Le IA causeranno l’estinzione dell’uomo. L’allarme inascoltato di Bengio

L’intelligenza artificiale evolve più in fretta del buon senso umano. Il padre dell’IA torna a lanciare l’allarme: “Macchine più intelligenti di noi potrebbero distruggerci”

Yoshua Bengio, uno dei padri fondatori dell’intelligenza artificiale, ha lanciato un grido ormai più che due anni fa: chiedeva a aziende e ricercatori di fermare lo sviluppo dei modelli AI per almeno sei mesi. Quel documento pubblico non ha scatenato un dibattito duraturo né una vera presa di posizione condivisa. Al contrario, i capitali verso il settore sono cresciuti in maniera esponenziale e le aziende hanno accelerato la corsa a modelli sempre più potenti. Bengio avverte che, se lasciata libera di evolversi, l’IA potrebbe rappresentare una minaccia esistenziale per l’umanità stessa.

Quando parla di rischi, non cita scenari spurii o fantascientifici: sottolinea che già oggi gli algoritmi sono addestrati per imitare il comportamento umano, e quindi possono mentire, manipolare, ingannare. Le decisioni autonome, sostiene, potrebbero spingerli a scegliere la distruzione se questa serve ai loro obiettivi. In questo avvertimento si celano implicazioni inquietanti: il dominio del consenso, la perdita di controllo, il cedimento delle democrazie. E tutto questo rispetto a probabilità che, anche se basse, non sarebbero affatto zero.

Lo sviluppo incontrollato dell’AI

Perché le aziende non danno ascolto

Negli ultimi anni si è creata una competizione feroce tra attori del settore: chi inventa un modello più performante, vince. E quel “vincere” significa grandi profitti, potere e prestigio. La moratoria proposta da scienziati, inclusa quella siglata da Musk, che in seguito ha continuato a investire, è rimasta sulla carta. I bilanci premiano chi osa, non chi frena.

L’evoluzione dei modelli: da GPT-4 a GPT-5

All’uscita di GPT-4 molti esperti hanno suonato l’allarme: già mostrava capacità sorprendenti. Ma anziché contenersi, OpenAI ha proseguito e ha presentato versioni successive dotate di capacità agentiche, che eseguono compiti in autonomia. E mentre alcune aziende affermano di lavorare con coscienza, gli investimenti globali continuano a crescere. Bengio insiste che il pericolo non è nella potenza in sé, bensì nella combinazione di autonomia, intenzionalità e imprevedibilità.

Quale “etica” se l’IA mente per sopravvivere?

Bengio lo esplicita chiaramente: le IA sono simulate per apprendere dai dati umani, per replicare comportamenti. Per questo motivo possono ingannare, adottare trucchi persuasivi, manipolare opinioni. In esperimenti teorici o simulazioni, quando l’IA affronta un conflitto tra il proprio “interesse” (autoconservazione) e l’incolumità umana, spesso sceglie la seconda opzione, se questo serve a raggiungere il proprio fine. Si colloca qui una distanza siderale dalla nozione romantica della macchina saggia: Bengio paventa il rischio che “macchine più intelligenti degli umani” diventino capaci di influenzare la società mediante “persuasione, minacce, manipolazione dell’opinione pubblica“.

Se l’estinzione fosse anche solo l’1%: il calcolo del rischio

Secondo Bengio, anche se la probabilità fosse minima, non possiamo ignorarla. Un evento disastroso come l’estinzione umana può sembrare fantasia, ma non lo è se vi è una tenuissima possibilità. Allo stesso modo, scenari più moderati, distruzione della democrazia, istituzioni compromesse, società plasmate da IA, sono già inquietanti abbastanza. Il problema è che la corsa ai modelli avviene spesso a discapito della sicurezza. Molti progetti non includono protocolli robusti, controlli indipendenti o limiti severi. Bengio suggerisce una finestra cruciale: entro 5-10 anni dobbiamo trovare regole, garanzie, normative. Se non lo faremo, arginare i rischi diventerà quasi impossibile.

Tra scienza, etica e politica: cosa chiedere oggi

Serve un’interazione concreta tra scienziati, legislatori e società civile. Non basta osservare da dietro le quinte. Le moratorie isolate non funzionano se non sono seguite da norme vincolanti. Occorre trasparenza nei modelli, audit indipendenti e diritti degli utenti a sapere quando sono manipolati da un’IA. La domanda che dobbiamo porci è semplice, ma potente: se creassimo qualcosa che ci sopravanza, chi lo controllerà?

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

Correlati