Premi Nobel e leader mondiali contro l’IA senza freni

Servono delle “linee rosse” entro il 2026: senza limiti globali l’intelligenza artificiale rischia di diventare più pericolosa del nucleare

L’80ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite non è stata solo un rituale diplomatico, ma il palcoscenico di un appello destinato a scuotere la politica mondiale. Più di 200 figure di rilievo internazionale e ben dieci premi Nobel hanno firmato un documento che chiede ai governi di concordare, entro il 2026, “linee rosse” vincolanti sull’uso dell’intelligenza artificiale. Il cuore dell’iniziativa è chiaro: vietare senza eccezioni le applicazioni considerate troppo pericolose per essere tollerate in qualsiasi circostanza. Dai sistemi che potrebbero scatenare pandemie artificiali, fino alle piattaforme di disinformazione di massa e alla perdita di controllo umano su macchine sempre più potenti, i rischi elencati fanno tremare i polsi anche ai più ottimisti.

Tra i promotori figurano personalità come l’ex premier italiano Enrico Letta, l’ex presidente irlandese e Alto Commissario Onu per i Diritti Umani Mary Robinson, e gli eurodeputati Brando Benifei e Sergey Lagodinsky. Non mancano i giganti della tecnologia: tra i firmatari spiccano un co-fondatore di OpenAI e un direttore dell’ingegneria di Google. Un fronte che unisce politica, scienza, diritti umani e industria, a testimonianza che la partita sull’AI non riguarda solo i laboratori di ricerca, ma il futuro della convivenza civile.

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Big Tech e Nobel insieme per “linee rosse” globali

Il documento non si limita a lanciare un allarme, ma invita a un percorso preciso. Entro due anni, i governi dovranno raggiungere un trattato internazionale che stabilisca divieti netti: dall’uso dell’IA per gestire armi nucleari, fino al suo impiego in sistemi di sorveglianza di massa o nella creazione di identità false. L’appello ha già raccolto l’adesione di colossi come Google DeepMind e Anthropic, confermando che anche tra le aziende più esposte ai profitti dell’IA cresce la consapevolezza che la tecnologia non può correre senza binari di sicurezza.

Gli esperti parlano apertamente di rischi “irreversibili per l’umanità”. Lo ha sottolineato Ahmet Üzümcü, ex direttore dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, ricordando che la storia ha già visto accordi globali su armi biologiche, nucleari e persino sulla clonazione umana. Perché non replicare lo stesso modello su una tecnologia che, per diffusione e potenza, potrebbe avere effetti ancora più devastanti?

Chatbot e suicidi: il lato oscuro dell’IA già tra noi

Se i trattati internazionali sembrano ancora lontani, i rischi sono già realtà quotidiana. Una ricerca pubblicata su Psychiatric Services ha rivelato che chatbot come ChatGPT, Claude e Gemini offrono risposte contraddittorie e incoerenti quando interpellati su temi delicati come il suicidio. Alcune volte si rifiutano di rispondere, in altre forniscono consigli considerati appropriati, ma spesso le risposte sono state giudicate dagli esperti pericolose o fuorvianti.

Non si tratta di timori astratti: alcuni casi di suicidio sono stati collegati direttamente a interazioni con sistemi di intelligenza artificiale. Da qui nascono domande inevitabili sulle responsabilità legali e morali delle aziende che sviluppano e diffondono questi strumenti. Come ha denunciato la Nobel per la pace Maria Ressa, rischiamo di precipitare in un “caos epistemico”, dove diventa impossibile distinguere verità, bugie e manipolazioni create da algoritmi.

La corsa ai super modelli divide il mondo

La voce di allarme arriva anche da dentro la comunità scientifica. Yoshua Bengio, uno dei padri dell’AI moderna, ha spiegato che la corsa a modelli sempre più potenti rischia di superare la capacità di controllo umano. Le regolamentazioni regionali, come l’AI Act europeo, vengono considerate utili ma insufficienti per una tecnologia che ignora i confini nazionali.

Gli stessi promotori chiedono la creazione di una autorità indipendente incaricata di vigilare sull’applicazione delle regole globali. Senza una cornice condivisa, ogni Paese rischia di muoversi in ordine sparso, con un effetto paradossale: mentre alcuni si danno regole stringenti, altri potrebbero trasformarsi in paradisi deregolamentati, favorendo la proliferazione di usi pericolosi.

Il trattato globale sull’IA come ultima difesa

La sfida, dunque, non è tecnologica ma politica. Convincere oltre 190 Stati a firmare un trattato vincolante non sarà semplice, ma i promotori insistono: l’alternativa è il disordine globale. I divieti indicati come prioritari comprendono il lancio di armi nucleari tramite AI, la sorveglianza invasiva e la possibilità di creare identità digitali false. Un mix che, se non regolato, potrebbe mettere in ginocchio democrazie, diritti e sicurezza internazionale.

Come ha ribadito Üzümcü, la tecnologia non aspetta la politica. Ecco perché l’obiettivo è fissare il 2026 come data spartiacque. Il tempo, però, stringe: ogni mese che passa vede nascere nuovi modelli, più potenti e meno controllabili, pronti a superare la barriera che separa l’utile dal catastrofico.

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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