Groenlandia, Freedom City e bunker: chi c’è dietro il sogno di Trump

Dalle inchieste internazionali alle visioni radicali della Silicon Valley: ideologie e progetti sperimentali per ridisegnare il confine tra potere, tecnologia e democrazia

Gli Stati Uniti vogliono impossessarsi della Groenlandia. Non perché sia strategica per la sicurezza degli Usa, e ancora meno perché, in caso contrario, finirebbe inevitabilmente sotto l’influenza di Russia o Cina. La questione, secondo la ricostruzione proposta dal giornalista Giuliano Marrucci, fondatore di OttolinaTV, è un’altra: il presidente americano Donald Trump starebbe valutando un’operazione che risponderebbe agli interessi di un ristretto gruppo di multimiliardari da tempo attratti da quel territorio e dall’idea di trasformarlo in qualcosa di radicalmente nuovo.

L’argomento circola da mesi ed è stato al centro di numerose analisi giornalistiche. Non si parla di un semplice investimento immobiliare né di una strategia energetica convenzionale. La narrazione pubblica oscilla tra sicurezza nazionale, presunte minacce legate alla presenza di navi straniere nell’Artico e ipotetiche ricchezze minerarie nascoste sotto i ghiacci. Eppure, come risulta anche da archivi giornalistici internazionali richiamati nel video di Marrucci, non esistono dati certi sulle reali dimensioni di tali risorse, sui costi necessari per estrarle e sulla loro effettiva redditività.

Il punto centrale resta quindi aperto: cosa giustifica davvero un interesse così insistente per la Groenlandia? Le spiegazioni ufficiali appaiono frammentarie e non chiariscono perché proprio quell’isola, né perché in questa fase storica. In questo contesto prende forma l’ipotesi, avanzata da Marrucci nel suo video, che dietro la retorica geopolitica possa celarsi un progetto più ampio. Non tanto legato allo sfruttamento delle risorse, quanto alla possibilità di sperimentare modelli radicali di organizzazione sociale, economica e politica, difficilmente praticabili in contesti democratici consolidati.

Freedom City: la “libertà” nel racconto dei grandi donatori

Una possibile chiave interpretativa viene individuata facendo riferimento a un’inchiesta della Reuters, citata da Marrucci. Nell’aprile 2025, l’agenzia ha riportato che ricchi donatori avrebbero spinto Donald Trump a valutare la Groenlandia come sede potenziale di una Freedom City, letteralmente una “città della libertà”.

Nel lessico utilizzato da questo ambiente – come osserva Marrucci richiamando analisi critiche già emerse nel dibattito pubblico – il termine libertà non coincide necessariamente con diritti civili o partecipazione democratica. Viene piuttosto associato a libertà regolatoria, autonomia fiscale e riduzione dei vincoli ambientali e normativi, ovvero a contesti caratterizzati da un intervento statale minimo.

Il tema delle Freedom Cities, prosegue Marrucci, non rappresenta un episodio isolato. Si inserisce in una più ampia tradizione anarcho-capitalista sviluppatasi in settori dell’ecosistema tecnologico della Silicon Valley, dove una parte dell’élite imprenditoriale avrebbe immaginato e sponsorizzato territori sperimentali separati dal resto della società, utili a testare modelli economici estremi e a ridurre l’esposizione agli effetti delle crisi globali.

Reti, investitori e posizioni ideologiche

Nel suo video, Marrucci richiama alcune figure ricorrenti nel dibattito pubblico su questi temi. Tra queste compare Ken Howery, nominato ambasciatore in Danimarca durante l’amministrazione Trump. Howery è talvolta associato, nella letteratura giornalistica e nelle narrazioni mediatiche, a un gruppo informale di imprenditori della Silicon Valley noto con l’etichetta di PayPal Mafia, espressione usata per indicare una rete di ex dirigenti e investitori legati alle prime fasi di PayPal.

Un riferimento ideologico centrale, nel racconto di Marrucci, è Peter Thiel, che nel 2009 scrisse una frase divenuta oggetto di ampio dibattito: «democrazia e libertà non sono compatibili». Thiel ha teorizzato nel tempo comunità indipendenti, sganciate dagli Stati nazionali, fondate su una concezione radicale della libertà economica.

Secondo informazioni pubbliche citate nel video, Thiel figura oggi tra gli investitori di Praxis, un’impresa di urbanistica che ha raccolto oltre mezzo miliardo di dollari con l’obiettivo dichiarato di sviluppare una Freedom City. In alcune ricostruzioni, la Groenlandia viene indicata come uno dei territori potenzialmente presi in considerazione.

Accanto a Thiel compaiono altri nomi noti dell’ecosistema tecnologico e finanziario, inclusi investitori legati a Elon Musk e sostenitori di progetti come l’Hyperloop. «La colonizzazione della Groenlandia potrebbe essere l’alba di un nuovo destino manifesto», ha dichiarato uno di questi soggetti, come riportato nel video, presentandola come una tappa intermedia verso obiettivi più ambiziosi.

Dalla Groenlandia a Marte: il “prototipo” di Terminus

L’orizzonte evocato da alcuni promotori non si limita al pianeta Terra. «Prima di partire per Marte dobbiamo costruire un prototipo di Terminus sulla Terra, e credo che la Groenlandia sia il posto giusto», ha affermato Dryden Brown, cofondatore di Praxis, in una dichiarazione ripresa da Marrucci. Il riferimento è esplicito alla città marziana immaginata da Elon Musk come possibile nuovo inizio per l’umanità. In questa visione, la Groenlandia diventa un banco di prova: isolamento geografico, condizioni climatiche estreme e alto grado di controllo. Una prospettiva che, come osserva Marrucci, segnala una crescente distanza tra l’immaginario tecnologico dominante e le dinamiche sociali reali.

Douglas Rushkoff e il tema dei bunker

Un quadro più ampio viene offerto, nel video, dal lavoro di Douglas Rushkoff, teorico dei media e autore del libro La sopravvivenza del più ricco. Rushkoff racconta di essere stato invitato a tenere un intervento sul futuro della tecnologia in un resort di lusso, salvo scoprire che il pubblico era composto da soli cinque miliardari.

Le domande rivoltegli, secondo il suo racconto riportato da Marrucci, non riguardavano l’innovazione ma la sopravvivenza: quali regioni saranno meno colpite dalla crisi climatica, quanto durerà il collasso, come mantenere l’autorità sulle proprie forze di sicurezza dopo “l’evento”, termine con cui indicavano genericamente uno scenario apocalittico.

Uno degli interlocutori, riferisce Rushkoff, aveva quasi completato la costruzione di un bunker sotterraneo. Non un rifugio spartano, ma una struttura pensata per durare nel tempo e garantire comfort, controllo e isolamento.

L’industria della fuga e l’“equazione dell’isolamento”

Queste preoccupazioni hanno già generato un mercato. Esistono aziende che costruiscono rifugi anti-tornado da decine di migliaia di dollari e bunker extra-lusso da 10 milioni di dollari, dotati di piscina, palestra e cinema. Altre riconvertono ex depositi militari della Guerra Fredda in residenze sotterranee a prova di catastrofe.

Rushkoff parla di “equazione dell’isolamento”: riusciranno gli ultraricchi ad accumulare abbastanza risorse da potersi separare definitivamente dalla realtà che contribuiscono a creare? Il punto, osserva, non è solo prepararsi a una catastrofe, ma costruire un “pianeta B”, anche in assenza di un evento apocalittico.

Tecnoutopia, riduzionismo digitale e concentrazione del potere

Dalla realtà virtuale all’upload della coscienza, molte promesse della tecnoutopia non si sono realizzate. Rimane però l’ideologia che le sostiene: il riduzionismo digitale, secondo cui l’essere umano sarebbe assimilabile a un algoritmo complesso.

Questa visione, diffusa tra i techno-entusiasti della Silicon Valley e rafforzata da narrazioni come i TED Talk, fornisce una giustificazione culturale a progetti che concentrano potere e risorse. L’industria digitale cresce rapidamente, spesso senza modelli di business sostenibili, ma con capitalizzazioni tali da influenzare governi, legislazioni fiscali e diritti del lavoro.

Il risultato è una concentrazione di potere senza precedenti che, come mostrano numerosi studi citati nel dibattito, tende a ridurre l’empatia e a favorire comportamenti socialmente disfunzionali.

Oltre la distopia: una questione democratica

La prospettiva che emerge non appartiene alla fantascienza. È una critica strutturata a un modello di sviluppo che, in nome dell’innovazione, rischia di legittimare l’idea di abbandonare il resto della società. Contro questa deriva, l’alternativa indicata da molti osservatori è rafforzare spazi di informazione, controllo democratico e partecipazione capaci di dare voce alla maggioranza.

A cura della Redazione GTNews

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OttolinaTV – La non TV che dà voce al 99%

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