Indice
- 1 Il divieto di vendere auto a benzina e diesel dal 2035 vacilla: pressioni politiche, industria in crisi e Cina all’attacco cambiano i piani del Vecchio Continente
- 2 Pressioni industriali e mercato invaso dai marchi cinesi
- 3 Germania e Italia guidano la rivolta: i Paesi che chiedono eccezioni
- 4 Fleet elettriche obbligatorie? L’industria si divide ancora
- 5 Il conto alla rovescia continua, ma l’Europa non è più la stessa
Il divieto di vendere auto a benzina e diesel dal 2035 vacilla: pressioni politiche, industria in crisi e Cina all’attacco cambiano i piani del Vecchio Continente
Il conto alla rovescia verso il divieto europeo di immatricolare nuove auto a benzina e diesel dal 2035 sembrava inarrestabile. Un pilastro del Green Deal, un simbolo della corsa alla neutralità climatica entro il 2050. E invece oggi il progetto scricchiola. L’industria dell’auto, già messa in ginocchio dalla concorrenza cinese e da una transizione più complessa del previsto, spinge per un dietrofront. I governi si dividono, le lobby accelerano, Bruxelles tenta di non perdere la faccia e, intanto, cresce la parola chiave del momento: “pragmatismo”.
La Commissione europea, chiamata a rivedere l’intero quadro il 10 dicembre, valuta se alleggerire il divieto entro fine anno, ma il rischio slittamento è concreto. A due anni dall’approvazione della norma, sembra emergere una verità scomoda: non tutto sta andando come previsto, e gli investimenti colossali fatti dai costruttori europei potrebbero non bastare per restare in piedi mentre l’onda cinese avanza con modelli elettrici più economici.
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Pressioni industriali e mercato invaso dai marchi cinesi
Secondo l’ACEA, l’associazione europea dei costruttori, il settore automobilistico ha ricevuto “l’obiettivo più severo” perché ritenuto il più semplice da decarbonizzare. Ma, come sottolinea la stessa associazione, “la realtà si è rivelata molto più complicata”. I marchi europei faticano a mantenere la rotta, mentre i brand cinesi invadono il mercato con vetture elettriche a costi inferiori. Il timore non è teorico: si parla di licenziamenti di massa, chiusure di stabilimenti, perdita di competenze e un intero settore che sente “la terra scivolare sotto i piedi”, come ha dichiarato Luc Chatel, presidente della Plateforme dell’industria automobilistica francese.
In questo scenario, la rigidità del divieto 2035 non appare più una bandiera verde da esibire con orgoglio, ma una possibile spinta verso il baratro per chi non riesce a sostenere la competizione globale.
Germania e Italia guidano la rivolta: i Paesi che chiedono eccezioni
La prima linea della protesta politica vede in testa Germania e Italia. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz invoca un approccio più flessibile, con la possibilità di continuare a vendere ibridi plug-in, vetture range-extender e motori termici di nuova generazione oltre il 2035. L’Italia spinge ancora più in là la proposta e chiede che i modelli alimentati da biocarburanti restino legali anche dopo la scadenza. Due mosse che puntano a difendere la filiera industriale e i posti di lavoro, lasciando aperta la porta ai motori tradizionali.
Sul fronte opposto, la Francia difende la linea dura: niente slittamenti, nessuna deroga strutturale, nessun ritorno al passato. Il presidente Emmanuel Macron lo ha detto chiaramente: “Se abbandoniamo il 2035, dimenticatevi delle fabbriche europee di batterie”. Parigi chiede più sostegno comunitario alla produzione di accumulatori e propone una misura destinata a far discutere: obbligare le flotte aziendali a usare vetture elettriche prodotte in Europa, così da evitare di regalare il mercato alle case cinesi. Berlino, però, non gradisce.
Fleet elettriche obbligatorie? L’industria si divide ancora
Il CEO di BMW, Oliver Zipse, ha avvertito che imporre flotte aziendali completamente elettriche equivarrebbe a “introdurre il divieto di motori termici dalla porta sul retro”. Una posizione che mette in luce la frattura interna allo stesso mondo industriale, tra chi teme l’impatto economico immediato e chi vede nell’elettrico l’unica via per non rimanere schiacciati dalla concorrenza globale.
La pressione non arriva solo dalle aziende ma anche dalle associazioni ambientaliste. Lucien Mathieu, di Transport & Environment, boccia in modo netto le richieste italiane: concedere eccezioni per i biocarburanti sarebbe “un errore terribile”, con rischi ambientali che includono deforestazione e un impatto carbonico meno virtuoso del previsto. Nel mezzo resta Bruxelles, sempre più stretta tra industria, governi e necessità di non sabotare i propri obiettivi climatici.
Il conto alla rovescia continua, ma l’Europa non è più la stessa
La revisione del 10 dicembre non sarà una semplice formalità, ma un test politico decisivo. L’Unione Europea rischia di ritrovarsi con una norma bandiera che divide invece di unire, e con un mercato che cambia più velocemente delle leggi. Le auto elettriche avanzano, ma non abbastanza da mettere al sicuro un’industria che teme il sorpasso definitivo dei rivali asiatici.
Molti osservatori parlano di una crisi identitaria: l’Europa vuole guidare la transizione, ma potrebbe non avere più il volante in mano. Pressioni, deroghe, scontri e nuove proposte rendono il dossier 2035 un campo di battaglia, e nessuno oggi può dire come finirà.
Link utili:
Will EU give ground on 2035 combustion-engine ban?
