L’IA avanza, ma il futuro deve restare nelle mani dell’uomo: l’intervista a Fabrizio Fiorentino

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Il co-founder di 2WATCH, una delle figure più dinamiche dell’innovazione italiana, invita a non temere la sostituzione: l’intelligenza artificiale, se usata bene, restituisce tempo, spazio mentale e nuove possibilità creative

L’intelligenza artificiale non rimpiazzerà l’uomo, ne amplificherà le idee”. È da questa convinzione che parte la visione di Fabrizio Fiorentino, co-founder di 2WATCH e tra le figure più dinamiche dell’innovazione italiana. Per lui il dibattito non ruota attorno alla “paura della sostituzione”, ma alla comprensione di un punto essenziale: l’IA è già ovunque, spesso nascosta dietro funzioni che consideriamo banali (dalle playlist del nostro tablet ai percorsi suggeriti dalle mappe, dai filtri fotografici agli algoritmi antifrode) e sta diventando un’estensione naturale dei nostri processi creativi e cognitivi. Fiorentino ribalta così la narrativa dominante: non una tecnologia che toglie, ma una che restituisce tempo, spazio mentale e possibilità. Ecco la nostra intervista esclusiva, in cui l’imprenditore spiega come l’IA stia già trasformando creatività, produzione e cultura digitale.

Quanto l’IA è già presente nelle nostre vite, anche quando non ce ne accorgiamo?

L’IA è già ovunque nelle nostre vite, spesso in modo invisibile. La trovi nei suggerimenti di Netflix e Spotify, nei feed social personalizzati, nei filtri delle fotocamere, nelle pubblicità che “magicamente” parlano proprio a te e persino nei sistemi antifrode delle banche. Quando scrivi una mail e il testo si auto-completa, quando Maps ti propone il percorso più veloce, quando l’assistenza clienti è semi-automatica: è sempre IA. Semplicemente, la percepiamo come “funzione comoda”, non come qualcosa di straordinario, ma sta già orientando abitudini, scelte di consumo e tempi di attenzione. Nel mondo della content production viene già utilizzata per ottimizzare la pre-produzione e la post-produzione e, da poco tempo, anche per alcune esigenze di produzione in film, serie tv, contenuti video per il web.

Hai più volte detto che “l’IA non uccide la creatività, la libera”. Premettendo che questa è una visione illuminata dell’IA, che andrebbe vista come strumento e non come sostituto dell’uomo, in che modo, concretamente, può diventare un amplificatore dell’intelligenza umana?

L’IA diventa davvero un amplificatore quando le assegniamo il ruolo di copilota e non di “sostituto del creativo”. Può generare bozze, moodboard, varianti di concept, analisi di dati e insight velocissimi, liberando tempo mentale per strategia, visione, storytelling e scelte valoriali. In 2WATCH Studio, la nostra unit di production 4.0. la usiamo come supporto alla creatività, non come sostituto e come valido alleato in tutte le fasi di produzione di un contenuto. sia esso statico, animato, testuale o sonoro. Il punto non è chiedere all’IA “cosa devo fare?”, ma “aiutami a fare meglio quello che voglio fare”. L’intelligenza resta umana, l’IA ne espande il raggio d’azione.

Nel lavoro quotidiano di 2WATCH, come state integrando i workflow basati su IA nella produzione di contenuti, video e format digitali?

Nel lavoro quotidiano di 2WATCH stiamo integrando l’IA lungo tutta la filiera del contenuto: dall’ideazione alla distribuzione. I workflow intervengono nella scrittura di script, nella creazione di storyboard, nella generazione di asset visivi, nel montaggio assistito e nell’adattamento dei contenuti a formati e piattaforme diverse. Usiamo l’IA anche per analizzare performance, leggere i dati delle community, individuare pattern e ottimizzare format in corso d’opera. Il risultato è che il team creativo e il team di produzione partono già da una base molto avanzata, che possono personalizzare, umanizzare e finalizzare con il loro tocco unico.

Esiste ancora, secondo te, una linea di confine tra contenuto umano e contenuto generato da IA, o stiamo andando verso una fusione dei due linguaggi?

Oggi una linea di confine tra contenuto umano e contenuto generato da IA esiste ancora, soprattutto per chi lavora nel settore e sa “vederla”. Ma si sta assottigliando rapidamente. Stiamo andando verso una realtà di contenuti ibridi, dove l’umano imposta visione, tono, valori e regia, e l’IA contribuisce su parti operative, visuali o strutturali. Dal punto di vista del pubblico, l’unica vera domanda sarà: “questo contenuto mi emoziona, mi diverte, mi è utile?”. Non tanto se è stato creato da una persona, da un modello o da entrambi. L’essere umano non perderà il suo modo di fare arte ma adesso ha un nuovo strumento con cui liberare la propria creatività.

In che modo un’azienda media italiana può “generare valore attraverso l’intelligenza artificiale”?

Per un’azienda italiana creare valore con l’IA non significa solo automatizzare e tagliare costi. Significa usare l’IA per conoscere meglio il proprio cliente, personalizzare comunicazione, servizio e prodotto, trasformare dati in decisioni rapide e fondate. Vuol dire anche ridurre sprechi di tempo su attività ripetitive, liberando risorse per innovazione e sviluppo. Chi saprà integrare l’IA nei processi commerciali, di marketing, customer care e prodotto, vedrà benefici in marginalità, fatturato e qualità percepita, non solo nell’efficienza. Siamo un periodo di transizione in cui è importante non solo il modo in cui viene integrata la tecnologia in azienda ma anche il modo in cui l’azienda decide di comunicarlo alle persone.

Può l’IA diventare un fattore di inclusione economica e sociale, non solo di efficienza produttiva?

Sì, l’IA può diventare un potente fattore di inclusione economica e sociale, se guidata bene. Può abbassare drasticamente le barriere d’accesso alla formazione, alla cultura, alla creatività e all’imprenditoria: con strumenti giusti, chiunque può avere un boost sulle proprie attività senza grandi investimenti iniziali. Può aiutare territori periferici, piccole realtà, persone senza reti o capitali a entrare nel gioco. Ma perché questo accada, servono politiche di accesso, alfabetizzazione digitale e un impegno chiaro a non concentrare tutto il potere tecnologico in poche mani.

Con 2WATCH siete al centro di una trasformazione che unisce gaming, intrattenimento e tecnologia. Come sta cambiando il modo di raccontare e intrattenere le nuove generazioni?

Con 2WATCH siamo dentro una trasformazione in cui intrattenimento e tecnologia smettono di essere mondi separati. Le nuove generazioni non si accontentano più di “guardare” un contenuto: vogliono giocarci, interagirci, commentarlo in tempo reale, entrarne a far parte. Il racconto diventa più frammentato, veloce, partecipativo e attraversa piattaforme diverse in maniera fluida. Noi progettiamo format e contenuti video che tengono conto di questa logica: contenuti nativi per specifiche community e piattaforme, alimentati da effetti visivi capaci di attirare immediatamente l’attenzione degli utenti.

Quali saranno, secondo te, i nuovi format del futuro, quelli che nasceranno dall’incontro tra creatività, intelligenza artificiale e partecipazione delle community?

I format del futuro saranno “vivi”, adattivi e co-creati. Vedremo storie che si modificano in base alle scelte del pubblico, creator virtuali e avatar generati anche con l’aiuto delle community, esperienze ibride tra live e narrazioni on demand. L’IA permetterà di generare varianti, scenari alternativi, mondi personalizzati per nicchie e sottoculture. Le community non saranno più solo pubblico, ma veri co-autori.

L’IA può essere un acceleratore straordinario, ma anche una potenziale minaccia. Qual è la tua visione etica e responsabile sul suo utilizzo?

L’IA è un acceleratore potente: può aiutare tantissimo, ma può amplificare anche errori, bias e usi scorretti. La mia visione etica parte da tre pilastri: trasparenza (dire quando e dove la usiamo), responsabilità (gli effetti sugli utenti, soprattutto i più giovani, vanno messi al centro) e controllo umano (nessuna delega totale ai sistemi). La tecnologia non può essere un alibi per scaricare la responsabilità e bisogna approfondire gli impatti che avrà su chi ne fruisce. Per questo abbiamo realizzato uno studio di neuromarketing in collaborazione con il laboratorio B-SIDE per misurare gli effetti degli spot IA sul cervello umano. I risultati sono molto interessanti: chi guarda un spot realizzato in IA prova le stesse emozioni di chi guarda uno spot “reale”, i neuroni specchio si attivano allo stesso modo ed il coinvolgimento emotivo ha un andamento molto simile.

Quali sono i principi guida che un’azienda dovrebbe adottare per usare l’IA in modo sostenibile e trasparente?

I principi guida per usare l’IA in modo sostenibile e trasparente, a mio avviso, sono almeno cinque.
Primo: essere chiari con utenti e clienti su dove entra l’IA nei processi.
Secondo: proteggere i dati, sia in termini di sicurezza sia di uso etico.
Terzo: mantenere sempre un decisore umano responsabile del risultato finale.
Quarto: progettare soluzioni inclusive, accessibili e non discriminatorie.
Quinto: misurare l’impatto, non solo in termini di efficienza, ma anche di effetti sulla cultura aziendale, sui lavoratori e sui clienti.

Ti spaventa l’idea di un mondo in cui l’intelligenza artificiale possa sostituire – non solo assistere – l’intelligenza umana?

Mi spaventa di più un mondo in cui smettiamo di esercitare pensiero critico che uno in cui l’IA diventa molto potente. L’idea di una sostituzione totale dell’intelligenza umana non è solo distopica, è anche poco realistica: creatività, empatia, giudizio morale e capacità di dare senso al mondo restano profondamente umane. Quello che può accadere, invece, è che per comodità deleghiamo troppo e senza farci domande. La sfida è educare persone e aziende a vedere l’IA come un “moltiplicatore” e non come una scorciatoia per non pensare. Sarà fondamentale che il Paese implementi un programma ben strutturato di alfabetizzazione digitale per proteggere i più “digitalmente fragili” da inganni, fake news, truffe e molto altro.

Oggi si parla molto di reskilling: quali nuove competenze dovremmo sviluppare per restare competitivi in un mondo dove l’IA è ovunque?

In un mondo dove l’IA è ovunque, le competenze chiave cambiano. Servono capacità di problem solving, pensiero critico, progettazione di processi e, soprattutto, la capacità di fare le domande giuste ai sistemi (prompting, ma non solo tecnico, anche concettuale). Diventano centrali le competenze ibride: visione, analisi del dato, creatività e business. E poi skill umane come comunicazione, gestione di team e visione strategica. In sintesi: meno ruoli puramente esecutivi, più “architetti di soluzioni” che usano l’IA come booster.

C’è chi sostiene che l’IA ci libererà dal lavoro ripetitivo, al momento le professioni maggiormente minacciate sembrerebbero esser quelle creative: che cosa ne pensi?

L’idea che le professioni creative siano le più minacciate è vera solo se riduciamo la creatività a “produrre output”. L’IA può replicare stile, generare immagini, testi, video, ma fa molta più fatica a costruire visioni, universi narrativi, linguaggi nuovi, posizionamenti di marca. Chi lavora in modo meccanico, ripetendo formule e trend, è sicuramente più esposto. Chi, invece, usa l’IA per sperimentare, prototipare, testare, amplificare idee e storie originali, diventerà ancora più strategico o come mi piace dire spesso utilizzando un termine del mondo gaming “andrà in God Mode”. La creatività non muore: cambia strumenti e responsabilità.

Se dovessi immaginare il 2030 dell’intelligenza artificiale, come lo descriveresti?

Il 2030 dell’IA lo immagino come qualcosa di pervasivo e silenzioso, un’infrastruttura di base come oggi è il Wi-Fi. Interagiremo naturalmente con sistemi intelligenti in casa, al lavoro, nei servizi pubblici, nell’intrattenimento. Non ci chiederemo più “sto usando l’IA?”, ma solo se un servizio è ben progettato, rispettoso e utile. La grande differenza la farà chi saprà dare a questa potenza una direzione valoriale, costruendo prodotti e contenuti che non siano solo efficienti, ma anche giusti, inclusivi e culturalmente interessanti.

E per 2WATCH, quale sarà il prossimo passo evolutivo nel rapporto tra tecnologia, contenuti e comunità?

“Per 2WATCH il prossimo passo evolutivo è consolidarci come editore e casa di produzione 4.0. in cui tecnologia, contenuti e audience si alimentano a vicenda. Significa sviluppare workflow proprietari di IA che permettano a brand, creator e aziende di generare contenuti già pronti all’uso, ma anche altamente personalizzabili. Significa ottimizzare tutte le fasi produttive offrendo prodotti visivi altamente ingaggianti con creatività inimmaginabili fino ad oggi e con tempi e costi più bassi rispetto a produzioni tradizionali. Significa anche creare media brand e canali tematici digitali pensati per essere adattati rapidamente a contesti diversi con l’aiuto dell’IA. E, soprattutto, significa dare all’audience un ruolo sempre più centrale: non solo spettatori, ma co-creatori e co-sviluppatori dei mondi narrativi che costruiamo”.

Che cosa ti entusiasma di più del futuro digitale che stiamo costruendo e cosa, invece, ti preoccupa davvero?

“Mi entusiasma l’idea di un futuro digitale in cui una persona con una buona idea può trasformarla in progetto, prodotto o contenuto senza barriere enormi di budget o competenze tecniche. La possibilità di democratizzare creatività, formazione e imprenditoria è enorme. Quello che mi preoccupa davvero è il rischio di creare un nuovo divario: tra chi sa usare questi strumenti e chi ne resta tagliato fuori, tra chi controlla l’infrastruttura tecnologica e chi la subisce. Per questo il vero terreno di gioco sarà l’educazione: formazione, consapevolezza ed etica nell’uso dell’IA. Sono curioso e cautamente preoccupato dell’inserimento dell’AGI (Intelligenza Artificiale Generale) all’interno delle nostre vite future, potrà essere una rivoluzione straordinaria, alla pari di Internet, ma anche una minaccia da tenere sotto controllo”.

La vera sfida dell’IA: responsabilità, cultura e inclusione

L’incontro con Fabrizio Fiorentino restituisce una fotografia nitida di ciò che l’intelligenza artificiale rappresenta davvero oggi: non una promessa futura, ma una realtà già profondamente intrecciata alle nostre vite. La differenza, però, non la farà la potenza dei modelli, bensì la maturità con cui li sapremo governare. Come ricorda Fiorentino, innovazione significa visione, consapevolezza e soprattutto responsabilità: trasparenza nei processi, protezione dei dati, controllo umano e una cultura digitale che non lasci indietro nessuno.

L’IA può diventare un acceleratore straordinario, capace di generare valore, inclusione e creatività come mai prima. Ma può anche amplificare divari, fragilità e distorsioni se non viene accompagnata da scelte politiche e formative all’altezza. È qui che si giocherà la vera sfida per il Paese: trasformare la tecnologia in un bene condiviso, comprensibile e utilizzabile da tutti. Perché l’innovazione non è solo questione di algoritmi, ma di persone. E il futuro, per quanto digitale, continuerà ad appartenere a chi saprà orientarlo con cultura, etica e intelligenza.

A cura di
Roberto Zonca

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