Cassonetti gialli e rifiuti tessili, cambia tutto: le nuove regole

Responsabilità dei brand entro aprile 2028 e fondi pubblici per gli impianti: il tessile entra nel radar delle politiche ambientali, tra costi, tracciabilità e filiere da costruire 

L’abbigliamento sta diventando un punto caldo della crisi rifiuti: la quantità cresce, la durata d’uso scende, la qualità media oscilla verso i capi più fragili. Nel mondo, la filiera della moda e dei tessili genera 92 milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno, con una produzione che tra 2000 e 2015 ha raddoppiato e con un calo del 36% nella durata d’uso dei capi. 

L’impatto ambientale pesa notevolmente. La filiera vale dal 2 all’8% delle emissioni globali di gas serra, contribuisce al 9% delle microplastiche che ogni anno raggiungono gli oceani e consuma volumi d’acqua che l’UNEP stima approssimativamente attorno ai 215 trilioni di litri. In Europa, dove in tanti predicano il consumo solidale, soltanto nel 2022 ogni cittadino ha acquistato in media 19 kg tra abbigliamento, calzature e tessili per la casa, con un valore che cresce rispetto al 2019. 

La politica aveva preso un impegno: dal 1° gennaio 2025 gli Stati membri devono assicurare la raccolta separata dei tessili, come previsto nella direttiva rifiuti. L’Italia, uno dei pochissimi Paesi dell’Ue ad aver rispettato la parola data, ha anticipato l’obbligo: dal 1° gennaio 2022 la raccolta differenziata del tessile è prevista su base nazionale. Ma è proprio qui che si apre la frizione: l’obbligo porta più materiale nei sistemi di raccolta, alza la posta per chi gestisce selezione e trattamento e rende visibile un problema spesso ignorato, cioè che il tessile “di scarto” arriva misto, umido, sporco, con fibre difficili da separare. 

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Roma: dai bidoni su strada alle aree protette

Nel 2022, AMA S.p.A. ha raccolto e avviato a riciclo oltre 6.600 tonnellate di indumenti e accessori, e collega a questo flusso ricavi per oltre 5,425 milioni di euro su un arco di “ultimi tre anni” riportato dall’azienda. 

Nella stessa comunicazione, Daniele Pace lega la spinta sulla raccolta a una campagna informativa e a un obiettivo di potenziamento dei punti di conferimento. “L’azienda sta ora programmando un cospicuo aumento dei contenitori dedicati” per “incrementare” le percentuali di materiali intercettati e valorizzati. 

Sempre secondo AMA, la rete stradale contava 1.500 contenitori gialli nei 15 municipi, con dispositivi anti-intrusione e un servizio affidato tramite gara a 4 cooperative sociali

Quella rete, però, ha iniziato a scontrarsi con un tema che a Roma conoscono in tanti: rovistaggi, vandalismi, conferimenti impropri e dispersione del materiale. Su questo punto, nell’estate 2025, Alessandro Filippi sintetizza così: “Non c’è cassonetto blindato che tenga. Quindi abbiamo deciso di avviare la loro rimozione.” 

A fine 2025 il cambio di modello diventa operativo: sul sito dell’azienda, AMA scrive che i cassonetti gialli “lasciano” la strada e spiega il perché, collegandolo a danni e saccheggi che impattano servizio e decoro. 

Nella stessa pagina, l’azienda indica la nuova soluzione: contenitori amaranto collocati in aree controllate (scuole, mercati rionali, centri commerciali, sedi istituzionali), con l’obiettivo di tenere più “pulita” la raccolta e rendere più difficile l’accesso al materiale.

Il passaggio è coerente con un’idea molto concreta: quando la raccolta perde qualità, cala il valore del riuso e il sistema si riempie di costi di selezione e smaltimento. In sostanza, cambia la geografia del conferimento: meno strada, più punti protetti e più passaggi “tracciati”. 

Italia: obbligo dal 2022, raccolta in crescita e divari forti

Il quadro italiano parte da un dato che fa rumore: secondo il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, i tessili pesano circa 5,7% nei rifiuti indifferenziati e valgono circa 663 mila tonnellate/anno destinate a smaltimento, con potenziale di riuso e riciclo.  La media nazionale di raccolta differenziata del tessile, sempre nelle stime riportate da SNPA, sta intorno a 2,6 kg pro capite, con differenze territoriali nette (Nord e Centro sopra la media, Sud più basso). 

Nel 2025, in audizione alla Camera, il Ministero dell’Ambiente ricostruisce numeri ancora più dettagliati: nel 2023 l’Italia ha raccolto in modo differenziato 171.600 tonnellate di rifiuti tessili urbani; nello stesso documento si stima una produzione di rifiuti tessili urbani intorno a 1,25 milioni di tonnellate, partendo da un’incidenza media del 4,3% sul totale rifiuti urbani. 

La stessa memoria segnala che, dopo la raccolta, una quota rilevante va a preparazione per il riutilizzo (60–70%), un’altra a riciclo (20–30%), e una parte segue altre vie di recupero o smaltimento. 

C’è anche un dato che aiuta a capire la pressione sul sistema: rapportando la raccolta differenziata (2023) all’immesso al consumo (2023), la memoria propone un ordine di grandezza intorno al 12%, precisando che il confronto resta indicativo per via dei tempi di vita del prodotto. 

In parallelo, il livello europeo racconta una storia simile: nel 2020 l’UE-27 ha generato circa 6,95 milioni di tonnellate di rifiuti tessili (circa 16 kg pro capite) e ha intercettato separatamente 4,4 kg pro capite, con molto materiale che finisce ancora nel rifiuto misto. 

Costi, qualità e regole: l’EPR arriva entro aprile 2028

Il nodo economico sta tutto qui: la raccolta separata porta quantità e doveri, poi serve una filiera che selezioni bene e tratti bene. Per SNPA, con l’obbligo 2022 il sistema rischia di ricevere più frazioni “poco valorizzabili”, con un possibile aumento dei costi di cernita e smaltimento che preoccupa gli operatori.

Il livello europeo lo dice in modo tecnico: i “bring points” (contenitori stradali) raccolgono grandi volumi, poi espongono a contaminazione; se pioggia e umidità innescano muffe, il materiale perde valore e chi lo gestisce fatica a sostenerne il trattamento, perché i margini restano stretti.

Il rischio sistemico, segnalato dall’Agenzia europea dell’ambiente, riguarda la capacità industriale: senza un aumento di sorting e riciclo in Europa, una parte del tessile raccolto può finire verso incenerimento, discarica o export. 

Il quadro normativo, intanto, si sta chiudendo con una scadenza che pesa sui conti: la direttiva aggiornata impone agli Stati membri di istituire schemi di responsabilità estesa del produttore per tessili, prodotti tessili collegati e calzature entro il 17 aprile 2028.

Questo significa trasferire una parte strutturale dei costi dal territorio ai produttori, con meccanismi di contribuzione e governance che ogni Paese dovrà organizzare. 

Sul versante italiano, la memoria del Ministero parla di un settore ancora privo, “allo stato dell’arte” (marzo 2025), di una disciplina specifica EPR per il tessile, e collega la traiettoria a una bozza di decreto in preparazione. 

Dentro questo passaggio entrano anche gli investimenti: la stessa memoria richiama risorse PNRR e linee “progetti faro” per impianti e infrastrutture, citando una cornice complessiva di 600 milioni di euro per rafforzare raccolta e trattamento in vari settori, inclusi i tessili, e richiama i Textile Hubs come obiettivo di filiera. 

Cosa fare: riuso pulito, ecocentri e servizi locali

Il primo passo resta banale e decisivo: tenere il tessile asciutto e in sacchi chiusi. Quando acqua e sporco entrano nel sacco, il materiale perde qualità e spesso perde anche destino, perché la selezione manuale diventa più costosa e il riuso si svuota. 

A Roma, AMA dice chiaramente che i conferimenti passano dai contenitori amaranto in luoghi controllati e aggiunge alternative come centri di raccolta e giornate dedicate, ricordando anche il valore del riuso tra privati e della donazione. 

Sul “cosa va dentro”, l’azienda elenca categorie molto ampie: abbigliamento, tessili per la casa e accessori (scarpe, borse, zaini), con un trattamento che parte da igienizzazione e impianti autorizzati e arriva a recupero di materia, commercializzazione dell’usato e smaltimento per le frazioni non recuperabili. 

A Milano, Amsa mantiene un sistema “classico” con oltre 400 contenitori gialli e aggiunge il ritiro a domicilio gratuito oltre certe quantità, in collaborazione con Vesti Solidale; l’azienda chiede anche sacchi trasparenti per la corretta raccolta.

A Napoli, ASIA Napoli indica una raccolta dedicata agli abiti usati e collega l’azione al trattamento e riciclo, per evitare che il tessile finisca nell’indifferenziato.  Nel frattempo, l’Europa spinge su un concetto chiave che conviene tradurre in pratica quotidiana: dare priorità al riuso e alla preparazione per il riuso, e poi al riciclo, con sistemi che distinguano al meglio tra “fit for re-use” e “waste”, anche quando la logistica raccoglie insieme più tipologie.

A cura della Redazione GTNews

Link utili:
Raccolta Differenziata

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