Il settore del riciclo plastica sull’orlo del baratro

Oltre 350 imprese e 10mila lavoratori rischiano il collasso: energia cara, polimeri asiatici low cost e zero aiuti. La richiesta di Assorimap

Il grido d’allarme arriva forte e chiaro: le imprese italiane del riciclo plastico non ce la fanno più. Dopo anni di resistenza tra pandemia, costi energetici e concorrenza spietata, la filiera dichiara apertamente di essere a un passo dal collasso. Non si tratta di un comparto marginale: più di 350 aziende, oltre 10mila lavoratori e una capacità di trattamento che supera 1,8 milioni di tonnellate di plastica. Una colonna portante dell’economia circolare, quella che l’Europa esige e che l’Italia dice di voler promuovere, ma che ora rischia di spegnersi nel silenzio delle istituzioni.

A denunciare la situazione è Assorimap, l’associazione nazionale dei riciclatori e rigeneratori di materie plastiche aderente a Confimi Industria. In una lettera indirizzata al ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, l’associazione ha scritto senza giri di parole: «L’industria privata del riciclo non è più in condizione di proseguire le attività». Una frase che pesa come un macigno, soprattutto in un Paese che fa della retorica green una bandiera, ma che sembra incapace di sostenere chi la circolarità la mette in pratica ogni giorno.

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Energia, pandemia e concorrenza asiatica: il mix letale

Le aziende raccontano una storia di resistenza che però non ha più fiato. Prima la pandemia ha azzoppato produzioni e domanda, poi la crisi energetica ha fatto esplodere i costi fino a livelli insostenibili. Nel frattempo, sul mercato europeo si sono riversati polimeri vergini a basso costo provenienti dall’Asia, in grado di erodere ogni margine e rendere il riciclo sempre meno competitivo.

Questa combinazione, spiegano gli imprenditori del settore, ha trasformato la missione di rigenerare plastica in una corsa a ostacoli impossibile. Da tempo Assorimap denuncia la crisi strutturale, ma ora le condizioni sono peggiorate fino a rendere il quadro ingestibile.

La frustrazione delle imprese: “In Italia solo promesse”

Il tono della lettera non è solo tecnico, ma soprattutto amaro. «Pur ribadendo l’apprezzamento per la disponibilità dimostrata dalla sua struttura in occasione degli incontri intercorsi, dopo diversi mesi non abbiamo riscontri sostanziali», scrivono i riciclatori al ministro.
Una frase che fotografa la distanza tra la retorica politica e la realtà quotidiana. L’Italia continua a organizzare convegni, campagne e spot sulla sostenibilità, ma chi produce davvero economia circolare non vede arrivare alcun sostegno. E il confronto con l’Europa brucia: «Un’assenza di provvedimenti di supporto a differenza di quello che accade in altri Paesi come Francia e Spagna», aggiunge la missiva. Lì i governi hanno adottato misure concrete, qui solo burocrazia e rinvii.

La richiesta al governo: “Serve un tavolo permanente”

Assorimap non si limita alla denuncia. Nella stessa lettera propone un passo immediato e concreto: «Chiediamo di avviare tempestivamente le necessarie azioni e, contestualmente, istituire un tavolo istituzionale permanente per il riciclo meccanico delle plastiche».
Un luogo stabile di confronto, spiegano le imprese, è l’unico strumento per evitare la chiusura di aziende che rappresentano il cuore dell’economia circolare italiana. La firma in calce è quella del presidente Walter Regis, che conclude l’appello ricordando come la sopravvivenza del settore dipenda dalle scelte politiche dei prossimi mesi.

Senza riciclo, addio economia circolare

Il paradosso è evidente: senza il riciclo plastico, il Paese rischia di buttare al vento anni di politiche ambientali, con conseguenze non solo economiche ma anche ecologiche. Migliaia di tonnellate di plastica rigenerata rischiano di trasformarsi in rifiuti non gestiti. E migliaia di lavoratori potrebbero trovarsi senza occupazione. L’Italia, insomma, rischia di celebrare la sostenibilità a parole, mentre nei fatti la manda al macero.

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