con equipaggio della Flotta oceanografica francese, ha compiuto venti immersioni oltre i 4.700 metri. Laggiù la pressione supera le 470 atmosfere, la temperatura è di pochi gradi e il buio è assoluto.

Il veicolo ha permesso di osservare i fusti da vicino e di raccogliere acqua, sedimenti e organismi nel loro immediato intorno. Gli strumenti usati per i carotaggi sono stati progettati per preservare il sottile confine tra il fondale e l’acqua sovrastante, una zona decisiva per ricostruire il movimento dei contaminanti.

Le telecamere hanno incontrato contenitori ancora riconoscibili e altri ridotti a involucri corrosi. Da alcuni erano usciti cemento, bitume o resine, le matrici nelle quali erano stati inglobati i rifiuti. Quelle immagini danno una consistenza fisica a un fenomeno rimasto per decenni confinato nei registri. Una parte dei fusti ha ceduto. Resta da capire che cosa sia uscito insieme ai materiali visibili.

I primi segnali radioattivi

Le misurazioni condotte durante la spedizione hanno individuato radionuclidi caratteristici dei rifiuti, con attività più elevate rispetto a quelle previste nel sito. Il CNRS precisa che i valori rimangono bassi e non hanno richiesto importanti precauzioni radiologiche nella gestione dei campioni.

L’elenco storico delle sostanze presenti nei materiali scaricati nell’Atlantico comprende trizio, stronzio-90, cesio-137, ferro-55, cobalto-58, cobalto-60, iodio-125, carbonio-14 e quantità inferiori di plutonio e americio.

Stabilire l’origine di ogni traccia richiede tempo. Cesio-137 e americio-241 possono provenire anche dai test nucleari atmosferici e dagli incidenti avvenuti nel corso del Novecento. Le proporzioni fra gli isotopi, la loro posizione nei diversi strati del sedimento e il confronto con aree lontane dai depositi aiuteranno a separare le varie fonti. Il trascorrere degli anni ha inoltre modificato la composizione del materiale. Il cobalto-60 dimezza la propria attività in circa 5,27 anni; altri radionuclidi resistono per periodi molto più lunghi. Le analisi in laboratorio dovranno ricostruire ciò che rimane oggi, non ciò che venne dichiarato al momento dell’immersione.

La vita ha colonizzato la discarica

Attorno ai fusti sono stati osservati anemoni, spugne, crostacei e pesci. In un ambiente dominato da sedimenti molli, quei pezzi di metallo offrono una rara superficie sulla quale aggrapparsi. In alcuni punti la discarica è diventata un habitat.

L’abbondanza di organismi non dice però nulla sul loro stato di salute. I campioni biologici serviranno proprio a cercare mutazioni e a capire se abbiano già iniziato a spostarsi nella rete alimentare.

I depositi si trovano a centinaia di chilometri dalle coste, molto al di sotto delle zone raggiunte dalla pesca commerciale. Le informazioni disponibili non descrivono una contaminazione diffusa nell’intero Atlantico né un pericolo immediato per chi consuma prodotti ittici.

La questione riguarda soprattutto l’ambiente abissale e i suoi tempi lunghissimi. Correnti profonde, microrganismi e animali possono trasportare le sostanze lontano dal punto di rilascio, seguendo percorsi che gli scienziati stanno ancora cercando di ricostruire.

Le perdite osservate restano senza nazionalità

Gli inventari consentono di indicare gli Stati che autorizzarono gli scarichi. Nessun dato pubblicato dalla missione permette invece di associare i fusti aperti a un determinato Paese. Molti contenitori hanno perso le marcature, sono coperti di sedimenti o risultano troppo degradati per essere riconosciuti. Diverse nazioni parteciparono alle stesse campagne e usarono aree comuni, involucri simili e materiali come cemento o bitume.

Per attribuire una perdita servirebbe incrociare la posizione esatta del fusto con i registri delle navi, riconoscerne le caratteristiche costruttive e confrontare il contenuto con la composizione dichiarata. In numerosi casi neppure questo percorso garantirebbe una risposta. Regno Unito, Belgio, Francia, Paesi Bassi, Svizzera, Svezia, Germania e Italia portano la responsabilità storica delle operazioni. La provenienza nazionale dei contenitori deteriorati rimane invece sconosciuta.

Riportarli in superficie potrebbe essere più pericoloso

NODSSUM è una missione di ricerca e monitoraggio, non un’operazione di recupero. Spostare centinaia di migliaia di fusti disseminati a quasi cinque chilometri di profondità avrebbe costi enormi e comporterebbe rischi difficili da controllare. Molti involucri sono fragili. Afferrarli e sollevarli potrebbe accelerarne la rottura, liberando in pochi minuti ciò che il sedimento ha trattenuto per decenni. Prima di intervenire bisognerebbe conoscere posizione, contenuto e stato di conservazione di ogni elemento.

Per ora la strada più realistica passa dalla mappatura tridimensionale e dal monitoraggio. Tornare periodicamente sugli stessi punti consentirebbe di misurare l’evoluzione delle perdite e verificare se i radionuclidi restano confinati nelle immediate vicinanze oppure si muovono nell’ambiente.

Sul fondale sono apparsi anche oggetti di plastica e altri residui industriali. A quasi cinquemila metri di profondità, dove la luce del Sole non è mai arrivata, la traccia delle attività umane è già parte del paesaggio.

Link e fonti

Documenti ufficiali e materiali scientifici utilizzati per ricostruire gli scarichi radioattivi nell’Atlantico e i risultati della missione NODSSUM.

Missione scientifica

NODSSUM 2026: condizioni dei fusti e prime misurazioni

CNRS · 2 luglio 2026

Il bilancio ufficiale delle venti immersioni del Nautile oltre i 4.700 metri, con le osservazioni sui contenitori deteriorati, le fuoriuscite e i radionuclidi rilevati.

Consulta la fonte ↗
Inventario internazionale

Inventory of Radioactive Waste Disposals at Sea

Agenzia internazionale per l’energia atomica · 1999

L’inventario IAEA con Paesi coinvolti, date, coordinate, profondità, quantità, tipologie dei contenitori e attività radioattiva dichiarata al momento degli scarichi.

Consulta il documento ↗
Protezione dell’Atlantico

La campagna NODSSUM nei siti storici di smaltimento

Commissione OSPAR · giugno 2026

La ricostruzione delle operazioni compiute tra il 1949 e il 1982 e dei loro quantitativi: oltre 150.000 tonnellate, per un’attività iniziale stimata in 42,4 petabecquerel.

Consulta la fonte ↗
Prima campagna

La mappatura dei fusti sommersi nell’Atlantico

CNRS · 21 maggio 2025

La presentazione ufficiale della prima missione NODSSUM, dedicata alla localizzazione dei contenitori e allo studio delle interazioni con la biodiversità abissale.

Consulta la fonte ↗
Dati di ricerca

Oltre 3.300 contenitori localizzati sul fondale

Università di Strasburgo · 28 maggio 2026

I risultati della ricognizione del 2025: 3.355 fusti cartografati, 5.000 litri d’acqua raccolti, 345 carotaggi e 34 esemplari di pesci e crostacei.

Consulta la fonte ↗
Analisi radiologica

I campioni raccolti accanto ai fusti

Subatech, CNRS-IN2P3 · 24 agosto 2026

Il punto sulle analisi di acqua, sedimenti e organismi marini, necessarie per valutare l’eventuale migrazione dei radionuclidi nell’ambiente abissale.

Consulta la fonte ↗

Note per i lettori

L’immagine usata per questo articolo è stata creata grazie all’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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