L’Italia legge ma non capisce: l’analfabetismo funzionale riguarda il 35% degli adulti

Dai contratti ai servizi digitali, la fragilità emerge nella vita quotidiana e si concentra soprattutto nel Mezzogiorno

LA NOTIZIA IN BREVE – L’Italia legge ma non capisce. Secondo l’indagine PIAAC dell’OCSE, il 34,7% degli adulti tra 16 e 65 anni raggiunge al massimo il livello 1 nelle competenze di lettura: sa individuare informazioni esplicite in testi brevi, ma può faticare davanti a contratti, comunicazioni sanitarie, grafici, servizi digitali e documenti bancari. È la condizione comunemente associata all’analfabetismo funzionale.

Il dato colloca l’Italia nelle ultime posizioni tra i Paesi esaminati e supera nettamente la media OCSE. Solo il 5,4% degli adulti italiani raggiunge i livelli più elevati di comprensione. Il divario territoriale è profondo: i low performer sono il 21,2% nel Nord-Est, ma salgono al 48,7% nel Sud e al 52,9% nelle Isole.

Le conseguenze riguardano lavoro, formazione e cittadinanza. Chi possiede competenze fragili partecipa meno ai corsi di aggiornamento, incontra maggiori difficoltà occupazionali e rischia di restare escluso dai servizi essenziali. L’OCSE indica però una strada concreta: percorsi brevi, formazione legata a situazioni reali, linguaggio pubblico più chiaro e interventi mirati nelle aree più deboli.

Indagine PIAAC OCSE

L’Italia legge, ma non sempre comprende

Competenze di lettura degli adulti tra 16 e 65 anni: dati nazionali, differenze territoriali e conseguenze concrete.

34,7% al livello 1
o inferiore

Italia e media OCSE a confronto

Quote di adulti ai livelli più bassi e più alti di comprensione.

Italia · bassi
34,7%
OCSE · bassi
26,1%
Italia · alti
5,4%
OCSE · alti
11,6%

Un Paese diviso in cinque

Clicca su una macroarea per leggere il confronto con il resto d’Italia.

Seleziona una macroarea per visualizzare il commento.

Le competenze incidono sulla vita reale

Formazione, occupazione e capacità di usare servizi complessi.

Formazione continua

Partecipa a corsi soltanto una piccola quota degli adulti con competenze basse.

14%

contro il 62% tra chi raggiunge i livelli più elevati.

Partecipazione al lavoro

Il tasso di attività diminuisce tra chi incontra maggiori difficoltà nella comprensione dei testi.

60%

contro una media nazionale del 71,4%.

Servizi e cittadinanza

Contratti, moduli online, istruzioni mediche e grafici possono trasformarsi in vere barriere.

34,7%

degli adulti resta esposto a questa fragilità.

Fonte: OCSE, Survey of Adult Skills 2023 – PIAAC Elaborazione: GiornaleTecnologico.net

Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento

L’APPROFONDIMENTO – In Italia oltre un adulto su tre sa leggere e scrivere, ma fatica a comprendere e utilizzare testi “complessi”. Secondo l’indagine PIAAC dell’OCSE, il 34,7% delle persone tra 16 e 65 anni raggiunge al massimo il livello 1 nelle competenze di lettura, una condizione comunemente associata all’analfabetismo funzionale. Questi adulti riescono a ricavare informazioni esplicite da documenti brevi e semplici, ma possono incontrare difficoltà, anche gravi, davanti a un contratto, un’informativa bancaria, una comunicazione sanitaria o un grafico. Il risultato preoccupa, perché colloca l’Italia nelle ultime posizioni tra i Paesi esaminati e rivela una fragilità capace di condizionare lavoro, formazione, accesso ai servizi e partecipazione alla vita pubblica.

Che cosa significa fermarsi al livello 1?

L’OCSE misura la literacy, cioè la capacità di accedere a un testo, comprenderlo, valutarlo e utilizzarlo per raggiungere uno scopo. Il test valuta quindi qualcosa di più ampio della semplice lettura delle parole: osserva come una persona ricava informazioni, collega passaggi, distingue gli elementi utili e interpreta ciò che legge.

Al livello 1 un adulto riesce generalmente a comprendere testi brevi e liste ordinate quando le informazioni appaiono in modo evidente. Può trovare un dato specifico e riconoscere collegamenti chiaramente indicati. Sotto il livello 1 la prestazione si limita soprattutto alla comprensione di frasi brevi e semplici. I compiti diventano più difficili quando il testo contiene informazioni concorrenti, passaggi impliciti, più fonti o elementi da confrontare.

La definizione di “analfabeta funzionale” richiede tuttavia cautela. PIAAC utilizza formalmente l’espressione low performer, persona con un basso livello di competenza. Il test assegna un punteggio lungo una scala continua e non formula una diagnosi individuale. Una persona collocata poco sotto il livello 2 può possedere capacità molto diverse da chi si trova nella parte più bassa della scala, pur rientrando nella stessa categoria statistica.

Il dato del 34,7% indica quindi una vasta area di vulnerabilità. Non significa che ogni persona compresa nella percentuale fallisca davanti a qualsiasi contratto o comunicazione sanitaria. Significa che, aumentando la complessità del documento, cresce fortemente la probabilità di perdere informazioni decisive, interpretare male un passaggio o rinunciare a completare il compito.

Leggi di più

Come è stata condotta l’indagine PIAAC?

Il Programme for the International Assessment of Adult Competencies rappresenta la più ampia rilevazione internazionale dedicata alle competenze cognitive della popolazione adulta. Il secondo ciclo ha coinvolto 31 Paesi ed economie e ha raccolto i dati tra settembre 2022 e agosto 2023. L’Italia aveva già partecipato al primo ciclo, realizzato nel 2011-2012.

Nel nostro Paese hanno partecipato 4.847 adulti, selezionati per rappresentare circa 37,4 milioni di residenti tra 16 e 65 anni, indipendentemente da nazionalità e cittadinanza. Un intervistatore ha raccolto informazioni sull’istruzione, sulla condizione lavorativa, sull’uso delle competenze e sul contesto familiare; i partecipanti hanno poi svolto autonomamente le prove cognitive su un tablet.

PIAAC esamina tre aree:

  • la literacy, legata alla comprensione e all’uso dei testi;
  • la numeracy, relativa all’impiego di numeri, percentuali, tabelle e rappresentazioni quantitative;
  • il problem solving adattivo, cioè la capacità di affrontare problemi che possono cambiare durante il loro svolgimento.

Le prove riproducono situazioni vicine alla vita quotidiana e al lavoro. I risultati vengono collocati su una scala da 0 a 500 punti, suddivisa in livelli di difficoltà. Il punteggio indica la probabilità che una persona riesca a completare compiti appartenenti allo stesso livello o a quelli inferiori.

L’indagine rappresenta una rilevazione statistica campionaria, non un esperimento. Consente di individuare relazioni tra competenze, istruzione, età, lavoro e condizioni sociali, ma da sola non stabilisce quale fattore abbia causato gli altri.

Quanto è distante l’Italia dalla media internazionale?

Gli adulti italiani raggiungono in media 245 punti nella comprensione dei testi, contro i 260 punti della media OCSE. La distanza di quindici punti colloca il Paese nella parte bassa della distribuzione internazionale. Cile, Lituania, Polonia e Portogallo registrano risultati statisticamente inferiori; Israele, Lettonia, Spagna e Ungheria ottengono punteggi comparabili a quello italiano.

Una classifica costruita soltanto sui valori numerici rischierebbe però di produrre un ordine eccessivamente rigido. Ogni stima presenta un margine di incertezza e Paesi vicini possono mostrare differenze prive di significatività statistica. Ma la sostanza cambia poco: l’Italia appartiene al gruppo con le competenze medie più basse tra le economie esaminate.

Anche gli estremi della distribuzione raccontano un sistema fragile. Soltanto il 5,4% degli adulti italiani raggiunge i livelli 4 o 5 nella literacy, contro l’11,6% della media OCSE. Queste persone riescono a comprendere e valutare testi lunghi e densi, integrare informazioni distribuite su più pagine, cogliere significati impliciti e utilizzare conoscenze precedenti per formulare una valutazione.

Il problema supera la lettura. Il 35,3% degli italiani si ferma ai livelli più bassi nelle competenze matematiche e il 45,6% nel problem solving adattivo. Considerando insieme i tre domini, il 26% degli adulti ottiene risultati bassi in tutte le aree, contro il 18% medio dell’OCSE.

La situazione è peggiorata rispetto al 2012?

Il punteggio medio italiano nella literacy è rimasto sostanzialmente stabile rispetto al primo ciclo PIAAC. Dietro questa apparente continuità, tuttavia, la distribuzione si è fatta più diseguale: la quota di adulti fermi al livello 1 o inferiore è salita da circa il 28% al 35%, mentre la percentuale di persone ai livelli più elevati è rimasta pressoché invariata. La distanza tra i risultati migliori e quelli peggiori si è quindi ampliata.

La media nazionale nasconde così una crescente polarizzazione. Una parte della popolazione conserva competenze solide, mentre una fascia più ampia resta confinata nei compiti elementari. È un andamento particolarmente insidioso perché una media stabile può suggerire l’assenza di cambiamenti anche quando il gruppo più fragile continua ad allargarsi.

L’OCSE ha inoltre confrontato persone nate negli stessi anni e valutate nei due cicli. Gli adulti che nel 2011-2012 avevano tra 44 e 54 anni hanno perso in media 18 punti nella literacy quando sono stati nuovamente osservati, come gruppo generazionale, tra 55 e 65 anni nel ciclo successivo. Il dato mostra come le competenze possano deteriorarsi quando la vita lavorativa e sociale offre poche occasioni per esercitarle.

Perché l’Italia appare divisa in due?

La distanza territoriale rappresenta uno degli aspetti più gravi dell’indagine. Nel Nord-Est la quota di adulti al livello 1 o inferiore nella lettura si ferma al 21,2%, un valore statisticamente in linea con la media OCSE. La percentuale sale al 27,5% nel Centro e al 30,3% nel Nord-Ovest.

Nel Mezzogiorno lo scenario cambia radicalmente: i low performer raggiungono il 48,7% nel Sud e il 52,9% nelle Isole, macroarea che comprende Sardegna e Sicilia. La distanza tra Nord-Est e regioni insulari supera quindi 31 punti percentuali.

Anche i punteggi medi confermano la frattura. Il Nord-Est raggiunge 262 punti nella literacy, un risultato vicino alla media OCSE. Il Sud scende a 225 e le Isole a 223 punti. Il dato nazionale deriva quindi dall’unione di territori con risultati comparabili a quelli delle economie più avanzate e aree vicine alla parte più bassa della graduatoria.

PIAAC non permette di attribuire questa distanza a una singola causa. Il divario riflette probabilmente l’interazione tra istruzione, povertà educativa, struttura del mercato del lavoro, disponibilità di occupazioni qualificate, partecipazione alla formazione e occasioni quotidiane di utilizzo delle competenze. Le capacità cognitive crescono attraverso l’apprendimento, ma si mantengono anche attraverso il loro esercizio.

Quanto conta il titolo di studio?

Il legame tra istruzione e competenze emerge in tutti i Paesi osservati. In Italia, tra gli adulti di 25-65 anni, chi possiede un titolo universitario ottiene in media 19 punti in più nella literacy rispetto a chi ha concluso la scuola secondaria superiore. La distanza tra diplomati e persone prive di un diploma superiore raggiunge invece 35 punti.

Il vantaggio associato alla laurea risulta però meno ampio rispetto alla media OCSE, dove la distanza tra istruzione terziaria e diploma raggiunge 33 punti. L’OCSE segnala inoltre che gli adulti laureati italiani ottengono nella lettura un punteggio medio inferiore a quello degli adulti finlandesi in possesso del solo titolo secondario superiore.

Il confronto non svaluta il titolo accademico. Mostra piuttosto che gli anni trascorsi nel sistema educativo non garantiscono da soli competenze elevate. Contano la qualità degli apprendimenti, il tipo di studi, l’ambiente professionale e la frequenza con cui una persona continua a leggere, interpretare dati e affrontare problemi articolati.

Anche le competenze dei laureati italiani hanno subito un arretramento. Tra i due cicli PIAAC, il loro punteggio medio nella lettura è sceso da 282 a 271 punti; tra gli adulti privi di istruzione secondaria superiore la riduzione è stata ancora maggiore, da 231 a 217 punti.

Quali fasce d’età incontrano più difficoltà?

I giovani tra 16 e 24 anni ottengono i risultati migliori all’interno della popolazione italiana, raggiungendo in media 263 punti nella literacy. Il valore resta comunque inferiore a quello dei coetanei nella media OCSE, segnale che la fragilità riguarda anche le generazioni appena uscite dal sistema scolastico.

Gli adulti tra 55 e 65 anni registrano invece i punteggi più bassi. Nella lettura la distanza rispetto alla fascia 25-34 anni raggiunge 22 punti. Il divario può riflettere sia la diversa istruzione ricevuta dalle generazioni sia il progressivo indebolimento delle capacità scarsamente utilizzate durante la vita adulta.

L’età, tuttavia, descrive soltanto una parte del fenomeno. Un ambiente di lavoro ricco di stimoli può mantenere attive le competenze anche negli anni più avanzati; occupazioni ripetitive, lunghi periodi di inattività e scarse occasioni formative possono accelerarne la perdita.

Perché chi avrebbe più bisogno di formazione partecipa meno?

Il dato più evidente riguarda l’accesso all’apprendimento permanente. Nell’anno precedente alla rilevazione aveva partecipato a corsi o attività formative soltanto il 14% degli adulti con competenze pari o inferiori al livello 1. Tra le persone collocate almeno al livello 4, la quota raggiungeva il 62%.

Si forma così un circolo cumulativo. Chi possiede competenze elevate accede più facilmente a lavori qualificati, riceve formazione aziendale e svolge attività capaci di rafforzare ulteriormente le conoscenze. Chi parte da una condizione fragile incontra più spesso lavori poveri di stimoli, disoccupazione e corsi difficili da raggiungere o da completare.

Le barriere possono assumere forme diverse: costi, orari incompatibili con il lavoro, distanza dai centri formativi, responsabilità familiari, timore di sentirsi giudicati e corsi progettati con un linguaggio già troppo complesso. Un’offerta formalmente aperta a tutti può continuare a escludere proprio le persone per le quali è stata creata.

Quanto pesano le competenze sul lavoro?

Tra gli italiani di 25-65 anni che hanno concluso gli studi, il tasso di attività – la quota di persone occupate o in cerca di lavoro – raggiunge complessivamente il 71,4%. Tra gli adulti con basse competenze di lettura scende al 60%.

Gli occupati italiani raggiungono in media 251 punti nella literacy. Le persone in cerca di lavoro scendono a 228 e gli inattivi a 223. Anche in questo caso l’indagine mostra una relazione, ma non permette una spiegazione a senso unico: competenze più solide possono favorire l’occupazione, mentre il lavoro può offrire occasioni per conservare e sviluppare le capacità.

Un approfondimento INAPP presentato nel luglio 2026 ha rafforzato il quadro: tra gli adulti di 25-65 anni con basse competenze cognitive risulta occupato circa il 50%, contro il 73% della restante popolazione adulta.

La trasformazione digitale rende queste capacità sempre più importanti anche nelle professioni manuali. Leggere una procedura di sicurezza, interpretare i dati di una macchina, utilizzare un’applicazione aziendale o comprendere un aggiornamento contrattuale richiede di integrare informazioni provenienti da testi, numeri e interfacce.

Quali effetti produce nella vita quotidiana?

La fragilità emerge ogni volta che una decisione richiede più passaggi. Confrontare due tariffe energetiche significa distinguere costi fissi e variabili. Comprendere un prestito richiede di collegare tasso, durata e costo complessivo. Seguire una terapia implica riconoscere dosaggi, orari, avvertenze e possibili interazioni. Lo stesso vale per i servizi pubblici digitali. Un modulo online può richiedere di interpretare istruzioni, recuperare documenti, scegliere tra opzioni simili e comprendere le conseguenze di una dichiarazione. La persona può conoscere tutte le parole e perdere comunque il significato dell’intera procedura.

La difficoltà riguarda anche l’informazione. Valutare un articolo su salute, clima o economia richiede di riconoscere la fonte, interpretare percentuali, distinguere una correlazione da una causa e comprendere il grado di incertezza. Competenze elevate non garantiscono opinioni corrette, ma forniscono strumenti migliori per riconoscere manipolazioni, pubblicità ingannevoli e contenuti privi di fondamento.

Quali sono i principali limiti della ricerca?

Il limite più importante riguarda il tasso di risposta italiano, pari al 29%. Significa che meno di una persona eleggibile su tre ha completato almeno il questionario iniziale. L’OCSE e il gruppo tecnico internazionale hanno analizzato il rischio di distorsione e giudicato i dati utilizzabili; una partecipazione così contenuta impone comunque prudenza, perché chi accetta un test complesso può differire sistematicamente da chi rifiuta.

Il secondo limite deriva dalla somministrazione esclusivamente digitale. Nel ciclo precedente i partecipanti potevano utilizzare anche strumenti cartacei; nel 2023 le prove si sono svolte su tablet. L’OCSE ha progettato i test per misurare le competenze e tenere conto della familiarità con lo strumento, ma il cambiamento del supporto rappresenta un elemento da considerare nel confronto temporale.

Il secondo ciclo ha inoltre introdotto la doorstep interview per le persone che non padroneggiavano abbastanza la lingua del test. In questi casi l’OCSE ha raccolto alcune informazioni essenziali e stimato statisticamente le competenze. Lo strumento migliora l’inclusione della popolazione adulta, ma rende meno immediato il confronto con il ciclo precedente, nel quale queste persone restavano escluse. Per questo le analisi delle variazioni nel tempo eliminano generalmente i partecipanti valutati attraverso la procedura abbreviata.

Infine, PIAAC misura alcune capacità fondamentali, non l’intero patrimonio di una persona. Il test non valuta creatività, abilità manuali, conoscenze professionali specialistiche, intelligenza sociale o capacità artistiche. Un punteggio basso descrive la prestazione nei domini esaminati e non il valore complessivo dell’individuo.

Chi ha realizzato e finanziato l’indagine?

PIAAC nasce e viene coordinato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. In Italia la rilevazione è stata realizzata dall’INAPP, Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, su incarico del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Il progetto italiano riceve il cofinanziamento del Programma nazionale Giovani, donne e lavoro FSE+ 2021-2027.

Il rapporto nazionale, pubblicato il 28 febbraio 2025, è stato curato da Valentina Gualtieri. Lo short report con le prime evidenze porta il contributo del gruppo PIAAC-INAPP composto da Manuela Amendola, Cecilia Bagnarol, Manuela Bonacci, Silvia Donno, Valentina Gualtieri, Matteo Luppi e Simona Mineo.

Il risultato non deriva da uno studio sperimentale pubblicato su una rivista scientifica attraverso la tradizionale peer review. Proviene da una rilevazione statistica istituzionale sottoposta a protocolli comuni, controlli metodologici internazionali e valutazioni sulla qualità del campione.

Nei documenti ufficiali consultati non emergono aziende sponsor, brevetti o interessi commerciali collegati ai risultati. Il finanziamento pubblico limita il rischio di condizionamenti industriali diretti, mentre la solidità delle conclusioni dipende soprattutto dalla qualità del campionamento, dai modelli statistici e dalla gestione delle mancate risposte.

Quali soluzioni indica la ricerca più recente?

Un rapporto OCSE pubblicato il 1° luglio 2026 invita a evitare programmi identici per tutti. Gli adulti con basse competenze formano un gruppo eterogeneo: alcuni incontrano difficoltà sia nella lettura sia nella matematica, altri possiedono carenze concentrate in un solo dominio.

L’OCSE colloca l’Italia tra i Paesi definiti near-threshold, concentrated. Significa che una parte consistente degli adulti fragili si trova poco sotto il livello medio e presenta caratteristiche relativamente omogenee. Per molte persone la distanza dal livello 2 risulta quindi colmabile con percorsi mirati, purché il corso parta dalle capacità già possedute e affronti compiti concreti.

Un programma efficace potrebbe integrare la lettura funzionale dentro la formazione professionale. Un corso per installatori può utilizzare manuali tecnici, schede di sicurezza e preventivi; un percorso sanitario può lavorare su prescrizioni e protocolli; un modulo digitale può insegnare attraverso portali pubblici, moduli e sistemi di pagamento.

L’OCSE indica anche percorsi brevi, modulari e cumulabili, riconoscimento delle competenze pregresse, sostegno economico durante la formazione e coinvolgimento di imprese e parti sociali. Per i lavoratori, il luogo di lavoro rappresenta uno dei canali più efficaci per raggiungere persone che difficilmente si iscriverebbero spontaneamente a un corso.

Quali strumenti possiede già l’Italia?

I Centri provinciali per l’istruzione degli adulti, i CPIA, offrono percorsi per conseguire titoli di studio, completare l’obbligo scolastico e sviluppare competenze linguistiche. Rappresentano una rete già presente sul territorio, ma la dimensione del problema richiede un collegamento più forte con comuni, servizi sociali, centri per l’impiego, imprese e associazioni.

Il programma GOL – Garanzia di occupabilità dei lavoratori prevede orientamento, valutazione individuale e percorsi differenziati di aggiornamento o riqualificazione. Il modello offre uno spazio utile per valutare le competenze di base prima di avviare una formazione tecnica: insegnare un mestiere senza verificare la comprensione di manuali, istruzioni e dati rischia infatti di ridurre l’efficacia del corso.

Anche pubbliche amministrazioni e imprese possono intervenire attraverso il plain language: periodi più brevi, termini tecnici spiegati, gerarchie visive chiare, esempi concreti e riepiloghi delle decisioni richieste. Rendere un documento comprensibile non significa eliminare le informazioni, ma organizzarle in modo che il cittadino possa realmente utilizzarle.

La responsabilità resta condivisa. Il sistema scolastico deve prevenire la formazione di nuove fasce fragili; il mercato del lavoro deve offrire occasioni di apprendimento continuo; le politiche pubbliche devono raggiungere chi partecipa meno; chi progetta servizi deve ridurre la complessità inutile.

Come capiremo se le politiche funzionano?

Contare gli iscritti o le ore di lezione offre una misura insufficiente. Ogni programma dovrebbe verificare le capacità prima dell’ingresso, alla conclusione e a distanza di almeno uno o due anni. Il risultato centrale riguarda ciò che la persona sa fare dopo il corso: comprendere un documento, confrontare informazioni, applicare un’istruzione e risolvere un problema.

La valutazione dovrebbe distinguere i dati per territorio, età, titolo di studio, condizione lavorativa e livello iniziale. Un aumento della partecipazione concentrato tra laureati e lavoratori qualificati potrebbe rispettare formalmente gli obiettivi numerici e ampliare comunque la disuguaglianza.

L’Unione europea punta a coinvolgere ogni anno in attività formative almeno il 60% degli adulti entro il 2030. Per l’Italia la sfida consiste nel trasformare questa soglia in apprendimento verificabile, raggiungendo soprattutto quel 35% che oggi partecipa meno e rischia di perdere ulteriormente terreno.

Qual è la vera emergenza mostrata dal 35%?

L’Italia non è diventata un Paese incapace di leggere. È diventata un Paese nel quale una parte troppo ampia della popolazione possiede strumenti insufficienti rispetto alla complessità crescente del lavoro, dell’informazione e dei servizi digitali. Il dato OCSE mostra dove intervenire: Mezzogiorno, adulti meno istruiti, persone escluse dalla formazione e lavoratori impiegati in contesti poveri di stimoli.

Link utili:
OCSE – Survey of Adult Skills 2023: Italy
INAPP – Rapporto PIAAC, ciclo 2

Note per i lettori

L’immagine usata per questo articolo è stata creata grazie all’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

Correlati