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I dati ottenuti da una ricerca condotta su oltre 22mila pazienti
Una nuova ricerca internazionale guidata dall’Università di Southampton ha analizzato l’impatto dei farmaci per l’ADHD su pressione sanguigna, frequenza cardiaca ed elettrocardiogramma. I risultati, pubblicati su The Lancet Psychiatry, indicano che gli effetti cardiovascolari sono complessivamente lievi, anche dopo alcune settimane o mesi di utilizzo. La ricerca si basa su una meta-analisi di rete condotta su 102 trial clinici randomizzati, per un totale di 22.702 partecipanti. Questi dati rafforzano l’idea che i benefici clinici superano i potenziali rischi, pur evidenziando l’importanza di un controllo medico attento durante il trattamento. La ricerca è stata finanziata dal National Institute for Health and Care Research (NIHR) e rientra nelle attività della cattedra di ricerca assegnata al Professor Samuele Cortese, affiancato dal dottor Luis Farhat e dal professor Alexis Revet.
Risultati rassicuranti ma necessità di monitoraggio costante
La flat tax del cuore non esiste. Anche i farmaci cosiddetti non stimolanti (come atomoxetina e viloxazina) possono avere effetti cardiovascolari. L’analisi ha confrontato diversi principi attivi, compresi gli stimolanti come metilfenidato e anfetamine, senza rilevare differenze significative negli effetti su pressione e battito cardiaco.
L’unico farmaco che ha mostrato una riduzione dei parametri è stato guanfacina, mentre gli altri hanno causato lievi aumenti. “I nostri dati mostrano un modesto aumento della pressione e del battito nella maggior parte dei pazienti”, ha spiegato Cortese. “Ma anche miglioramenti in ambito scolastico e una riduzione della mortalità a lungo termine”.
Linee guida e valutazione caso per caso: il messaggio dei ricercatori
Il team sottolinea che il monitoraggio di pressione e frequenza cardiaca dovrebbe essere effettuato sistematicamente, a prescindere dalla tipologia del farmaco. “Le future linee guida cliniche devono considerare questi risultati”, ha dichiarato Dr. Farhat, spiegando come spesso si pensi che solo gli stimolanti comportino rischi per il cuore, mentre i dati smentiscono questa convinzione.
Chi presenta patologie cardiache preesistenti dovrebbe comunque discutere la possibilità di iniziare una terapia con ADHD insieme a uno specialista cardiologo, per valutare eventuali controindicazioni.
Verso una medicina di precisione per chi è più a rischio
Nonostante i risultati rassicuranti, i ricercatori avvertono che alcuni individui potrebbero essere più sensibili agli effetti collaterali. “I dati medi sono utili, ma non possiamo escludere che esistano sottogruppi con un rischio maggiore”, ha affermato Professor Revet, auspicando studi futuri su coorti più ampie e con monitoraggi a lungo termine.
L’obiettivo è riuscire, attraverso la medicina di precisione, a identificare in anticipo chi può sviluppare alterazioni significative del sistema cardiovascolare durante l’assunzione di questi trattamenti.
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