Finora gli agenti isolati hanno infettato soltanto amebe, mentre il caso dell’antrace del 2016 mostra cosa può accadere quando il disgelo incontra animali vulnerabili
LA NOTIZIA IN BREVE – Sotto il terreno gelato dell’Artico è rimasto sepolto per millenni un archivio biologico ancora in parte attivo. Nei campioni prelevati in Siberia, alcuni virus hanno conservato la capacità di infettare e replicarsi dopo oltre 48mila anni. Il loro bersaglio, finora, sono state soltanto le amebe, ma la scoperta obbliga a guardare con maggiore attenzione a ciò che il disgelo può riportare in superficie.
Il caso più concreto arrivò nel 2016 dalla penisola dello Yamal, dove un focolaio di antrace uccise migliaia di renne e provocò la morte di un bambino. Le temperature eccezionali potrebbero aver favorito la riemersione delle spore, mentre la sospensione delle vaccinazioni lasciò gli allevamenti esposti.
Con l’Artico sempre più caldo e attraversato da miniere, cantieri e nuove infrastrutture, il rischio nasce soprattutto dal contatto con strati di terreno rimasti intatti per tempi lunghissimi. La priorità, oggi, è sorvegliare le aree più vulnerabili e impedire che un microrganismo antico trovi l’ospite giusto.

Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento
L’APPROFONDIMENTO – Tredici virus antichi recuperati dal permafrost siberiano hanno ripreso a replicarsi in laboratorio dopo decine di migliaia di anni. Il più antico proviene da un campione datato ad almeno 48.500 anni fa e ha infettato alcune amebe. L’équipe dell’Information Génomique & Structurale, laboratorio del CNRS e dell’Università di Aix-Marseille, li ha isolati. Jean-Michel Claverie e Chantal Abergel hanno impostato il progetto; Jean-Marie Alempic e Audrey Lartigue hanno curato l’isolamento e la caratterizzazione dei virus.
Il risultato colpisce per l’età dei reperti, ma va letto per ciò che racconta davvero. Gli agenti recuperati hanno trovato nelle Acanthamoeba un ospite compatibile e hanno completato il proprio ciclo infettivo. Finora nessuno ha osservato lo stesso comportamento nelle cellule umane o animali.
Il pericolo rimane quindi legato a una lunga serie di condizioni: il microrganismo deve sopravvivere al disgelo, raggiungere un ospite adatto, replicarsi e trovare una via di trasmissione. Nell’Artico che si riscalda, però, aumentano le occasioni di contatto con materiali biologici rimasti sepolti per millenni.
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Dal permafrost sono emersi 13 virus ancora vitali
La rivista scientifica Viruses ha pubblicato lo studio nel febbraio 2023. Accanto al gruppo di Aix-Marseille hanno lavorato specialisti dell’Alfred Wegener Institute, dell’Università di Potsdam e di istituti russi impegnati nello studio del permafrost, della microbiologia e della zoologia.
I campioni provenivano da diverse zone della Siberia e della Kamčatka. Alcuni contenevano sedimenti profondi; altri conservavano materiale organico associato a mammut o al contenuto intestinale congelato di un lupo.
Da quei reperti l’équipe ha isolato 13 virus appartenenti a cinque gruppi: Pandoravirus, Cedratvirus, Megavirus, Pacmanvirus e Pithovirus. Il più antico, Pandoravirus yedoma, si trovava in un campione datato ad almeno 48.500 anni fa, vicino al limite della tecnica al radiocarbonio utilizzata.
Alempic, Lartigue e i colleghi hanno portato il materiale in laboratorio e lo hanno messo a contatto con colture di Acanthamoeba. Alcuni virus sono entrati nelle cellule, si sono replicati e hanno prodotto nuove particelle infettive. Il terreno aveva dunque conservato qualcosa di più di semplici frammenti genetici.
Il gruppo francese conosceva già bene questo terreno di ricerca. Nel 2014 aveva descritto Pithovirus sibericum, recuperato da un campione vecchio di circa 30mila anni. Nel 2015 aveva aggiunto Mollivirus sibericum. Anche quei due agenti avevano ripreso a moltiplicarsi nelle amebe.
Il confine dell’esperimento passa dalle amebe
Le Acanthamoeba rappresentano un buon sistema per cercare virus giganti ancora attivi. Questi organismi unicellulari ospitano numerose famiglie virali e permettono agli studiosi di verificare rapidamente se un campione conserva capacità infettiva.
La scelta offre anche un margine di sicurezza. Un virus adattato a un’ameba deve riconoscere strutture cellulari molto diverse da quelle di un mammifero. I tredici agenti isolati appartengono proprio a questo mondo biologico.
Anche l’espressione virus gigante può trarre in inganno. Descrive le dimensioni della particella e del genoma, talvolta abbastanza grandi da risultare visibili con un microscopio ottico. Non misura l’aggressività del microrganismo.
“Virus zombie”, invece, è una formula nata soprattutto nei titoli. Un virus non dorme nel senso comune del termine. Rimane inerte finché non incontra una cellula che riesce a sfruttare. Nel laboratorio di Aix-Marseille quella cellula era già pronta ad accoglierlo.
Fuori da un ambiente controllato il percorso cambia. Luce ultravioletta, ossigeno, acqua, variazioni di temperatura e altri microrganismi possono danneggiare o disperdere l’agente. Un virus sopravvissuto dovrebbe poi incontrare l’ospite giusto e superarne le difese.
Tra l’infezione di un’ameba e una malattia umana si apre dunque una distanza biologica enorme. La scoperta rimane comunque rilevante: 48.500 anni di congelamento non hanno cancellato la capacità infettiva di alcuni virus.
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Nello Yamal il caldo riaprì una vecchia ferita
Il caso che più spesso accompagna il racconto dei “virus zombie” risale all’estate del 2016, nella penisola dello Yamal. Lì non comparve un virus antico, ma l’antrace, provocato dal batterio Bacillus anthracis.
Le temperature salirono molto oltre i valori abituali. In poche settimane il focolaio raggiunse 2.650 renne e ne uccise circa 2.350. Le autorità registrarono decine di infezioni tra gli abitanti della zona e la morte di un bambino di 12 anni.
Nei primi giorni prese corpo l’ipotesi di una carcassa contaminata riaffiorata dal terreno. Le spore dell’antrace resistono per decenni e possono tornare pericolose quando animali al pascolo le ingeriscono. Gli studi successivi non hanno però individuato una singola carcassa come origine certa del contagio. La regione aveva già conosciuto altri episodi di antrace e il suolo poteva nascondere più aree contaminate.
A pesare fu anche una decisione del 2007, quando le autorità interruppero la vaccinazione sistematica delle renne. Nove anni dopo, molte mandrie affrontarono il ritorno del batterio senza una protezione adeguata.
Il caldo favorì probabilmente l’esposizione alle spore. L’assenza di copertura vaccinale offrì all’antrace migliaia di ospiti vulnerabili. Il focolaio nacque dall’incontro tra ambiente, allevamenti e prevenzione insufficiente, non dalla comparsa improvvisa di un microrganismo invincibile.
La Spagnola non uscì viva dal ghiaccio
Anche la pandemia influenzale del 1918 ricorre spesso nella storia dei patogeni conservati dal freddo. Nel 1951 il microbiologo Johan Hultin raggiunse Brevig Mission, in Alaska, dove il permafrost custodiva i corpi di numerose vittime. Prelevò campioni dai polmoni e provò a coltivare il virus. Il tentativo fallì. Hultin tornò nel villaggio nel 1997. Da un corpo particolarmente ben conservato recuperò frammenti di Rna virale. Quelle sequenze, unite ad altri reperti, contribuirono alla ricostruzione del genoma dell’agente responsabile della pandemia.
Nel 2005 gli specialisti dei Centers for Disease Control and Prevention ricrearono il virus completo con tecniche di genetica inversa, all’interno di un laboratorio ad alta sicurezza.
Il permafrost aveva conservato parti delle istruzioni genetiche, non un agente pronto a ripartire spontaneamente. Il caso della Spagnola mostra quanto a lungo possano resistere le tracce molecolari di un virus e quanto sia facile confonderle, nel racconto pubblico, con un microrganismo ancora vitale.
Il rischio più serio un agente già adattato all’uomo
L’età non rende automaticamente un virus più aggressivo. Un agente vecchio di decine di migliaia di anni potrebbe dipendere da una specie scomparsa e risultare incapace di infettare gli organismi moderni. Un virus molto più recente, già adattato all’uomo, avrebbe maggiori possibilità di diffondersi.
Il vaiolo compare spesso tra gli scenari più inquietanti. L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato eradicata la malattia nel 1980 e gran parte della popolazione mondiale non riceve più il vaccino. L’Oms mantiene comunque scorte internazionali e protocolli di risposta.
Dal permafrost, fino a oggi, nessuno ha recuperato virus Variola vitali. Gli agenti descritti dal gruppo di Aix-Marseille infettano amebe e appartengono ad altre famiglie.
Lo scenario più difficile riguarderebbe un patogeno sconosciuto, già capace di replicarsi nelle cellule umane e di passare da una persona all’altra. La biologia permette di immaginarlo; i dati raccolti finora non indicano che un simile agente stia emergendo dall’Artico.
Un Artico più caldo, scavato e frequentato
Il permafrost comprende terreno, rocce, sedimenti, ghiaccio e materiale organico che rimangono a una temperatura pari o inferiore a zero gradi per almeno due anni consecutivi. Nelle zone più fredde conserva strati antichi centinaia di migliaia di anni.
Ogni estate la parte superficiale si scongela e torna a gelare durante l’inverno. L’aumento delle temperature spinge il disgelo più in profondità, favorisce il cedimento del suolo e accelera l’erosione delle coste.
Miniere, perforazioni e nuove infrastrutture aggiungono un altro elemento. I cantieri raggiungono livelli che il normale ciclo stagionale lascerebbe intatti e portano lavoratori, animali e mezzi in territori un tempo poco frequentati.
È soprattutto questo aumento dei contatti a preoccupare gli specialisti. Un microrganismo sepolto può diventare un problema soltanto quando incontra una specie compatibile e una strada per diffondersi. Le trasformazioni dell’Artico moltiplicano le occasioni, senza trasformare ogni reperto biologico in una minaccia.
Sorvegliare i punti più vulnerabili
La prevenzione può partire dai luoghi già conosciuti: vecchie sepolture di animali, territori colpiti in passato dall’antrace, allevamenti artici e cantieri che penetrano negli strati profondi del suolo.
Le campagne veterinarie conservano un ruolo centrale. Nello Yamal il ritorno delle vaccinazioni ha permesso di ricostruire una barriera che le autorità avevano lasciato cadere.
Servono poi laboratori locali capaci di identificare rapidamente microrganismi insoliti e reti che mettano in comunicazione veterinari, epidemiologi ed esperti ambientali. L’approccio One Health nasce proprio da questa relazione: salute umana, salute animale e ambiente fanno parte dello stesso sistema. Per l’Italia il rischio diretto resta remoto. Il permafrost alpino interessa soprattutto per la stabilità delle montagne, le frane e i crolli.
Ultima verifica: 6 agosto 2026
Link e fonti
Studi originali e documenti istituzionali utilizzati per verificare le informazioni sui virus antichi conservati nel permafrost.
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Studio originale
Virus antichi riattivati dal permafrost
Lo studio descrive l’isolamento di 13 virus ancora capaci di infettare amebe. Il campione più antico risale ad almeno 48.500 anni fa.
Consulta lo studio -
Analisi epidemiologica
Il focolaio di antrace nello Yamal del 2016
La ricerca ricostruisce il contagio che coinvolse 2.650 renne, provocandone la morte di circa 2.350, e analizza il ruolo del clima e dell’interruzione delle vaccinazioni.
Leggi la ricerca -
Documento ufficiale
La ricostruzione del virus influenzale del 1918
Il CDC ricostruisce il lavoro di Johan Hultin e il successivo recupero delle sequenze genetiche utilizzate per ricreare in laboratorio il virus della pandemia del 1918.
Consulta il documento -
Istituzione sanitaria
Vaiolo, preparazione sanitaria e scorte di vaccino
La pagina dell’Oms riepiloga l’eradicazione del vaiolo, gli strumenti sviluppati dopo la fine della malattia e la gestione della riserva vaccinale internazionale.
Vai alla pagina dell’Oms
Note per i lettori
L’immagine usata per questo articolo è stata creata grazie all’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale

