YR4 mancherà la Terra, ma una tempesta di detriti investirà i satelliti

L’onda di frammenti causata dall’impatto con la Luna potrebbe investire satelliti e stazioni orbitali: Nasa ed Esa in allerta

Quando Nasa ed Esa, alla fine di gennaio 2025, hanno annunciato che l’asteroide 2024 YR4 aveva una probabilità superiore all’1% di colpire la Terra entro il 2032, il livello di attenzione internazionale sull’oggetto spaziale è salito al massimo storico. Il corpo celeste era stato individuato solo 30 giorni prima dal telescopio cileno Atlas, con dimensioni stimate tra 50 e 90 metri, e la sua orbita appariva inizialmente incerta. Nel giro di poche settimane la probabilità è cresciuta fino al 3,1%, alimentando timori e discussioni sulla capacità dei sistemi di allerta di individuare oggetti scoperti troppo tardi. Solo nuove osservazioni hanno permesso di calcolare meglio la traiettoria, riducendo il rischio per la Terra allo 0,001%. Una buona notizia, certo, ma non sufficiente a chiudere il dossier.

Perché mentre l’impatto con il nostro pianeta è ormai quasi impossibile, resta in gioco una possibilità insidiosa: quella che YR4 possa colpire la Luna, con ripercussioni che arriverebbero comunque fino a noi.

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Il 4% di impatto con la Luna e la possibile “doccia di micrometeoriti”

Le ultime simulazioni mostrano un 4% di probabilità che l’asteroide urti il suolo lunare. L’esplosione sarebbe paragonabile a 300 bombe di Hiroshima, un evento in grado di sollevare enormi quantità di materiale. «Se succedesse, una pioggia di micrometeoriti potrebbe dirigersi verso la Terra», avverte Kelly Fast, responsabile del Planetary Defense Office della Nasa.

Questi frammenti sarebbero troppo piccoli per raggiungere il suolo in modo pericoloso, ma abbastanza compatti da mettere a rischio satelliti, strumenti di osservazione e orbiter artificiali. «Non rappresenterebbero alcun pericolo per la popolazione, ma potrebbero danneggiare i satelliti che si trovassero nella traiettoria», precisa Fast. È per questo che la Nasa continua il monitoraggio e valuta l’idea di una futura missione di deviazione, da attivare solo se i parametri orbitali non si stabilizzeranno.

Le radici della difesa planetaria e gli impatti che hanno cambiato tutto

Fast ricorda come l’attenzione globale verso questo tipo di minacce sia nata nel 1994 con la cometa Shoemaker-Levy 9, che si è frantumata su Giove sotto gli occhi degli astronomi. «È stata la prima volta che l’umanità ha osservato una collisione cosmica in diretta», afferma. L’evento spinse le agenzie spaziali a investire in sistemi di sorveglianza più strutturati. Ma il colpo più recente arrivò nel 2013 in Russia, quando un asteroide di 18 metri esplose sopra Čeljabinsk liberando l’energia di 25 bombe di Hiroshima. «Era troppo piccolo per essere visto in anticipo dai telescopi terrestri, e proveniva dalla direzione del Sole», ricorda Fast. L’onda d’urto danneggiò edifici in un raggio di 100 km² e ferì oltre 1.500 persone. Da quel momento uno dei mantra della difesa planetaria è diventato semplice: “se non lo vedi arrivare, non puoi deviarlo”.

Gli strumenti per scovare gli oggetti sfuggenti

Nonostante due decenni di ricerca sistematica, una parte dei Neo resta ancora invisibile. «Sappiamo di non aver ancora individuato tutti quelli potenzialmente pericolosi», dichiara Fast. La risposta a questo limite sarà Neo Surveyor, un telescopio spaziale a infrarossi che permetterà di rilevare gli oggetti più scuri e difficili da identificare dalla Terra. La missione è considerata un passo fondamentale per migliorare la catalogazione, soprattutto in vista del passaggio ravvicinato di Apophis nel 2029, quando l’asteroide sfiorerà la Terra a 31.600 km. Non rappresenterà una minaccia, ma verrà studiato come caso scuola per migliorare le tecniche di previsione e risposta.

Come scatta l’allarme e quali sono le soglie di rischio

La catena di allerta inizia con i telescopi automatici che setacciano il cielo in cerca di un “puntino” che si muove rispetto alle stelle fisse. Le coordinate vengono inviate al Minor Planet Center di Boston, che raccoglie i dati e coordina nuove osservazioni per definire meglio l’orbita. «Per gli asteroidi in grado di causare danni significativi la soglia è dell’1 per cento», spiega Fast. Sopra questa percentuale si attivano procedure di valutazione approfondita, mentre oltre il 10% scatterebbero comunicazioni ai governi e l’analisi immediata delle opzioni di deviazione.

Tre tecniche per cambiare il destino di un asteroide

Quando serve intervenire, le strategie disponibili sono tre. La tecnica più semplice è quella testata con la missione Dart: una sonda colpisce l’asteroide modificandone leggermente la traiettoria. L’alternativa è il trattore gravitazionale, cioè una massa artificiale che resta vicina all’oggetto e, con la sola gravità, ne altera l’orbita. Infine c’è l’approccio più scenografico, definito da molti l’“opzione hollywoodiana”: una detonazione nucleare nelle vicinanze dell’asteroide, non per frammentarlo ma per vaporizzarne una parte e spingerlo nella direzione opposta. «Non esiste una soluzione unica: dipende dall’oggetto, dalla sua struttura e dal tempo a disposizione», conclude Fast.

Link utili:

NASA

European Space Agency

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