Riserve aurifere, l’Italia al terzo posto dopo Stati Uniti e Germania

Nei caveau 2.452 tonnellate d’oro, per un valore stimato intorno ai 300 miliardi di dollari

L’Italia è seduta su una montagna d’oro, ma non intende cederne neppure un grammo. Con le quotazioni ai massimi – l’oncia tocca i 4.187,02 dollari (+1,06 %) – molti Paesi si interrogano se vendere, svalutare o rivendere. Ma la Banca d’Italia ha tracciato una linea netta: i lingotti nei caveau non si toccano. E così, l’Italia si presenta come un modello da imitare, tanto che Spagna e Gran Bretagna stanno cercando di replicare la strategia di preservazione.

Il nostro Paese vanta la terza riserva aurifera mondiale (dopo Stati Uniti e Germania), con 2.452 tonnellate d’oro, per un valore stimato intorno ai 300 miliardi di dollari. Ciò rappresenta una presenza simbolica nel panorama nazionale ed internazionale. Il merito è di decenni di politica monetaria e previdente accumulo, che ha impedito che le riserve fossero erose da crisi, debiti o tentazioni di liquidità. La lezione italiana diventa per molti un caso-studio: è possibile usare l’oro come perno stabile, anziché come scialuppa di salvataggio.

Già oggi, direttive di politica monetaria e diplomazia economica guardano a Roma. E nella ridefinizione dell’ordine globale – con instabilità geopolitiche, rivalutazioni valutarie e il boom delle valute digitali – detenere un asset tangibile e sicuro come l’oro assume una nuova connotazione. In un mondo che cambia, l’Italia si muove restando ferma: un ossimoro che molti stanno iniziando a studiare.

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L’evoluzione dell’oro in Italia: storia e ripresa

Radici antiche e crolli del Novecento
Le riserve italiane non nascono da un giorno. Già in epoca etrusca, l’oro era oggetto di scambi e accumulazioni; nel corso dei secoli, l’Italia costruì un patrimonio che, durante la Seconda Guerra Mondiale, fu duramente messo alla prova. Le grandi giacenze – prima approssimativamente 120 tonnellate – furono quasi svuotate, riducendosi drasticamente a circa 20 tonnellate.

Ricostruzione e rinascita postbellica
Dopo il conflitto, l’Italia impostò una politica di recupero sistematico e guardingo: ogni lingotto acquistato o conservato era una vittoria contro l’instabilità finanziaria. Di fatto, il miracolo del boom economico contribuì ad assestare le riserve a livelli sempre più ragguardevoli. Negli anni Sessanta l’ammontare salì fino a 1.400 tonnellate. Negli anni Settanta, pur con crisi petrolifere e turbolenze monetarie, l’Italia continuò ad accumulare. Le banche centrali occidentali guardavano all’oro come un porto sicuro. In quei decenni, la strategia italiana non cedette a scelte emergenziali o tentativi di ricorso alle riserve per tappare buchi di bilancio.

I caveau di Palazzo Koch: scrigno del 75 % delle riserve

All’interno di Palazzo Koch, Roma, la Banca d’Italia custodisce la quota più rilevante delle riserve auree nazionali. Sono circa 871.713 monete d’oro, per un peso complessivo di circa 4,1 tonnellate, equivalenti al 75 % del totale ufficiale italiano.

Il dato è tanto significativo quanto sorprendente: l’Italia supera la media dell’area euro, dove la percentuale delle riserve fisiche si attesta a circa il 66,5 %. Oltre a Roma, quantità minori ma non trascurabili si trovano in sedi all’estero: Stati Uniti, Gran Bretagna e Svizzera.

«Quella decisione storica della Banca d’Italia appare sorprendentemente moderna», ha dichiarato Stefano Caselli, preside della SDA Bocconi. «Perché ci troviamo di nuovo lì», ha aggiunto. La scelta di non “toccare i lingotti” assume oggi valenza strategica, non solo simbolica.

Il “modello Italia” sotto esame: imitazioni e critiche

I critici del no-vendita
Vendere anche metà delle riserve d’oro, sostengono alcuni, contribuirebbe a ridurre il debito pubblico – oggi oltre i 3 trilioni di euro – ma Banca d’Italia e operatori del mercato respingono l’idea. Giacomo Chiorino (Banca Patrimoni Sella) afferma: «Vendere anche solo la metà delle riserve auree non risolverebbe comunque il problema del debito italiano.»

In un contesto dove stablecoin e criptovalute guadagnano terreno, Caselli sottolinea che oggi le banche centrali possiedono “l’asset più richiesto”: «Hanno ragione a non vendere». Spagna e Gran Bretagna, osservando da vicino, stanno già correndo ad accumulare riserve proprie, per proteggersi dal vento instabile dell’economia globale.

Strategia replicabile o sogno fragile?
Il modello italiano viene promosso come un esempio da imitare. Ma la sua replicazione non è semplice: richiede decenni di disciplina, autocontrollo e politica monetaria coerente. Non basta acquistare oro in massa e sperare che governi e mercati non intervenissero.
Chi volesse provarci deve farlo senza oscillazioni: vendite improvvise o spinte politiche avventate rischiano di distruggere credibilità e valore. Alla fine, la stabilità è più difficile da costruire che da distruggere.

L’oro resta intoccabile, la lezione è in corso

L’Italia ha scelto di mantenere ferma la propria riserva aurea, anche all’apice dei prezzi. La sua strategia oggi ispira altri Paesi, ma non è una formula semplice da copiare. Occorre voler resistere alle tentazioni del “liquido facile” anche quando la pressione è forte. Il cammino di Roma sarà osservato con attenzione: se la lezione resisterà all’usura del tempo, il “modello d’oro” potrà davvero diventare un paradigma globale in un mondo alla ricerca di certezze.

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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