La Primavera WWF apre oltre 100 Oasi al pubblico e mostra il ruolo di paludi, lagune e stagni nella tutela della biodiversità, dell’acqua e degli uccelli migratori
In Italia tre zone umide su quattro sono state prosciugate o trasformate da decenni di pressione sul territorio. Paludi, stagni e lagune vengono spesso percepiti come ambienti minori, lasciati ai margini delle città e delle campagne. Eppure questi ecosistemi custodiscono una parte fondamentale della biodiversità e svolgono una funzione decisiva per la sicurezza delle persone.
Durante le piogge intense, questi ambienti funzionano come spugne naturali e rallentano la corsa dell’acqua verso fiumi, coste e aree abitate. Nei mesi secchi conservano invece l’umidità, filtrano le acque e custodiscono carbonio nei suoli. Quando vengono danneggiati o distrutti i territori perdono una difesa naturale proprio mentre eventi estremi aumentano la pressione sul paesaggio.
Il WWF rilancia questo allarme periodicamente, affinché nessuno dimentichi l’importanza di queste aree, e lo ha fatto anche quest’anno con la Primavera delle Oasi, l’iniziativa nazionale che apre al pubblico oltre 100 aree protette e racconta il ruolo degli ecosistemi acquatici nella tutela della vita selvatica. Ora è prioritario agire, e salvare ciò che resta così da riportare l’acqua dove l’abbiamo tolta, salvando specie, paesaggi e anche le comunità.
Perché paludi e lagune sono così importanti?
Le zone umide occupano una porzione limitata del territorio nazionale, eppure fanno un lavoro prezioso e insostituibile. Quando arrivano le piogge, sopratutto quelle violente, raccolgono parte dell’acqua e la rilasciano con maggiore lentezza. Quando la stagione secca si allunga, mantengono invece l’umidità, alimentando microhabitat, sostenendo piante, insetti, anfibi, pesci e uccelli. Dove gli ambienti acquatici funzionano il paesaggio risulta essere resiliente agli sbalzi climatici.
La prima parte del report WWF Effetto Oasi spiega questo punto. La distruzione di paludi, stagni e torbiere produce effetti diretti sulla sicurezza dei territori. Un suolo impoverito e privato dei suoi spazi d’acqua assorbe peggio gli eventi estremi. Un bacino frammentato perde capacità di depurazione naturale. Una campagna privata di risorgive, fossi vivi, canali rinaturalizzati e aree allagate diventa più esposta alla siccità. La crisi delle zone umide riguarda quindi anche la sicurezza delle case e delle strade, come anche coltivazioni, acquedotti e salute pubblica.
Quali sono le caratteristiche delle zone paludose?
Il declino di questi ambienti colpisce soprattutto le specie che hanno bisogno di acqua dolce, sponde naturali, canneti, fondali bassi e vegetazione ripariale. Gli anfibi, per riprodursi, dipendono da stagni, pozze temporanee e aree allagate. I pesci d’acqua dolce risentono di corsi d’acqua alterati, barriere, inquinamento e riduzione delle portate. Gli uccelli migratori usano lagune, delta, saline e paludi come stazioni di sosta lungo rotte che collegano Europa e Africa.
Questi ecosistemi, quando sono integri, concentrano una varietà di vita sorprendente. Il WWF li descrive come veri hotspot di biodiversità, paragonabili per ricchezza di specie alle foreste tropicali. Il paragone aiuta a capire il valore di un ambiente che spesso appare piccolo o ordinario. Uno stagno con acqua pulita, erbe sommerse, libellule, girini, molluschi, uccelli limicoli e canneti in buona salute può contenere relazioni ecologiche complesse. Ogni metro di sponda ospita vita. Ogni variazione di profondità crea uno spazio diverso. Ogni stagione porta specie nuove.
Dal Lago di Burano nasce un modello
La storia delle Oasi WWF italiane comincia 60 anni fa con il Lago di Burano, in Toscana. Quella zona umida, minacciata da caccia e degrado, divenne la prima Oasi WWF del nostro Paese. Oggi Burano è una Riserva naturale statale di oltre 400 ettari, sito Ramsar e punto di riferimento per la tutela degli uccelli acquatici. Il WWF indica nell’area la presenza di oltre 300 specie. Con progetti di conservazione stabile il degrado pian piano arretra, e la biodiversità ritrova il proprio equilibrio.
Da quella prima esperienza è nato un sistema nazionale. Il WWF gestisce oltre 100 Oasi in tutta Italia e 78 comprendono zone umide. Secondo il quadro richiamato dall’associazione, queste aree ospitano 11 siti Ramsar italiani, riconosciuti di importanza internazionale. Il dato mostra il peso del sistema Oasi nella protezione di ambienti che richiedono cura continua, gestione idraulica, monitoraggi e interventi di ripristino.
Che cos’è il restauro ecologico?
La conservazione oggi richiede un ulteriore passo in avanti. Proteggere un’area preziosa resta fondamentale, e in molti casi serve anche ricostruire habitat degradati. Nelle Oasi WWF questo lavoro prende forme diverse, che coincidono con la cornice europea della Nature Restoration Law, il regolamento dell’Unione Europea sul ripristino della natura. La norma introduce obiettivi giuridicamente vincolanti per il recupero degli ecosistemi degradati entro il 2030, con tappe successive al 2040 e al 2050. Le zone umide rientrano tra gli ambienti prioritari, proprio per il loro ruolo nella biodiversità, nella regolazione dell’acqua e nella mitigazione climatica.
La parola d’ordine è ripristino. Gli ecosistemi vanno riportati nelle condizioni migliori possibili, compatibili con il territorio attuale. In alcuni casi è sufficiente restituire acqua, ma in altri serve ridurre pressioni e creare corridoi ecologici, gestendo anche le specie invasive.
Le specie simbolo delle zone umide
Gli animali più legati alle zone umide diventano indicatori dello stato di salute degli habitat. La testuggine palustre europea, Emys orbicularis, è una delle specie simbolo del lavoro condotto nelle Oasi WWF. Il progetto LIFE URCA PROEMYS prevede ripristino degli habitat, controllo delle specie aliene e reintroduzioni controllate. La sua presenza racconta molto. Servono acqua, sponde adatte, vegetazione, aree di deposizione e un equilibrio ecologico stabile.
Anche il pelobate fosco, Pelobates fuscus insubricus, anfibio endemico e in pericolo secondo la IUCN, dipende da ambienti molto specifici. Ha bisogno di suoli idonei e aree umide dove completare il ciclo riproduttivo. La rana di Lataste, Rana latastei, specie esclusiva della Pianura Padana, vive in boschi planiziali umidi, fontanili e ambienti ricchi di microhabitat.
Nelle Oasi di Baraggia di Bellinzago, Bosco di Vanzago e Le Bine sono attivi programmi di riproduzione, rinaturalizzazione e monitoraggio nell’ambito di progetti come LIFE GESTIRE 2020. In alcune aree, specie arrivate vicino alla scomparsa sono tornate a riprodursi in natura. È uno dei segnali più forti. Quando acqua, habitat e gestione tornano a lavorare insieme, la biodiversità trova una strada per rientrare.
A che cosa servono le Oasi
Una zona umida in buona salute offre benefici molto concreti. Per questo le Oasi WWF vengono presentate come presidi di biodiversità e anche come strumenti di adattamento climatico. Il loro valore si legge nei servizi che offrono ogni giorno.
- Trattengono acqua durante piogge intense e piene improvvise.
- Riducono la velocità dei deflussi e aiutano a contenere il rischio idrogeologico.
- Sostengono la vita selvatica in fasi delicate come migrazione, riproduzione e alimentazione.
- Filtrano le acque grazie a piante, sedimenti e comunità microbiche.
- Conservano carbonio nei suoli ricchi di materia organica.
- Creano corridoi ecologici tra fiumi, campagne, coste e aree protette.
- Offrono educazione ambientale a scuole, famiglie, cittadini e amministratori.
Questa fa capire il perché il ripristino di una palude o di uno stagno riguarda la pianificazione dei territori. Una zona umida curata diventa parte della prevenzione. Lavora prima dell’emergenza, riduce pressioni future, offre spazio alla natura e crea consapevolezza. In un Paese che discute spesso di opere dopo frane, alluvioni e siccità, questi ecosistemi ricordano che una quota di sicurezza nasce dal buon funzionamento dei paesaggi.
Chi c’è dietro al ripristino delle aree protette?
Dietro una Oasi c’è sempre un lavoro quotidiano. Tecnici, ricercatori, volontari, guide, naturalisti e responsabili locali osservano, misurano, riparano, accompagnano i visitatori, seguono le specie, gestiscono l’acqua e documentano i cambiamenti. La protezione degli habitat vive anche attraverso queste competenze.
Il WWF cita il caso di Stefania D’Angelo, direttrice dell’Oasi Lago Preola e Gorghi Tondi in Sicilia. La Convenzione di Ramsar l’ha selezionata tra le 12 donne che a livello globale stanno guidando la tutela delle zone umide. È un riconoscimento che porta visibilità a un lavoro spesso silenzioso. Prima dell’arrivo del WWF, nel 1999, quell’area presentava forti segni di degrado. Le attività di recupero e ricerca hanno permesso anche di stabilire che la testuggine palustre presente negli specchi d’acqua appartiene a una forma endemica siciliana, Emys trinacris.
Un ambiente recuperato restituisce anche conoscenza scientifica. Permette di riconoscere popolazioni locali, adattamenti, relazioni ecologiche e fragilità che in un paesaggio degradato resterebbero sommerse. La conservazione, quindi, produce dati, orienta scelte pubbliche e migliora la qualità della gestione.
Le aperture della Primavera WWF
La Primavera delle Oasi WWF trasforma questi temi in esperienze dirette. Il programma porta cittadini e famiglie dentro ambienti palustri, lagunari, fluviali e costieri, con visite guidate, laboratori, workshop e attività di birdwatching. L’iniziativa si collega alla Giornata mondiale degli uccelli migratori, del 9 maggio, una data che richiama il valore delle rotte euro-africane e la necessità di proteggere i luoghi di sosta.
Il calendario indicato dal WWF comprende il laboratorio stagni nell’Oasi Ca’ Brigida in Emilia-Romagna, l’apertura dell’Oasi Levandina lungo le anse del fiume Lambro in Lombardia, l’incontro dedicato alla lontra nell’Oasi Lago di Campolattaro, la visita all’Oasi Le Cesine in Puglia, l’escursione “Dal Ceriolo a Patanella” nella Laguna di Orbetello in Toscana e l’appuntamento dedicato allo stagno e ai suoi abitanti all’Oasi di Macchiagrande nel Lazio.
Le attività proseguono fino al 2 giugno. Sabato 16 maggio il WWF Lodigiano Pavese organizza una visita gratuita al bosco e al fontanile dei Canonici, Oasi gestita insieme ad altre associazioni locali. Domenica 24 maggio, a Le Cesine, la giornata è dedicata al censimento e al riconoscimento delle orchidee spontanee nel periodo della fioritura. Ogni appuntamento ha un valore divulgativo, e anche politico nel senso più alto del termine. Porta il pubblico a vedere ciò che di solito resta fuori dal dibattito quotidiano.
Una scelta concreta per il futuro
La frase “ne abbiamo fatte secche 3 su 4”, che abbiamo usato per il titolo di questo articolo, vuole in qualche modo responsabilizzare tutti quanti. Le zone umide sono scomparse a seguito di scelte umane, trasformazioni agricole, urbanizzazione e consumo di suolo. La buona notizia è che molte aree, benché danneggiate, possono ancora recuperare funzioni, specie e qualità ambientale attraverso interventi mirati.
L’allarme del WWF serve a indicare una strada, così da salvare gli habitat superstiti. E’ doveroso proteggere le zone umide rimaste e ricostruire quelle degradate. Ogni Oasi racconta che la biodiversità torna quando trova condizioni adatte e ogni visita guidata può trasformare un luogo ignorato in un pezzo riconosciuto del paesaggio. Dopo averne fatte secche troppe, il passo necessario è semplice da capire e impegnativo da realizzare. Bisogna rimettere l’acqua al centro del territorio.
A cura di Roberto Zonca
Immagine principale – PHILIPPE SERRAND – Breathtaking view of the mountains and lake in Névache, Provence-Alpes-Côte d’Azur, France
Immagine secondaria – L’Oasi WWF Bosco di Vanzago, Milano (foto WWF).
