Viaggio a Karnak, nella casa di Amon: il tempio che trasformò pietra, luce e potere in un universo

Per oltre duemila anni faraoni, sacerdoti e conquiste riscrissero il cuore sacro di Tebe, lasciando un archivio monumentale della civiltà egizia

LA NOTIZIA IN BREVE Karnak, nell’antica Tebe, fu molto più di un tempio: per oltre duemila anni rappresentò il cuore religioso, politico ed economico dell’Egitto. Esteso su oltre cento ettari, il complesso ospitava i santuari della triade tebana – Amon, Mut e Khonsu – insieme a edifici dedicati ad altre divinità. Il nucleo più antico risale al Medio Regno, ma fu durante il Nuovo Regno che il recinto di Amon-Ra raggiunse la massima grandezza, trasformandosi in una vera città sacra.

Piloni monumentali, obelischi, cortili, cappelle, il lago sacro e la Grande sala ipostila con 134 colonne traducevano in pietra la cosmologia egizia. L’architettura conduceva dalla luce esterna verso l’oscurità del santuario, dove la statua del dio riceveva offerte e rituali quotidiani. Ogni faraone ampliò o modificò il complesso, lasciando iscrizioni e monumenti destinati a rafforzare il proprio legame con Amon e la propria legittimità. Oggi gli archeologi ricostruiscono questa storia attraverso scavi, epigrafia, analisi architettonica e modelli digitali. Karnak conserva certezze, interpretazioni solide e questioni ancora aperte, mentre UNESCO e missioni internazionali lavorano per proteggerlo da erosione, sali, falda e pressione turistica.

KARNAK · ANTICA TEBE

Dentro la casa di Amon

Seleziona i punti sulla fotografia per attraversare il cuore religioso dell’antico Egitto.

IL RECINTO DI AMON-RA Un tempio costruito per oltre duemila anni
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IL CONFINE SACRO

L’ingresso trasformava il viaggio in un rito

Il percorso processionale conduceva dal Nilo al grande recinto. Superare il primo pilone significava abbandonare lo spazio degli uomini ed entrare nel dominio di Amon e della Maat, l’ordine che reggeva il cosmo.

100+ ettari
2.000 anni di lavori
Inizio del percorso
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ARCHITETTURA DEL POTERE

Ogni pilone aggiungeva una nuova soglia

I faraoni ampliarono il santuario costruendo davanti agli edifici precedenti. Le grandi porte trapezoidali proteggevano il luogo sacro e trasformavano Karnak in un archivio monumentale della monarchia.

10 piloni
2 assi rituali
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LA FORESTA DI PIETRA

La sala ipostila ricreava la nascita del mondo

Le colonne imitavano giganteschi papiri. Le dodici strutture della navata centrale superavano i venti metri e ricevevano luce dall’alto, mentre le zone laterali restavano immerse nella penombra.

134 colonne
≈5.000 metri quadrati
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IL SOLE NEL GRANITO

Gli obelischi trasformavano la luce in potere

Hatshepsut fece innalzare due monoliti di granito rosso proveniente da Assuan. La loro forma richiamava il raggio solare e proclamava il rapporto diretto tra la sovrana, Amon e l’ordine cosmico.

≈30 m altezza
Assuan granito rosso
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IL CUORE NASCOSTO

Nel buio del santuario abitava Amon

Il pavimento saliva, il soffitto si abbassava e la luce diminuiva. Nel settore più riservato si custodivano l’immagine divina e la barca processionale, raggiunte soltanto dal faraone e dai sacerdoti autorizzati.

Buio spazio divino
Ogni giorno offerte rituali
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LE ACQUE PRIMORDIALI

Il lago sacro purificava uomini e tempio

I sacerdoti utilizzavano l’acqua per prepararsi alle cerimonie. Il bacino evocava il Nun, l’oceano primordiale dal quale, secondo la cosmologia egizia, emerse la prima terra.

Nun oceano originario
Acqua purificazione

Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento

L’APPROFONDIMENTO – Karnak occupava oltre cento ettari sulla riva orientale del Nilo e riuniva diversi recinti sacri dedicati ad Amon-Ra, Mut, Montu, Khonsu, Ptah e ad altre divinità. Definirlo semplicemente un tempio rischia di ridurne la portata: era una città religiosa, un centro economico, un archivio monumentale della monarchia e uno dei più grandi complessi cultuali costruiti nell’antichità. Il suo nucleo sorse almeno durante il Medio Regno, attorno al XX secolo a.C., ma generazioni di sovrani continuarono a trasformarlo fino all’età greco-romana. Ogni costruzione aggiunse una pagina alla storia dell’Egitto, mentre demolizioni, usurpazioni e riutilizzi ne cancellarono o riscrissero altre.

Che cosa rende Karnak diverso dagli altri templi egizi?

Karnak non nacque da un progetto unitario. Crebbe come un organismo architettonico, adattandosi ai cambiamenti politici, religiosi ed economici dell’Egitto. Un faraone poteva costruire un nuovo pilone davanti all’ingresso esistente, ampliare un cortile, spostare una cappella, sostituire un santuario o smontare un edificio più antico per usarne i blocchi come riempimento.

Questa stratificazione rende il sito prezioso, ma anche molto difficile da interpretare. Le strutture visibili appartengono a epoche diverse e spesso inglobano elementi precedenti. I ricercatori devono quindi leggere muri, fondazioni, giunti, iscrizioni e tracce di scalpellatura come gli strati di un enorme archivio di pietra. Il complesso comprendeva il grande recinto di Amon-Ra, quello di Mut a sud, il recinto di Montu a nord e l’area orientale dove Akhenaton costruì edifici dedicati ad Aton, in seguito quasi completamente smantellati. Il tempio principale veniva chiamato Per-Amun, “casa di Amon”, perché gli Egizi consideravano il santuario la dimora terrestre del dio.

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Quando cominciò la storia della casa di Amon?

Le prove più solide riconducono il primo grande edificio conosciuto a Sesostri I, faraone della XII dinastia, che regnò all’inizio del II millennio a.C. Il sovrano costruì un tempio in calcare dedicato ad Amon-Ra, forse sopra un santuario precedente più piccolo. Di quella struttura rimangono soprattutto soglie di granito, un altare di calcite e blocchi recuperati in edifici successivi.

Gli studiosi hanno proposto ricostruzioni diverse del tempio di Sesostri I. Una delle ipotesi gli attribuisce una pianta quadrata di circa 38 metri per lato, con un cortile, portici e un settore interno destinato all’immagine divina. Altri archeologi suggeriscono dimensioni e orientamenti differenti. Il dato certo riguarda quindi l’esistenza del nucleo del Medio Regno; la sua forma completa resta oggetto di confronto scientifico.

Dal XVI secolo a.C., con l’inizio del Nuovo Regno, Tebe acquistò un ruolo politico centrale. Amon si unì teologicamente al dio solare Ra e divenne Amon-Ra, re degli dei. Le vittorie militari e le ricchezze provenienti dai territori controllati dall’Egitto alimentarono il tempio, che ricevette terreni, bestiame, metalli, manodopera e bottini di guerra.

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Perché il muro separava il cosmo dal caos?

Il recinto di Amon appare oggi circondato da una poderosa muraglia in mattoni crudi costruita durante il regno di Nectanebo I, nel IV secolo a.C. Digital Karnak stima per questa struttura uno spessore di circa 12 metri e un’altezza originaria vicina ai 21 metri, superiori quindi agli otto e dodici metri indicati da alcune ricostruzioni divulgative. Muraglie più antiche delimitavano superfici progressivamente più piccole.

Il muro svolgeva una funzione concreta: controllava gli accessi e proteggeva edifici, magazzini e beni del tempio. Assumeva però anche un significato religioso. Il santuario rappresentava il dominio della Maat, l’ordine giusto che reggeva l’universo; il mondo esterno esponeva invece al disordine, alle impurità e alle forze ostili.

Alcuni tratti della muraglia presentano corsi di mattoni ondulati. Gli egittologi li hanno spesso interpretati come un richiamo al Nun, l’oceano primordiale dal quale, secondo le cosmologie egizie, emerse la prima terra. La lettura simbolica risulta coerente con la teologia del tempio, anche se nessuna iscrizione conservata dimostra che ogni ondulazione avesse esclusivamente questo significato.

Come guidavano la luce e l’altezza verso il dio?

L’architettura conduceva il fedele dall’esterno luminoso verso ambienti progressivamente più controllati, oscuri e riservati. Cortili aperti, piloni, sale colonnate, porte e corridoi regolavano il movimento lungo l’asse principale, orientato in prevalenza da ovest verso est.

Avvicinandosi al cuore del tempio, il pavimento tendeva a salire, i soffitti ad abbassarsi e gli ingressi a restringersi. La luce diminuiva. L’edificio trasformava così un principio teologico in esperienza fisica: il dio rimaneva nascosto, mentre solo una parte limitata della società sacerdotale poteva avvicinarsi alla sua immagine.

Il tempio egizio funzionava come una rappresentazione della creazione. Il pavimento evocava la terra emersa, i soffitti dipinti di blu e cosparsi di stelle riproducevano il cielo, le colonne imitavano papiri e piante delle paludi primordiali. L’architettura non si limitava a ospitare il culto: ricostruiva simbolicamente l’universo e ne garantiva ogni giorno la continuità.

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Che cosa accadeva nel cuore del santuario?

Nel settore centrale si trovava il luogo destinato alla barca processionale e all’immagine di Amon. La struttura oggi meglio conservata risale a Filippo III Arrideo, fratellastro di Alessandro Magno, che governò formalmente tra il 323 e il 317 a.C. Il sovrano sostituì con un nuovo edificio in granito il precedente santuario di Thutmose III, riprendendone almeno in parte dimensioni e forma.

La statua divina costituiva il centro del rituale quotidiano. L’ideologia presentava il faraone come l’unico intermediario pienamente legittimo tra uomini e dei. Nella pratica, sacerdoti autorizzati agivano in suo nome: aprivano il santuario, purificavano l’ambiente, offrivano cibo, bevande, tessuti, unguenti e incenso, quindi richiudevano e sigillavano le porte.

Gli Egizi non consideravano quelle offerte un semplice nutrimento materiale. Attraverso il rito, il sovrano manteneva l’alleanza con il dio; Amon, in cambio, proteggeva il Paese e garantiva equilibrio, fertilità e stabilità monarchica.

A che cosa serviva il lago sacro?

A sud del nucleo più antico si estende ancora il grande lago sacro rettangolare. I sacerdoti utilizzavano l’acqua nei riti di purificazione, mentre gli edifici circostanti ospitavano attività amministrative, rituali e quotidiane legate al personale del tempio.

Anche il lago partecipava alla cosmologia di Karnak. Le sue acque richiamavano il Nun, mentre il santuario rappresentava la collina primordiale emersa all’inizio del mondo. Purificazione e creazione appartenevano allo stesso sistema: prima di entrare negli spazi sacri, il sacerdote eliminava simbolicamente ciò che poteva alterare l’ordine divino.

La conservazione dell’acqua attorno ai monumenti presenta oggi un problema opposto. L’innalzamento della falda e la presenza di sali possono penetrare nella pietra, cristallizzare e disgregarne la superficie. Per questo il controllo delle acque sotterranee rientra tra le questioni sottoposte al monitoraggio internazionale.

Perché ogni faraone voleva lasciare il proprio segno?

Costruire a Karnak significava presentarsi come figlio prediletto di Amon e legittimo custode della Maat. I faraoni aggiunsero piloni, statue, cappelle, obelischi e iscrizioni per celebrare il dio, ma anche per consolidare il proprio potere.

Il grande recinto conserva dieci piloni disposti lungo due assi. Sei scandiscono l’asse principale est-ovest; altri quattro conducono verso sud, in direzione del recinto di Mut e delle vie processionali collegate al tempio di Luxor.

Il primo pilone, quello che accoglie oggi i visitatori, appartiene alla fase tarda di Nectanebo I e rimase probabilmente incompleto. Il secondo risale al progetto avviato da Horemheb, ultimo faraone della XVIII dinastia. Amenhotep III aveva già costruito più a est il terzo pilone, inglobando nelle sue fondazioni cappelle e monumenti smontati. Questo continuo riuso offre agli archeologi una fonte eccezionale. Blocchi appartenuti a edifici perduti sono riemersi all’interno dei piloni e hanno consentito di ricostruire monumenti come la Cappella Bianca di Sesostri I, oggi esposta nel museo all’aperto di Karnak.

Come nacque la foresta di 134 colonne?

Tra il secondo e il terzo pilone sorge la Grande sala ipostila, un ambiente di circa 5.000 metri quadrati sostenuto da 134 colonne in arenaria. Le dodici colonne della navata centrale superavano i venti metri; le 122 laterali, più basse, raggiungevano circa quindici metri. Finestre a grata collocate nel dislivello tra i tetti lasciavano entrare una luce filtrata.

Le ricerche moderne hanno corretto una ricostruzione a lungo ripetuta, secondo la quale Amenhotep III avrebbe progettato il colonnato centrale. Il progetto della University of Memphis attribuisce oggi la struttura essenzialmente a Seti I, forse sulla base di lavori avviati durante il breve regno di Ramses I. Seti I riempì lo spazio compreso tra il secondo pilone di Horemheb e il terzo di Amenhotep III; Ramses II completò soprattutto la decorazione del settore meridionale.

Le colonne imitavano giganteschi papiri. Quelle centrali mostrano capitelli aperti, mentre le laterali riproducono boccioli chiusi. Chi percorreva la sala entrava idealmente nella vegetazione nata attorno alla prima collina della creazione.

Che cosa raccontavano rilievi e iscrizioni?

Le superfici interne mostrano soprattutto scene rituali. Il faraone offre vino, incenso, fiori, cibo o simboli della Maat agli dei. Le immagini seguivano regole precise e contribuivano a rendere eterno il rito, anche quando nessun sacerdote si trovava davanti alla parete. All’esterno cambia il linguaggio. Seti I e Ramses II compaiono mentre assediano città, colpiscono nemici o guidano carri da guerra. Queste scene raccontano campagne militari, ma seguono anche un programma cosmologico e politico: il faraone sconfigge i popoli associati al disordine e ristabilisce il dominio dell’Egitto.

Gli archeologi trattano queste immagini con cautela. I rilievi reali non equivalgono a cronache neutrali. Selezionano gli episodi, amplificano il successo e omettono sconfitte o compromessi. Documentano in modo eccellente l’ideologia monarchica; la ricostruzione storica richiede il confronto con testi diplomatici, fonti straniere e dati archeologici.

Come usciva Amon dalla sua dimora?

Amon rimaneva normalmente nascosto nel santuario, ma durante le feste la sua immagine viaggiava su una barca cerimoniale portata dai sacerdoti. In quei momenti il dio attraversava cortili e viali, raggiungeva il Nilo o visitava altri templi.

Durante la festa di Opet, Amon-Ra, Mut e Khonsu si spostavano da Karnak al tempio di Luxor. Il rito rinnovava la forza divina della monarchia e trasformava l’intera Tebe in un paesaggio sacro. Altre processioni conducevano Amon verso la sponda occidentale, dove sorgevano necropoli e templi funerari. Vie fiancheggiate da sfingi collegavano Karnak ai luoghi della celebrazione. Il percorso verso Luxor raggiungeva circa 2,7 chilometri e comprendeva centinaia di statue. Davanti all’ingresso occidentale di Karnak compaiono invece criosfingi, figure con corpo di leone e testa di ariete, animale associato ad Amon.

Che cosa custodiva l’Akh-Menu di Thutmose III?

Alle spalle del nucleo centrale, Thutmose III costruì l’Akh-Menu, spesso chiamato sala delle feste. L’edificio celebrava il rinnovamento del sovrano e comprendeva ambienti dedicati a diverse funzioni cultuali.

La sala principale possedeva un soffitto blu decorato con stelle gialle e colonne dalla forma insolita, simili ai pali di una tenda cerimoniale. Nella cosiddetta sala degli Antenati, Thutmose III fece rappresentare 61 sovrani precedenti mentre ricevevano offerte. La selezione rafforzava la continuità dinastica, ma non costituiva una cronologia completa: come altre liste reali egizie, ometteva governanti considerati illegittimi o inadatti alla memoria ufficiale.

Il cosiddetto giardino botanico mostra rilievi dettagliati di piante, uccelli e animali collegati ai territori raggiunti dalle spedizioni egiziane. Le immagini combinano osservazione naturalistica, classificazione simbolica e propaganda imperiale. Non rappresentano quindi un catalogo scientifico nel senso moderno, ma testimoniano l’interesse degli scribi e degli artisti per la varietà del mondo conosciuto.

Che cosa rivelano gli obelischi di Hatshepsut?

Hatshepsut innalzò nella sala Wadjet due obelischi di granito rosso proveniente da Assuan. Quello ancora eretto raggiunge quasi trenta metri e figura tra i più alti sopravvissuti in Egitto. I monoliti celebravano il legame della sovrana con Amon e con il sole, trasformando il raggio solare in pietra.

Thutmose III modificò successivamente l’area e racchiuse le basi degli obelischi in una nuova struttura. In altre zone di Karnak cancellò nomi e immagini di Hatshepsut. Gli studiosi hanno quindi interpretato gli interventi come parte della repressione della sua memoria; analisi più recenti invitano però a distinguere le diverse fasi e ammettono che alcuni inglobamenti possano rispondere anche a esigenze architettoniche.

Le due tonalità visibili sull’obelisco ancora in piedi dipendono dalla diversa esposizione della superficie: la parte inferiore rimase a lungo protetta dalle costruzioni circostanti, mentre quella superiore subì direttamente sole, vento e depositi atmosferici.

Come ricostruiscono gli archeologi un tempio continuamente riscritto?

Karnak non dipende da un unico scavo o da un singolo studio. La sua ricostruzione nasce dall’integrazione di archeologia stratigrafica, analisi architettonica, epigrafia, studio dei materiali, fotografia, rilievo tridimensionale e ricomposizione dei blocchi riutilizzati.

L’epigrafia registra testi e immagini con fotografie ad alta risoluzione e disegni controllati. Gli studiosi riconoscono correzioni, nomi cancellati, cartigli sostituiti e rilievi ricavati sopra decorazioni precedenti. Questi palinsesti permettono di ricostruire la successione degli interventi.

L’analisi architettonica osserva invece fondazioni, tipi di pietra, orientamento dei muri e punti di contatto tra edifici. I modelli digitali, come quelli prodotti dal progetto Digital Karnak, verificano se una ricostruzione rispetta ingombri, visibilità e percorsi processionali. Il modello rimane però uno strumento interpretativo: colma graficamente lacune che le prove materiali lasciano aperte.

Dal 1967, il Centre Franco-Égyptien d’Étude des Temples de Karnak, struttura congiunta del Ministero egiziano del Turismo e delle Antichità e del CNRS francese, coordina attività di ricerca e conservazione nel recinto di Amon-Ra.

Quali limiti condizionano la ricostruzione?

Le difficoltà di ricostruzione cominciano dalle trasformazioni subite dal complesso nel corso dei secoli. I costruttori smontarono edifici, tagliarono iscrizioni e trasferirono blocchi lontano dalla loro posizione originaria. Crolli, erosione, incendi, terremoti, prelievi di pietra e restauri moderni hanno poi cancellato o alterato ulteriori tracce.

Anche le fonti scritte richiedono cautela. Le iscrizioni celebravano il faraone e seguivano precise convenzioni religiose, più attente a esaltare il potere del sovrano che a descrivere fedelmente un cantiere. Un re poteva attribuirsi il completamento di un’opera avviata dal predecessore oppure sostituire il proprio nome su una struttura più antica.

Resta infine il problema delle interpretazioni simboliche. La sala ipostila letta come una palude primordiale, il muro ondulato associato al Nun e il pilone interpretato come immagine dell’orizzonte derivano da confronti con testi religiosi e altri templi egizi. Sono letture coerenti e spesso solide, ma richiedono sempre di separare ciò che i reperti documentano direttamente da ciò che nasce dall’analogia.

Karnak conserva quindi un intreccio di certezze, ricostruzioni altamente plausibili e ipotesi ancora aperte. Esplicitare questi diversi livelli rende il racconto archeologico più rigoroso e permette di comprendere quanto resti complessa la storia del complesso.

Chi sostiene la ricerca e quali interessi emergono?

La ricerca moderna coinvolge soprattutto istituzioni pubbliche e università. Il CFEETK riunisce il Ministero egiziano del Turismo e delle Antichità e il Centre national de la recherche scientifique francese. Il Great Hypostyle Hall Project associa la University of Memphis e l’Université du Québec à Montréal. Digital Karnak ha sviluppato ricostruzioni virtuali basate sulla letteratura egittologica e sui dati di scavo.

Il progetto dedicato all’ampliamento e alla riqualificazione del museo all’aperto coinvolge inoltre Ministero egiziano, CNRS, CFEETK e Ambasciata di Francia in Egitto. L’obiettivo dichiarato consiste nel migliorare la fruizione turistica assicurando la conservazione sostenibile dei reperti.

Brevetti e interessi industriali non rappresentano parametri pertinenti per questo campo di studio. La trasparenza riguarda piuttosto finanziamenti delle missioni, autorizzazioni di scavo, criteri di restauro, accessibilità dei dati e pubblicazione dei risultati.

Quali rischi affronta oggi il complesso?

L’UNESCO inserì l’antica Tebe con le sue necropoli nella Lista del Patrimonio mondiale nel 1979. Il riconoscimento comprende Karnak, Luxor e i grandi siti della sponda occidentale.

La tutela deve affrontare l’acqua sotterranea, i sali, l’erosione, la pressione urbana, le infrastrutture, l’impatto del turismo e la necessità di coordinare interventi eseguiti in aree diverse. Nel 2025 il Comitato del Patrimonio mondiale ha chiesto una nuova valutazione dei progetti riguardanti, tra gli altri aspetti, falda, illuminazione, sicurezza e accessibilità a Karnak. Ha inoltre fissato al 1° dicembre 2026 la consegna di un nuovo rapporto sullo stato di conservazione dell’intera proprietà.

La risposta richiede monitoraggi continui dell’umidità e dei sali, documentazione tridimensionale, manutenzione programmata, controllo dei flussi turistici e restauri riconoscibili e reversibili. Un intervento efficace deve stabilizzare il monumento senza ricreare arbitrariamente ciò che il tempo ha cancellato.

Quale legame unisce Karnak all’Italia?

Una parte della storia monumentale di Karnak prosegue a Roma. L’Obelisco Lateranense, oggi in piazza San Giovanni in Laterano, venne realizzato sotto Thutmose III e completato da Thutmose IV per il tempio di Amon a Tebe. L’imperatore Costanzo II lo trasportò a Roma nel 357 d.C. e lo innalzò nel Circo Massimo. Sisto V lo fece restaurare e collocare nella posizione attuale nel 1588.

Il monolite misura 32,18 metri, pesa circa 455 tonnellate e costituisce il più alto obelisco egizio antico ancora eretto. La sua presenza ricorda che Karnak non rappresenta soltanto un sito archeologico egiziano: frammenti della sua storia partecipano da secoli al paesaggio e alla memoria culturale europea.

Perché Karnak continua a parlare al presente?

Karnak mostra come una civiltà tradusse la propria idea dell’universo in muri, colonne, acqua, ombra e movimento. Il complesso serviva ad Amon, ma sosteneva anche l’autorità dei faraoni, organizzava ricchezze, impiegava sacerdoti, scribi e artigiani e collegava attraverso le processioni le diverse parti di Tebe.

Gli Egizi chiamavano il santuario Ipet-sut, espressione tradotta generalmente come “il più scelto dei luoghi”. Il nome coglie la funzione profonda del complesso: creare uno spazio nel quale il mondo potesse rinascere ogni giorno.

Le ricerche continuano a modificare cronologie e interpretazioni. Scavi avviati dal CFEETK dal 2019 studiano anche le origini della città, del culto di Amon e dell’occupazione precedente al grande tempio conosciuto. Karnak rimane così ciò che è sempre stato: un luogo in trasformazione, dove ogni nuova lettura si aggiunge alle tracce lasciate da chi costruì, cancellò e ricostruì prima di noi.

Link utili:
UNESCO – Antica Tebe e la sua necropoli
Digital Karnak – Ricostruzione archeologica del complesso

Note per i lettori

L’immagine usata per questo articolo è stata creata grazie all’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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