Abbiamo salvato l’ozono, ma ora il problema sono i PFAS

Il bando dei CFC ha risolto un’emergenza. I gas introdotti come alternativa stanno generando TFA, una molecola persistente che conosciamo ancora poco

Il bando globale dei CFC, i clorofluorocarburi usati per decenni in frigoriferi, spray e impianti di climatizzazione, ha segnato una svolta storica per l’ambiente. Quelle sostanze, una volta liberate nell’aria, salivano fino alla stratosfera e intaccavano lo strato di ozono, la sottile barriera che filtra le radiazioni ultraviolette più aggressive provenienti dal Sole. Eliminandole, il mondo ha rimesso in moto un meccanismo di protezione fondamentale. Ma ogni soluzione tecnica ha un rovescio meno evidente. I gas introdotti come alternativa hanno aperto un nuovo capitolo, meno spettacolare del “buco” dell’ozono ma legato a qualcosa di ancora più concreto: l’acqua.

Quel capitolo si chiama acido trifluoroacetico (TFA). È una molecola appartenente alla famiglia dei PFAS, composti sintetici noti per la loro straordinaria resistenza alla degradazione. Il TFA non viene prodotto deliberatamente in grandi quantità industriali: nasce in quota, come risultato finale della trasformazione atmosferica dei nuovi gas refrigeranti. Una volta formato, entra nel ciclo idrologico e ci resta. Pioggia dopo pioggia, fiume dopo fiume.

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Dal successo sull’ozono ai nuovi effetti collaterali

Il Protocollo di Montreal del 1987, ratificato praticamente da tutto il pianeta, ha imposto l’eliminazione progressiva dei CFC. I dati mostrano una riduzione netta del cloro in stratosfera e segnali concreti di recupero dello strato di ozono. È uno dei pochi casi in cui la cooperazione internazionale ha prodotto un risultato tangibile e misurabile.

Per sostituire i CFC sono arrivati prima gli HFC e poi gli HFO. Non contengono cloro, quindi non attaccano l’ozono. Dal punto di vista stratosferico la scelta ha funzionato. La chimica dell’atmosfera, però, non si ferma lì: quando questi composti si ossidano, producono TFA come residuo stabile.

I numeri che raccontano la crescita

Uno studio pubblicato su Geophysical Research Letters ha messo in fila i dati. Nel 2000 le deposizioni annue di TFA erano intorno alle 6.800 tonnellate. Nel 2022 hanno superato le 21.800. Più del triplo. Sommando anno dopo anno, si arriva a oltre 335.000 tonnellate accumulate sulla superficie terrestre in poco più di vent’anni.

Il TFA si forma in quota, si scioglie nelle nubi e ricade con le precipitazioni. Infiltra i suoli, raggiunge le falde, scorre nei bacini superficiali. Le simulazioni mostrano una presenza diffusa anche nelle regioni artiche, lontane dai grandi poli industriali. La distribuzione è globale, coerente con l’uso diffuso dei nuovi refrigeranti. Non si tratta di un picco isolato. La tendenza è costante.

Che cosa succede agli ecosistemi acquatici

Il TFA è classificato in Europa come dannoso per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata. In laboratorio, concentrazioni elevate possono influenzare la crescita di alghe e invertebrati. Nei pesci gli effetti emergono a livelli superiori rispetto a quelli normalmente riscontrati nelle acque naturali.

A differenza di PFAS più noti come PFOS o PFOA, il TFA non tende a concentrarsi nei tessuti animali. È molto solubile in acqua e questo limita la biomagnificazione lungo la catena alimentare. In altre parole, non stiamo parlando di un contaminante che si accumula nei pesci fino a raggiungere concentrazioni elevate nel piatto. Il punto critico è diverso: una pressione cronica e diffusa sugli ecosistemi acquatici.

E per la salute umana?

Ad oggi non esistono evidenze di una crisi sanitaria legata al TFA. Non è classificato come cancerogeno e non mostra le stesse dinamiche di accumulo dei PFAS a catena lunga. L’esposizione avviene principalmente attraverso l’acqua potabile e, in misura minore, tramite colture irrigate con acque contenenti la sostanza.

Le autorità ambientali tedesche lo definiscono “molto persistente e molto mobile” e hanno fissato un valore guida di 60 microgrammi per litro nell’acqua potabile. Nei Paesi Bassi il riferimento è più basso, 2,2 microgrammi per litro. La normativa europea include inoltre un parametro complessivo per i PFAS.

I livelli misurati restano in genere inferiori alle soglie considerate critiche. Il tema riguarda soprattutto l’esposizione nel lungo periodo e l’andamento delle concentrazioni nel tempo.

È davvero un’emergenza?

Il TFA è una molecola stabile, le concentrazioni sono in crescita e non esistono meccanismi naturali efficaci per eliminarlo su larga scala. Questo significa che ogni anno se ne aggiunge una nuova quota a quella già presente. Il problema oggi non esiste, ma serviranno ulteriori studi per capire le possibili conseguenze sul lungo periodo.

Una transizione da gestire con prudenza

Il ritorno ai CFC non è un’opzione. La loro eliminazione ha ridotto l’esposizione globale alle radiazioni ultraviolette e ha protetto salute ed ecosistemi. Ora la sfida consiste nel migliorare le alternative, valutando con attenzione gli effetti secondari. Alcuni Paesi stanno promuovendo refrigeranti naturali come ammoniaca o anidride carbonica, che non generano TFA. Parallelamente, cresce l’attenzione sul monitoraggio delle acque e sull’evoluzione delle concentrazioni nel tempo.

La storia del TFA fa intendere quanto sia delicato intervenire sulla chimica globale senza causare delle conseguenze. La ricostituzione dell’ozono resta una conquista, e questo è un fatto indiscutibile. La gestione dell’accumulo di sostanze persistenti nel ciclo dell’acqua rappresenta però il passo successivo, e richiede la massima attenzione.

A cura della Redazione GTNews

Link utili:
ACP – Atmospheric and watershed modelling of trifluoroacetic acid from oxidation of HFO-1234ze(E) released by prospective pressurised metered-dose inhaler use in three major river basins

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