Matthew LaCroix mette in relazione Giza, Göbekli Tepe, il lago Van, Tiwanaku e la Cambogia. Le somiglianze esistono, ma le datazioni archeologiche raccontano una storia molto diversa
LA NOTIZIA IN BREVE – Una civiltà avanzata sarebbe esistita già 38-40 mila anni fa, lasciando lo stesso codice geometrico dall’Anatolia all’Egitto, dalla Cambogia alle Ande. È la teoria di Matthew LaCroix, ricercatore indipendente che confronta grandi strutture a T, piramidi a gradoni, tre porte affiancate e altri simboli raccolti nell’Ancient Code Database. Le somiglianze sono reali e in alcuni casi sorprendenti: Göbekli Tepe conserva giganteschi pilastri a T, mentre geometrie analoghe compaiono a Giza, nell’area del lago Van, a Tiwanaku e in diversi siti asiatici. Il problema è la cronologia. Göbekli Tepe risale a circa 11 mila anni fa, Giza al III millennio a.C., Tiwanaku al primo millennio d.C. LaCroix ipotizza che tutti derivino da un sapere molto più antico, ma finora manca una prova archeologica capace di collegare quei simboli a una civiltà vissuta 40 mila anni fa. Le forme esistono; ciò che resta da dimostrare è che abbiano davvero un’unica origine.
Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento
L’APPROFONDIMENTO – Una civiltà capace di lasciare lo stesso codice geometrico dall’Anatolia all’Egitto, dalla Cambogia alle Ande, sarebbe esistita già 38-40 mila anni fa. È la teoria proposta da Matthew LaCroix, autore e ricercatore indipendente che da anni studia monumenti, testi antichi e tradizioni esoteriche. Il suo indizio principale nasce dal confronto fra forme: grandi elementi a T, piramidi a gradoni, tre porte affiancate, croci e strutture geometriche che LaCroix sostiene di aver riconosciuto in siti lontanissimi tra loro, ma in qualche modo collegati. Nel 2026 ha riunito molte di queste comparazioni nell’Ancient Code Database, presentandole come tracce di un sistema di conoscenze sopravvissuto alla scomparsa di una civiltà remota.
La teoria è suggestiva, soprattutto perché parte da monumenti reali e, in alcuni casi, straordinariamente antichi. Göbekli Tepe possiede davvero enormi pilastri a forma di T. A Giza esistono piramidi, templi e planimetrie nelle quali LaCroix individua configurazioni analoghe. Forme a gradoni ricorrono nell’area del lago Van, a Tiwanaku e in diversi complessi religiosi asiatici. Il punto decisivo arriva quando quelle somiglianze, abbastanza numerose da spingere LaCroix a escludere la semplice coincidenza, vengono interpretate come frammenti dello stesso codice e, soprattutto, come l’eredità di una medesima cultura vissuta decine di migliaia di anni prima delle civiltà alle quali l’archeologia attribuisce quei monumenti. Le prove oggi disponibili portano spiegazioni diverse rispetto all’interpretazione di LaCroix.
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Tutto comincia da una fotografia della Sfinge
LaCroix racconta di aver intuito una verità diversa da quella nota a tutti soltanto nel novembre 2025, mentre osservava una fotografia del Tempio della Sfinge. Una foto come tante, che aveva già visto molte altre volte. Nella pianta dell’edificio sostiene di aver riconosciuto una forma particolare: una sorta di piramide a gradoni rovesciata, incompleta o danneggiata. Da quella geometria ha ricominciato a guardare Giza. Nel Tempio della Sfinge, nel Tempio a Valle e nei complessi attribuiti a Chefren e Micerino individua T, strutture speculari, gradoni e sequenze di tre elementi. Per un archeologo possono essere caratteristiche costruttive appartenenti a edifici diversi, ma nella lettura di LaCroix sono diventate parti di uno stesso linguaggio.
È il nucleo dell’Ancient Code. Una piramide a gradoni rivolta verso l’alto indicherebbe il mondo fisico; quella invertita rimanderebbe a una dimensione metafisica. Le tre porte segnerebbero il passaggio fra diversi livelli dell’esistenza. La T occuperebbe la posizione centrale, quella dell’equilibrio e dell’axis mundi, l’asse che unisce ciò che sta sopra con ciò che sta sotto. Poi altri segni: la Chakana andina, coppie di pilastri, croci solari, alberi della vita. LaCroix li mette uno accanto all’altro e prova a ricavarne un linguaggio comune a civiltà distinte. Il risultato è quello che chiama cosmogramma: una rappresentazione geometrica dell’universo, diviso in piani diversi ma collegati fra loro. Popoli separati da migliaia di chilometri e da millenni di storia avrebbero continuato a riprodurre pezzi di questo schema, talvolta conservandone il significato, talvolta trasformandolo.
Lo stesso LaCroix, però, introduce un limite nel proprio database, e lo fa scrivendo che la presenza di un simbolo non basta a dimostrare l’esistenza di una civiltà perduta e che l’inserimento di una forma nel catalogo indica soltanto una ricorrenza degna di confronto.
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Göbekli Tepe: qui le T non sono interpretazioni
A Göbekli Tepe, nell’odierna Turchia, le grandi T esistono davvero. Non sono linee disegnate sopra una fotografia né particolari ricavati da una planimetria. Sono pilastri monumentali in calcare, alcuni alti più di cinque metri, scolpiti con animali, mani, cinture e altri elementi che suggeriscono anche una rappresentazione antropomorfa. Quando il sito cominciò a rivelare la propria età, la scoperta fece già abbastanza rumore senza bisogno di scomodare ipotetivhe civiltà perdute.
L’UNESCO colloca le principali strutture fra il 9600 e l’8200 a.C.. Furono quindi costruite da comunità di cacciatori-raccoglitori molto prima delle piramidi egizie, delle città mesopotamiche e delle grandi società statali dell’età del Bronzo. Per LaCroix è un tassello fondamentale. I pilastri centrali di Göbekli Tepe ricorderebbero forme che riappaiono altrove, comprese quelle di Pumapunku, in Bolivia, e alcuni elementi nei siti dell’area del lago Van.
La cronologia, però, rimane “ostinata”. Göbekli Tepe ha circa 11 mila anni, mentre la civiltà ipotizzata da LaCroix ne avrebbe almeno 38 mila. Nel mezzo restano più di 25 mila anni durante i quali quel codice avrebbe dovuto sopravvivere. Niente di impossibile, ma trovarne le tracce è tutt’altra storia.
Domande e risposte
Altri chiarimenti su chi è Matthew LaCroix, come nasce l’Ancient Code e quale valore scientifico hanno le sue interpretazioni.
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Profilo
Matthew LaCroix è un archeologo?
Nelle fonti pubbliche consultate LaCroix non viene presentato come archeologo accademico. Nel proprio sito si definisce autore, ricercatore, documentarista e insegnante, impegnato da anni nello studio delle civiltà perdute, dell’architettura megalitica, dei testi antichi e delle tradizioni simboliche.
Questo non impedisce di svolgere ricerche comparative o di partecipare a spedizioni sul campo, ma è utile distinguere la sua attività da quella di un archeologo che dirige scavi stratigrafici nell’ambito di un’università o di un ente scientifico.
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Metodo
Che cosa intende LaCroix quando afferma di aver “decifrato” un antico codice?
Non si tratta della decifrazione di una scrittura nel significato usato dagli archeologi e dai linguisti. LaCroix confronta forme geometriche, disposizioni architettoniche e simboli presenti in culture diverse e attribuisce loro un significato comune all’interno del proprio modello, chiamato Ancient Code.
Non esiste, quindi, l’equivalente di una Stele di Rosetta che permetta di tradurre quei segni attraverso un testo bilingue o una chiave indipendente. Il “codice” è una ricostruzione interpretativa basata soprattutto sulle ricorrenze che LaCroix ritiene significative.
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Verifica scientifica
La teoria di Matthew LaCroix è stata pubblicata su riviste scientifiche sottoposte a peer review?
Nelle fonti pubbliche verificate non risulta una pubblicazione archeologica sottoposta a peer review che dimostri l’esistenza dell’Ancient Code o della civiltà di 38-40 mila anni fa. LaCroix presenta le proprie conclusioni soprattutto attraverso libri, il suo sito, database, documentari, conferenze e podcast.
L’assenza di una pubblicazione scientifica non dimostra automaticamente che un’ipotesi sia falsa. Significa però che la teoria, allo stato attuale, non dispone di quella forma di verifica indipendente nella quale metodo, dati e conclusioni vengono esaminati da altri specialisti prima della pubblicazione.
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Ricerca sul campo
LaCroix ha effettuato scavi archeologici nei luoghi che collega alla civiltà perduta?
Il materiale pubblico documenta viaggi di ricerca, sopralluoghi e spedizioni sul campo, ma questo non equivale a dirigere uno scavo archeologico. LaCroix riferisce di aver svolto indagini in Turchia, Egitto, Cambogia, Perù e Bolivia e ha partecipato anche alla documentazione delle strutture sommerse del lago Van insieme ad altri ricercatori.
Nelle fonti consultate non emerge però una campagna stratigrafica diretta da LaCroix che abbia prodotto una datazione archeologica dei monumenti a 38-40 mila anni fa. Ed è proprio una datazione ottenuta da un contesto controllato che avrebbe un peso molto maggiore rispetto al solo confronto fra forme.
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Database
L’Ancient Code Database è una banca dati archeologica indipendente?
No: è un progetto ideato e curato dallo stesso Matthew LaCroix. Il database raccoglie fotografie, planimetrie e confronti fra simboli e architetture secondo criteri dichiarati dall’autore, che considera ricorrenza geografica, geometria, contesto rituale e possibili collegamenti con altri elementi del codice.
Lo stesso ACD precisa che l’inserimento di un simbolo nel catalogo non dimostra che abbia avuto origine da una civiltà perduta. Il database può quindi essere utilizzato come raccolta comparativa; l’interpretazione secondo cui quelle forme discenderebbero da un unico sistema antico resta invece la tesi da verificare.
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Prove
Quale scoperta potrebbe trasformare la teoria di LaCroix in una prova archeologica concreta?
Servirebbe soprattutto un reperto databile e trovato in un contesto archeologico sicuro. Per esempio, un edificio, un manufatto o una sequenza di simboli riconducibili chiaramente al presunto codice e collocati mediante stratigrafia e metodi di datazione indipendenti a circa 38-40 mila anni fa.
Ancora più importante sarebbe trovare una successione di testimonianze intermedie capace di seguire quel linguaggio attraverso epoche e regioni diverse. In questo modo si potrebbe distinguere una vera trasmissione culturale dalla possibilità che forme semplici, come T, gradoni o croci, siano comparse indipendentemente in civiltà lontane.
Sul lago Van LaCroix cerca la sua Stele di Rosetta
Il viaggio continua nell’est della Turchia. Attorno al lago Van, LaCroix concentra buona parte della sua ricerca su siti come Kef Kalesi, Ayanis e Çavuştepe. Kef Kalesi occupa un posto particolare. In alcuni rilievi il ricercatore vede comparire quasi tutto il suo repertorio: gradoni, piramidi rovesciate, forme a T, figure alate, alberi della vita, coppie di pilastri. Sul proprio sito arriva a presentare il complesso come una possibile “Stele di Rosetta” dell’Ancient Code.
Guardando i confronti fotografici si capisce perché quel materiale lo abbia colpito. Alcune somiglianze sono evidenti e immediate. Ma Kef Kalesi ha anche una storia archeologica piuttosto precisa. Gli scavi la collocano nel mondo urarteo, durante il regno di Rusa II, nel VII secolo a.C. Lo stesso vale per altri grandi complessi della regione. Ad Ayanis il legame è ancora più evidente: un’iscrizione monumentale nomina Rusa II e collega direttamente il tempio al sovrano. Archeologia, ceramiche, iscrizioni e analisi dei materiali raccontano quindi una vicenda molto più recente rispetto ai 38-40 mila anni proposti per l’origine del codice.
LaCroix lascia aperta un’altra possibilità: quei popoli potrebbero avere riutilizzato simboli molto più antichi. Succede spesso. Le civiltà, e le religioni, riusano pietre, santuari, divinità, immagini. A volte cambiano loro significato, altre volte le incorporano quasi intatte. Per spostare la storia fino al Paleolitico, però, bisognerebbe trovare almeno uno di quei simboli in un contesto databile a quell’epoca. Al momento mancano prove che supportino tale teoria.
Anche le strutture sommerse individuate nel lago Van e finite nelle ricerche di LaCroix non risolvono il problema. La loro origine e la loro cronologia restano oggetto di studio. Finché non esiste una datazione affidabile, possono alimentare una domanda, non chiuderla.
Perché la Sfinge finisce 38 mila anni indietro
È a Giza che la teoria compie il salto più radicale. LaCroix parte dall’orientamento della Sfinge verso est e dall’idea che la figura del leone fosse legata alla costellazione del Leone. Introduce quindi la precessione dell’asse terrestre, il lento movimento che nel corso dei millenni cambia la posizione apparente delle stelle rispetto agli equinozi. Seguendo questa ricostruzione individua più di una possibile corrispondenza astronomica. La più antica porta indietro di circa un intero ciclo precessionale e conduce, secondo i suoi calcoli, verso 38 mila anni fa.
Ma come è arrivato a quella datazione? Il ricercatore avrebbe fatto una ipotesi basandosi esclusivamente da una interpretazione: la Sfinge dovrebbe rappresentare un leone, essere stata progettata in rapporto alla costellazione del Leone e conservare ancora l’orientamento necessario a ricostruire quel rapporto. Se queste premesse sono corrette, il ragionamento può essere sviluppato, diversamente il risultato è privo di qualsiasi elemento logico.
Gli archeologi che lavorano a Giza dispongono intanto di un’altra serie di indizi. Le ricerche dell’Ancient Egypt Research Associates hanno studiato le cave, il Tempio della Sfinge, il Tempio a Valle e le relazioni fra gli strati di roccia. Alcuni enormi blocchi utilizzati nei templi provengono dalla stessa area scavata per liberare il corpo della Sfinge. La sequenza dei lavori porta alla IV dinastia, circa 4.500 anni fa, e collega con buona probabilità la Sfinge al complesso monumentale di Chefren. Anche le analisi al radiocarbonio effettuate su materiali provenienti dalle piramidi restano nell’ordine del III millennio a.C., pur con oscillazioni fra un campione e l’altro. Poco più a sud, gli insediamenti dei lavoratori hanno restituito enormi quantità di ceramica attribuite alla stessa epoca. Per portare Giza nel Paleolitico servirebbe qualcosa capace di scardinare contemporaneamente molte evidenze… forse troppe.
Poi il codice attraversa l’oceano
A Tiwanaku, in Bolivia, cambiano il paesaggio e la civiltà, ma secondo LaCroix le forme sono pressoché identiche. A Pumapunku osserva i famosi blocchi a H, le porte monumentali, le geometrie rettilinee e gli elementi a gradoni. Alcuni entrano naturalmente nel suo schema.
Il sito impressiona ancora oggi per la qualità della lavorazione della pietra. Non occorre attribuirgli tecnologie misteriose per riconoscerne la raffinatezza. I costruttori di Tiwanaku sapevano tagliare, levigare e montare grandi blocchi con tecniche notevoli. La datazione accettata, però, è ancora una volta molto più recente. L’UNESCO colloca lo sviluppo urbano di Tiwanaku fra circa il 400 e il 900 d.C., con il massimo splendore tra il V e il IX secolo.
Dalle Ande LaCroix passa poi all’Asia. In Cambogia mette a confronto edifici di Phnom Krom, Phnom Bakheng e Baphuon. Ritrova ancora disposizioni ternarie, gradoni e rapporti geometrici che considera coerenti con il cosmogramma. Alcuni di questi siti li ha esaminati direttamente.
Ma Angkor e i grandi monumenti khmer appartengono soprattutto al periodo compreso fra il IX e il XV secolo d.C. e mostrano legami storici e religiosi ben documentati con l’India, poi sviluppati in forme proprie della civiltà cambogiana.
Una somiglianza non basta
Quando una somiglianza smette però di esser una semplice somiglianza per trasformarsi in parentela? Per parlare dell’esistenza di un codice comune si deve mostrare un percorso che quello stesso codice avrebbe seguito. Una forma geometrica semplice può nascere più volte. Il gradone, per esempio, potrebbe essere la soluzione pratica ad una esigenza venutasi a creare in aree geograficamente anche molto lontane, come quella di salire e di costruire in altezza. E lo stesso vale per una T o per tre aperture, che possono avere significati religiosi come anche rispondere alla semplice simmetria di una facciata.
Con questo non vogliamo dire che ogni somiglianza sia semplicemente una casualità, ma che una somiglianza da sola può non bastare.
Quarantamila anni fa non eravamo affatto “primitivi”
Respingerne la cronologia non significa però immaginare gli uomini di 40 mila anni fa come creature incapaci di progettare, comunicare o costruire sistemi simbolici. Quell’immagine è stata superata da tempo.
Homo sapiens era già presente in diverse regioni dell’Eurasia. Produceva utensili sofisticati, ornamenti, strumenti in osso. Dipingeva, incideva, scolpiva. Le ricerche nelle grotte europee hanno restituito alcune fra le più antiche opere figurative conosciute. Animali, figure umane, creature ibride. Oggetti piccoli, ma capaci di dimostrare che il pensiero simbolico complesso esisteva già.
A Ranis, in Germania, resti attribuiti a Homo sapiens hanno documentato una presenza umana risalente a circa 45 mila anni fa, in condizioni climatiche molto rigide. Il problema della teoria di LaCroix non è quindi stabilire se i nostri antenati fossero “abbastanza intelligenti”. Certamente lo erano, ma non a sufficienza per lasciare tracce materiali proporzionate: insediamenti, cave, strumenti, resti di edifici, monumenti, strade, rifiuti, sepolture, oggetti scambiati. E di una civiltà globale risalente a 38-40 mila anni fa, al momento, non abbiamo ancora trovato nulla.
Il confronto proposto da LaCroix continua comunque ad affascinare, ma servono indizi e prove che supportino quella che resta una tesi. Basterebbe un ritrovamento forte a cambiare la discussione, ma al momento quel reperto (un manufatto, un edificio o uno strato archeologico collegabile senza ambiguità a quel codice) non è stato ancora ritrovato.
Link e fonti
Risorse per approfondire la teoria di Matthew LaCroix e confrontarla con le datazioni archeologiche dei principali siti citati.
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Fonte della teoria
Ancient Code Database
Il database nel quale LaCroix raccoglie e confronta forme a T, piramidi a gradoni, porte, croci e altre geometrie che considera parti di un antico sistema simbolico comune.
Consulta il database -
Göbekli Tepe
Göbekli Tepe – UNESCO World Heritage Centre
La scheda ufficiale descrive i recinti monumentali e i caratteristici pilastri a T, collocando le strutture principali fra il 9600 e l’8200 a.C.
Consulta la scheda UNESCO -
Giza
Who Built the Sphinx?
Le ricerche AERA ricostruiscono i rapporti fra la cava della Sfinge, il Tempio della Sfinge e il Tempio a Valle, collegando il complesso alla IV dinastia.
Consulta la ricerca -
Datazioni
How Old Are the Pyramids?
Approfondimento sulle datazioni al radiocarbonio di materiali associati alle piramidi e sul loro rapporto con la cronologia dell’Antico Regno.
Consulta l’approfondimento -
Tiwanaku
Tiwanaku: Spiritual and Political Centre of the Tiwanaku Culture
La documentazione UNESCO offre il quadro storico e archeologico di Tiwanaku, uno dei siti sudamericani messi in relazione da LaCroix con il presunto codice geometrico.
Consulta la scheda UNESCO -
Cambogia
Angkor – UNESCO World Heritage Centre
La scheda UNESCO ricostruisce il contesto storico dei grandi complessi della civiltà Khmer citati nei confronti proposti da LaCroix.
Consulta la scheda UNESCO
Note per i lettori
L’immagine usata per questo articolo è stata creata grazie all’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale
